"Racconti di Partenope"

“Racconti di Partenope”

 

(dal XIV al  XIX secolo) 

 

 

 

Prefazione

Napoli, città e porto della Campania, capol. di prov. e di regione, sul golfo di Napoli, a 10 m d'alt.; 117,27 km²; 1.020.120 ab. (Napoletani o Partenopei). Sede arcivescovile. Università. Aeroporto internazionale (Capodichino). Napoli è, dopo Roma e Milano, la terza città d'Italia per il numero degli abitanti è la più importante città del Mezzogiorno. Favorita da clima mite e costante (la temperatura media annua è di 17 ºC), si estende ad anfiteatro sul pendio di colline digradanti lungo il litorale del golfo omonimo, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, in uno scenario di bellezza incomparabile, cantato da innumerevoli poeti e scrittori (Virgilio, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Milton, Shelley, Cervantes, Goethe, Byron, ecc.). Fino al  XIII sec. l'estensione della città rimase assai limitata; le diverse dominazioni subite in seguito corrispondono ad altrettante tappe del suo sviluppo urbanistico. All'epoca della conquista angioina (1266) la città contava 40.000 ab.; la sua nuova funzione di capitale ne aumentò l'importanza, con conseguente incremento demografico e urbanistico. All'inizio del  XVI sec., i suoi abitanti erano 110.000. Alfonso d'Aragona e i suoi successori ampliarono la superficie del territorio urbano erigendo nuove mura; in seguito, il dominio spagnolo modificò il carattere della città, poiché il viceré don Pedro de Toledo attirò a Napoli le grandi famiglie nobili, e numerosi palazzi vennero costruiti verso ovest, tra le mura e la collina di Sant'Elmo (ove poi si sviluppò il Vomero), in posizione elevata e salubre; fu aperta l'ampia strada detta via Toledo e si svilupparono i cosiddetti quartieri spagnoli. Nel 1656, Napoli era la più popolosa città dell'Europa occidentale, con 360.000 ab.,
ma in quell'anno un'epidemia di peste li ridusse a circa la metà, e occorse un secolo intero perché la popolazione napoletana ritornasse numerosa com'era prima della pestilenza. Divenuta, con Carlo di Borbone, nuovamente capitale di regno, Napoli conobbe un nuovo sviluppo. Alla fine del  XVIII sec., la città cominciò ad assumere l'attuale aspetto urbanistico ed edilizio, e le colline di Sant'Elmo e di Capodimonte si coprirono di nuovi palazzi e quartieri; ai primi del  XIX sec., gli abitanti erano 441.000. Tale sviluppo proseguì, senza obbedire a un piano prestabilito,
fino a che, in seguito a una terribile epidemia di colera (1884), le autorità furono indotte a intraprendere grandi lavori di risanamento; fu sventrata la parte bassa della città antica e furono aperte nuove ampie arterie (rettifilo di corso Umberto I). Diversamente da altre grandi città italiane, Napoli, che aveva perduto il rango di capitale, non risentì in misura notevole le conseguenze dell'unità italiana: continuò a svilupparsi in relazione all'attività economica propria e i suoi sobborghi raggiunsero Pozzuoli a ovest e Portici a est, mentre altri, nuovi, sorgevano lungo le strade di Capua e di Caserta, a nord. Nel 1931 la città contava 840.000 ab.; 866.000 nel 1936. Le distruzioni belliche (durante la seconda guerra mondiale, circa 100.000 vani d'abitazione e il 65% degli impianti industriali andarono distrutti), le demolizioni di alcuni quartieri (rione Carità, ecc.),la costruzione di moderne zone urbane (a ovest, i quartieri amministrativi e turistici; a est, quelli commerciali), lo sfollamento dei "bassi", l'intenso processo di industrializzazione, prima, e di terziarizzazione del complesso urbano, poi, hanno apportato considerevoli modifiche all'aspetto della città. Questa ha visto dapprima crescere il numero dei suoi abitanti (intorno a un milione, nell'immediato dopoguerra) fino a raggiungere la soglia di 1.200.000 e a superarla di diverse decine di migliaia di unità all'inizio degli anni Settanta. Da allora il numero ha incominciato lentamente ma costantemente a diminuire (1.067.365 al censimento 1991). Il carattere particolare di Napoli sta anche nel vivo contrasto che si rileva nella città stessa, dove, dietro i grandi palazzi dalle ricche facciate prospicienti le maggiori arterie, innumerevoli abitazioni sovrappopolate, più o meno misere, si addensano in isolotti separati da viuzze strettissime: è qui, nei vicoli, che scorre la tipica vita napoletana, in un'atmosfera rumorosa e vivacissima. Lungo il mare, invece, sul quale si affacciano gli alberghi di lusso, un immenso viale (suddiviso in via Caracciolo e via Partenope) offre un magnifico panorama sul golfo e sul Vesuvio. Castel dell'Ovo, antica fortezza normanna, domina l'incantevole porto di Santa Lucia, in cui si addensano i pescherecci. I sobborghi sulla riva del mare terminano a ovest, dopo la pittoresca Mergellina, a Posillipo, quartiere residenziale, le cui ricche ville si scaglionano a gradinata sui pendii dei Campi Flegrei, al di sopra di Marechiaro, la piccola località di pescatori immortalata dalla poesia. Quattro funicolari collegano i vecchi quartieri della pianura a quelli collinari. L'agglomerato di Napoli svolge un'importante attività economica, in gran parte dipendente dal porto. Completamente distrutto durante la seconda guerra mondiale, è stato ricostruito e dotato di moderne attrezzature (darsene, bacini di carenaggio, silos, ecc.). Per il traffico passeggeri, che acquistò grande importanza all'inizio del   XX sec., all'epoca della massiccia emigrazione degli Italiani verso il Nuovo Mondo, oggi il porto di Napoli è il primo d'Italia, con oltre 5 milioni di passeggeri imbarcati e sbarcati in un anno. Oltre al traffico, prevalentemente turistico, con le isole dell'arcipelago napoletano (la città è collegata anche da servizi di aliscafi con Capri, Ischia e Sorrento), è intenso anche quello regolare con le isole Eolie, Messina, Palermo, Cagliari. L'attività del porto mercantile (uno dei primi d'Italia)  non ha cessato di aumentare, grazie a vari fattori: l'importanza del suo retroterra che, sebbene poco esteso, richiede grandi quantità di beni di consumo (cereali, carbone, coloniali); il carico dei prodotti agricoli d'esportazione (ortaggi, legumi e frutta, agrumi; prodotti caseari: mozzarelle, provole e provoloni, ecc.) e soprattutto l'esistenza nel capoluogo e nei comuni limitrofi di importanti industrie di trasformazione di materie prime pesanti  (raffinerie di petrolio, cementifici) e di costruzioni ferroviarie, automobilistiche e aeronautiche (stabilimenti Alfa Romeo e Aeritalia di Pomigliano d'Arco). Per quanto riguarda più strettamente il capoluogo, si è registrato un progressivo fenomeno di deindustrializzazione, con la chiusura di numerose iniziative e la ricollocazione di altre fuori del centro urbano o addirittura in tutt'altra località.
Esempio di questa nuova tendenza è lo smantellamento del polo siderurgico di Bagnoli, località inserita in un progetto di riqualificazione territoriale. Ancora rilevanti, a Napoli città, sono le industrie metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto, seguite dai rami del vestiario, del tessile e dell'abbigliamento (in costante diminuzione), da quelle cartarie e poligrafiche, delle pelli, del cuoio e delle calzature, dai settori alimentare, della ceramica e del legno, nonché da una miriade di iniziative minime o piccole di ogni genere appartenenti a un "secondo circuito" sommerso, o "nero", il cui peso reale risulta difficilmente valutabile. La contemporanea sensibile avanzata delle iniziative del settore terziario ha compensato solo in parte la perdita di posti di lavoro nell'industria - sicché la disoccupazione è aumentata - senza peraltro portare a una reale soluzione dei gravi problemi infrastrutturali (primi fra tutti quello della mobilità delle merci e dei lavoratori pendolari e quello della fornitura di dotazioni civili soddisfacenti e adeguate al ruolo di terza città d'Italia) che sono fra le concause del declino industriale e demografico della metropoli partenopea. Con poco più di 2,5 milioni di passeggeri transitati nel 1995, l'aeroporto di Capodichino pone Napoli al terzo posto in Italia dopo gli scali passeggeri di Roma e di Milano. Napoli è inoltre importante nodo stradale, autostradale e ferroviario e ha un'intensa attività commerciale.  Sviluppata è l'industria turistico-alberghiera. La città di Napoli vanta nobili tradizioni culturali: oltre all'antichissima università (1224), importanza notevole hanno l'Istituto universitario navale, l'Istituto universitario orientale, l'Istituto italiano di studi storici,  l'Istituto di fisica nucleare, il Centro internazionale di studi archeologici Amedeo Maiuri, l'Accademia pontaniana, l'osservatorio astronomico (Capodimonte), l'osservatorio vesuviano, l'orto botanico, la stazione zoologica con l'acquario, oltre alle biblioteche (Nazionale, Farnese, Gioacchina) e ai musei. Tra le manifestazioni annuali notevoli: la festa di San Gennaro, con processioni; la festa di Piedigrotta (settembre), la Fiera internazionale della casa, arredamento, abbigliamento, edilizia, alla Mostra d'oltremare (giugno-luglio), il Luglio musicale a Capodimontee l'Autunno musicale al Teatrino di corte di Palazzo Reale. Napoli è patria di innumerevoli artisti (Bernini, Salvator Rosa, Luca Giordano, Vanvitelli, G. Gigante, V. Gemito, ecc.), musicisti (D. Scarlatti, R. Leoncavallo, E. A. Mario), poeti e scrittori (Stazio, I. Sannazzaro, G. B. Marino, G. B. Basile, G. B. Vico, G. Filangieri, P. Colletta, S. di Giacomo, G. Marotta), patrioti e uomini politici (F. Caracciolo, C. Poerio, L. Settembrini, C. Pisacane, V. Imbriani, A. Diaz, A. Labriola, E. De Nicola) e uomini di teatro (E. Scarpetta, E. Caruso, Totò, i De Filippo, ecc.). Nei pressi della città si trovano le città romane di Pompei ed Ercolano, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina, il monte Faito verso SE; Capri a sud; verso ovest, i Campi Flegrei, Pozzuoli, con la solfatara, Agnano (terme; ippodromo nazionale), Camaldoli e le isole di Ischia e Procida. La  provincia di Napoli è per estensione una delle più piccole province italiane, ma è la più densamente popolata: 1.171 km²; 3.110.970 ab. distribuiti in 92 comuni, con una densità di 2.657 ab. per km². Il comune di Napoli addensa sul 10% del territorio provinciale il 33% della popolazione. Gli altri 91 comuni avevano nel 1951 una popolazione di 1.071.000 ab. Il denso reticolo di città minori e borghi, che si raccoglie entro un raggio di 25-30 km dal capoluogo, costituiva già allora un'area metropolitana atipica, con poche attività industriali e una base economica in cui prevalevano piuttosto l'agricoltura intensiva, la pesca, il turismo.
La popolazione dell'hinterland di Napoli è aumentata in misura non fortissima ma continua nei decenni successivi: 1.238.000 ab. nel 1961, 1.483.000 dieci anni dopo, 1.759.000 nel 1981 e 1.948.000 ab. nel 1991.
L'intera provincia costituisce uno spazio fortemente urbanizzato. I comuni più popolosi sono quelli costieri del golfo di Napoli: Pozzuoli, Portici (64.180 ab.), Ercolano, Torre del Greco (98.749 ab.), Torre Annunziata e Castellammare di Stabia; Sorrento e le isole di Capri e Ischia sono i centri storici del turismo partenopeo. Nella pianura a nord di Napoli si sono sviluppati sobborghi residenziali e industriali: Casoria, Giugliano in Campania, Afragola, Acerra e Pomigliano d'Arco dove hanno sede i grossi complessi industriali dell'Alfa Romeo, FIAT e dell'Aeritalia. I centri ai piedi del Vesuvio, meno popolosi, sono collegati ad anello dalla strada e dalla ferrovia circumvesuviana.
Pompei è già ai confini con la provincia di Salerno. A est la pianura di Nola conserva caratteristiche in parte agricole. L'agricoltura ha carattere intensivo; la viticoltura (Epomeo, Campi Flegrei, Vesuvio) dà vini pregiati: capri bianco, lacrima Christi, falerno, gragnano, vesuvio e i vini d'Ischia; oltre alla vite, si coltivano ortaggi, frutta, canapa, agrumi, olivi. Notevoli le estensioni boschive (castagneti). Attiva è la pesca a Procida, Pozzuoli, Torre del Greco, ecc. L'industria è varia: oltre alle industrie del capoluogo, attive sono le industrie navali, tessili, e soprattutto alimentari (ortaggi, pomodori e frutta conservati; paste alimentari). Alle già affermate industrie chimiche (Napoli, Torre Annunziata), ai cantieri navali (Napoli, Castellammare di Stabia), alle manifatture di tabacco, agli stabilimenti farmaceutici (Napoli), meccanici (Pozzuoli), alimentari (paste, conserve, gelati), aeronautici (Fusaro), tessili (Capodichino), si sono aggiunti i grandi impianti di Pomigliano d'Arco.
Tuttavia il processo di industrializzazione da solo non è bastato a risolvere tutti gli antichi problemi locali:
la disoccupazione mantiene valori elevatissimi, le dotazioni civili sono in larga parte insufficienti e anche sulla provincia si esercita, non meno che sul capoluogo, il peso opprimente della malavita organizzata, sicché quella di Napoli è l'unica fra le quattro grandi province metropolitane italiane che ancora presenta evidenti aspetti di sottosviluppo. Fra le attività del terziario, oltre a quelle che fanno capo ai servizi pubblici, intensa è ovunque l'attività commerciale e sviluppatissimo è il turismo (Sorrento, Capri, Ischia, Pompei). Frequentate sono le stazioni termali dell'isola d'Ischia, di Agnano e Pozzuoli. Centri principali: Torre del Greco, Portici, Casoria, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre Annunziata, Afragola, Giugliano in Campania.
L'antica Neapolis ("Città Nuova") fu fondata da un gruppo di coloni cumani stabilitisi a Parthenópe (Partenope), già insediamento fenicio e poi, nel VII sec. a.C., rodiese. Divenuta ben presto la città più importante della Campania,
intorno alla metà del  Vsec. accolse molto probabilmente dei coloni attici e, verso il 420, i rifugiati di Cuma, conquistata dai Sanniti, nel sobborgo di Palepoli (Paláiopolis, "Città Vecchia"). Assediata nel 327 dal console Publilio Filone, si arrese l'anno successivo, divenendo alleata di Roma, alla quale rimase fedele sia durante la spedizione di Pirro sia nel corso della guerra annibalica. Nonostante la concorrenza del porto di Puteoli (Pozzuoli) e la distruzione subita nell'82 a.C. da parte dei partigiani di Silla, nell'ultimo secolo della repubblica e durante l'Impero fu assai florida economicamente e famosa, oltre che per le sue bellezze naturali, anche come centro culturale d'impronta greca (Virgilio vi studiò presso la scuola di Sirone, stabilendosi più tardi nella villa  forse ereditata dal maestro, e vi fu sepolto). Eretta a municipio nel 90 a.C. e a colonia sotto Claudio, conservò tuttavia fino al Basso Impero la lingua e le istituzioni greche. Nel 476 vi fu imprigionato Romolo Augustolo, ultimo imperatore d'Occidente. Gli Ostrogoti sottomisero Napoli senza difficoltà (493), ma la città venne gravemente danneggiata dalla riconquista bizantina, che si realizzò faticosamente tra il 536 e il 553. Napoli si risollevò sotto l'amministrazione bizantina (rappresentata da giudici e duchi) e sotto il patrocinio dei vescovi, e tanto crebbe in potenza, da respingere tutti i tentativi di conquista dei Longobardi (581, 592, 599) e da imporsi agli stessi Bizantini come una base indispensabile per la conservazione dei loro domini in Italia. In cambio di questa collaborazione, Bisanzio concesse ai Napoletani un'ampia autonomia, fondata essenzialmente sul diritto di eleggere il proprio supremo magistrato, il duca. Per questa via, il vincolo di dipendenza di Napoli dall'imperatore si allentò sempre più e si ruppe di fatto sotto il duca-vescovo Stefano II (763). Capitale per quasi quattro secoli (763-1139) di un ducato che si estendeva molto al di là delle sue mura, Napoli riuscì a salvare la sua libertà e a sviluppare le sue attività economiche e culturali con una politica ora di forza ora di accortezza, che ebbe momenti epici nella lotta, assidua e vittoriosa, contro i musulmani (secc.  IX e  X) e tortuose vicende nei complicati e instabili rapporti con le altre forze prementi sul Mezzogiorno: il papato, il Sacro romano impero, Bisanzio e i principati locali derivati dal disfacimento del ducato longobardo beneventano. Ma le esigenze contingenti di tale politica indussero il duca Sergio IV di Napoli a favorire il primo insediamento ad Aversa (1030) di quei Normanni che, nel giro di un secolo, sottomisero e unificarono nel regno di Sicilia tutta l'Italia meridionale, Napoli compresa (1139). La conquista fu compiuta da Ruggero II, primo re di Sicilia, a prezzo di una lunga lotta, che nella sua ultima fase impegnò tutto il popolo nella difesa dell'indipendenza della città. Sotto i re normanni Ruggero II (1130- 1154), Guglielmo I il Malo (1154-1166) e Guglielmo II il Buono (1166- 1189), in mezzo secolo, Napoli si adattò non senza resistenze e sommosse (anche a sfondo sociale: nobili contro popolani) alla parte non più di capitale (la capitale del regno era Palermo), ma di capoluogo di una provincia che conservava il nome di principato di Capua. Ruggero II le garantì l'autonomia amministrativa (con una forte accentuazione aristocratica), Guglielmo I ne consolidò le difese (Castel Capuano, inizio di castel dell'Ovo), Guglielmo II temperò in senso popolare l'amministrazione. Quest'atto conciliò definitivamente i Napoletani coi Normanni così che quando, morto Guglielmo II (1189), Enrico VI di Svevia intraprese la conquista del regno di Sicilia, Napoli si schierò col suo rivale Tancredi di Lecce cugino di Guglielmo II, che la colmò di privilegi e di favori, e ne ebbe in cambio leale e generoso aiuto nella guerra contro lo Svevo, al quale la città si arrese soltanto dopo un'eroica resistenza (1194). Punita da Enrico VI con la demolizione delle mura e la revoca di ogni autonomia, la città sopportò di malanimo il regime dispotico e fiscale di Federico II, peraltro temperato da alcune illuminate iniziative (fondazione dell'università, 1224, limitazione dei privilegi nobiliari, incremento dei traffici, ricostruzione delle difese, ecc.). Dopo la morte di Federico II (1250), partecipò attivamente alla lotta antisveva promossa dai papi e, pur avendo per qualche tempo (1254-1266) accettato il dominio di Manfredi, dopo Benevento si sottomise a Carlo d'Angiò (1266), che proprio a Napoli fece decapitare Corradino, ultimo rampollo della casa sveva (1268). Sotto la dinastia angioina (1266-1442) Napoli riacquistò dignità di capitale dopo che la Sicilia, con la rivolta dei Vespri (1282), passò agli Aragonesi; crebbe il suo peso politico, crebbero la popolazione, l'area cittadina (arricchita di nuovi quartieri e monumenti, quali la reggia di Castel Nuovo), le attività economiche e culturali, favorite, queste, anche dal mecenatismo dei re, soprattutto di Roberto il Saggio; anche l'amministrazione cittadina, affidata ai cosiddetti Seggi o Sedili, svolse un'azione abbastanza efficace. Ma si inasprivano intanto gli squilibri, i contrasti sociali e il fiscalismo; per di più, dalla morte di Roberto (1343), si scatenarono quelle lotte dinastiche, che sboccarono nell'affermazione di Alfonso V (I) il Magnanimo, re d'Aragona e di Sicilia, che conquistò Napoli dopo un lungo assedio (1441-1442), stroncando le ultime vane speranze e resistenze degli epigoni della casa d'Angiò. I re aragonesi, nonostante le loro benemerenze soprattutto nel campo culturale e la loro magnificenza incontrarono difficoltà nel conquistarsi il favore popolare, tra l'altro per aver condotto a Napoli un gran numero di Catalani, a occupare posizioni-chiave nella politica e nell'economia, dove già operavano largamente altri forestieri, di origine francese, toscana, veneziana. Alfonso V (I) e Ferdinando I (Ferrante) non riuscirono ad arrestare le crescenti correnti avverse che, dopo l'ammonitrice congiura dei Baroni (1485- 1486), si manifestarono nell'accoglienza trionfale a Carlo VIII di Francia (1495) e successivamente nelle lotte franco-spagnole, che si conclusero nel maggio 1503 con l'ingresso di Consalvo di Cordova, il quale prese possesso di Napoli in nome di Ferdinando II (III) il Cattolico. Durante il regime dei viceré spagnoli (1503-1707), Napoli mantenne una formale autonomia, ebbe una rigogliosa ripresa urbanistica, prese, soprattutto ai tempi dell'imperatore Carlo V, respiro di metropoli di importanza e fama internazionali; ma pagò tutto questo a caro prezzo; tanto più caro quanto più il predominio della Spagna, dopo l'apogeo, venne declinando nel XVII sec. In un ambiente di stridenti contrasti culturali ed economico-sociali e sotto il peso di un fiscalismo sempre più pesante, scoppiò la rivolta popolare legata al nome di Masaniello (1647), seguita da un infelice esperimento repubblicano e da un tentativo di occupazione francese e conclusa col ritorno allo statu quo (1648), con l'aggravante di un tenace strascico di rancori, e di sussulti politici e sociali, caratterizzati
da costanti conflitti tra nobili e popolani e da mutevoli atteggiamenti degli uni e degli altri nei confronti dei dominatori spagnoli. Il passaggio dalla dominazione spagnola all'austriaca, durata dal 1707 al 1734, non modificò la formula del regime vicereale, né le condizioni generali della popolazione; suscitò anzi qualche rimpianto del passato, tanto che l'avvento di Carlo III (VII) di Borbone (1734-1759), figlio del re di Spagna Filippo V, vincitore degli Austriaci e istauratore della nuova dinastia, fu accolto dai Napoletani con largo favore, come inizio della restaurazione della città nel rango di capitale di un regno indipendente e sovrano. I Borboni non delusero le aspettative dei loro nuovi sudditi: Carlo e il suo successore Ferdinando IV diedero un notevole impulso alla vita della città sotto ogni aspetto: politico-amministrativo, monumentale, soprattutto culturale (G. B. Vico e gli illuministi Genovesi, Galiani, Pagano, Filangieri, ecc.) e intrapresero alcune riforme d'ispirazione illuministica. La Rivoluzione francese e le conseguenti guerre coinvolsero Napoli, dove si susseguirono l'effimera Repubblica Partenopea (1799), espressione della volontà di un'esigua minoranza "giacobina" senza radici nella popolazione, e l'occupazione francese, che portò al trono prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Nel periodo francese (1806- 1815), la città ebbe nuova amministrazione (i decurioni, per altro già introdotti da Ferdinando IV nel 1800) e nuovo incremento urbanistico e culturale; ma ciò non bastò a far dimenticare, soprattutto al popolo minuto e al clero, la vecchia dinastia riparata a Palermo. Perciò la restaurazione dei Borboni, ora in veste di re delle Due Sicilie (Ferdinando IV, ora I, Francesco I, Ferdinando II, Francesco II, dal 1815 al 1860), fu accolta con soddisfazione dalla maggioranza della popolazione. La città di Napoli, nonostante lo spirito retrivo e l'inerzia dei re, continuò a progredire: a Napoli fu costruito il primo battello a vapore (Ferdinando I, 1818), inaugurata la prima ferrovia (la Napoli-Portici, 1839), adottate le prime comunicazioni telegrafiche d'Italia; nel 1848 la marina napoletana era la terza d'Europa, i traffici, specialmente marittimi, prosperavano, il costo della vita era modesto e la tassazione media tenue. Nel campo della cultura, basterà ricordare Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Bertrando Spaventa, e molti insigni politici, tutti più o meno attivamente partecipi al movimento risorgimentale. A questo Napoli concorse coi moti del 1820-1821 e del 1848, entrambi tragicamente falliti; le iniziative liberali di Francesco II  (concessione della costituzione, giugno 1860) anticiparono di pochi mesi la conquista di Garibaldi (7 settembre) e la formale annessione del regno agli Stati sabaudi (plebisciti dell'ottobre). Da quel momento la storia di Napoli si inserisce nella storia d'Italia: tra le benemerenze della città, duramente provata dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, meritano ricordo le quattro giornate di lotta popolare, che la liberarono dall'occupazione tedesca (25-28 settembre 1943). La pianta della città greca è stata ricostruita con sufficiente sicurezza, ma gli avanzi riconoscibili si limitano ad alcuni tratti delle mura del   V sec. a.C. All'età romana sono invece da ascriversi i resti del teatro, del tempio dei Dioscuri, dell'Odeon, di alcuni impianti termali. Tra i più importanti monumenti dei primi secoli del cristianesimo sono le catacombe di San Gennaro, con ampie gallerie, sostenute talora da pilastri ricavati nel tufo, decorate con affreschi, i più antichi dei quali risalgono al  II sec. Altri antichi cimiteri cristiani sono le catacombe dette di San Gaudioso e di San Severo. All'età costantiniana, secondo il Liber pontificalis Ecclesiae neapolitanae, risale la basilica di Santa Restituta, in origine a cinque navate, radicalmente trasformata nel Trecento, quando venne incorporata nell'attuale duomo, e una seconda volta dopo il terremoto del 1688. Altri edifici paleocristiani notevoli per la ricerca di effetti pittoreschi e scenografici, propri della tradizione architettonica della città, sono la chiesa di San Gennaro extra moenia, fatta elevare accanto alle catacombe dal vescovo Severo (fine  IV sec. - inizio  V sec.),
con una sola vasta navata preceduta da un portico (trasformata a tre navate nel  IX sec.), quella di San Giorgio Maggiore, che conserva intatta, dopo i rifacimenti del  XVIIIsec., la parte absidale, quella di San Giovanni Maggiore (VI sec.) e il battistero di San Giovanni in Fonte, (V sec.), a pianta quadrata, con cupola su alto tamburo poggiante su voltine angolari. Scarse sono le testimonianze artistiche di età preromanica e romanica: elementi ancora di gusto classico sono riconoscibili nel campanile di Santa Maria Maggiore ( XI sec.), come pure, ma uniti a motivi orientali, nei rilievi dei plutei di Santa Restituta, di una transenna in San Giovanni Maggiore e di un fregio, proveniente dalla stessa chiesa e conservato nel Palazzo Arcivescovile, con inciso sul retro un calendario del  IX sec. In pittura la rielaborazione di schemi bizantini del ciclo di affreschi di Sant'Angelo in Formis venne ripresa fino al Duecento, come nelle tavole raffiguranti San Domenico e il Crocifisso tra la Vergine e San Giovanni Evangelista della chiesa di San Domenico. Divenuta capitale del regno degli Angiò, Napoli tornò a imporsi come grande centro artistico: fiorentissima fu soprattutto l'attività architettonica, grazie all'opera di maestri francesi, e anche locali, che diffusero nella città il gusto per le slanciate strutture gotiche in numerosissime chiese, da San Lorenzo Maggiore (iniziata nel 1267) con vasta abside poligonale, deambulatorio e cappelle radiali, a San Domenico Maggiore (1289-1324) e al duomo (1294-1323) a tre navate, con cappelle laterali; da Santa Chiara (1310-1328), con gli eleganti chiostri dei minori e delle clarisse, a Sant'Eligio (1270), a Santa Maria Donna Regina (inizio del  XIV sec.), a San Giovanni a Carbonara (1343): tutti edifici che subirono tuttavia più o meno vasti rifacimenti nei secc.  XVII e XVIII. All'età angioina risalgono anche il Castel Nuovo ( XIII sec; ricostruito nel  XV sec.) e il castel Sant'Elmo (1329) dominante la città dal Vomero. Da tutte le regioni d'Italia, e in particolare dalla Toscana, affluirono allora nella città artisti fra i maggiori del tempo che contribuirono a renderla più splendida con le loro opere: Pietro Cavallini, circondato da una vasta schiera di collaboratori, affrescò le pareti e il coro di Santa Maria Donna Regina, Simone Martini nel 1317 dipinse per Roberto d'Angiò la grande pala con San Ludovico da Tolosa che incorona Roberto d'Angiò (Napoli, Museo di Capodimonte) e nel 1321 eseguì affreschi e un polittico per la cappella di Castel Nuovo, opere perdute come quelle che Giotto lasciò tra il 1329 e il 1332 nello stesso Castel Nuovo e in alcune cappelle della chiesa di Santa Chiara. Tra gli scultori, Tino di Camaino, giunto a Napoli tra il 1323 e il 1324, trascorse tutta l'ultima parte della sua vita al servizio degli Angiò, eseguendo i grandiosi monumenti funebri di Caterina d'Absburgo (San Lorenzo Maggiore), di Maria d'Ungheria (Santa Maria Donna Regina), di Carlo d'Angiò l'Illustre, duca di Calabria, e Margherita di Valois (Santa Chiara),  esercitando un'influenza decisiva sugli scultori locali e anche sui fiorentini Giovanni e Pace, autori del monumentale sepolcro di Roberto d'Angiò in Santa Chiara. Nel corso del Quattrocento, con il passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese, le forme rinascimentali si vennero gradualmente imponendo, nonostante il tenace permanere di motivi gotici, nella ricostruzione di Castel Nuovo (1443-1453) e nell'arco di Alfonso d'Aragona, alla decorazione del quale collaborarono, sotto la direzione di Guillermo Sagrera, numerosi artisti italiani e stranieri, in un ambiente caratterizzato da vasta circolazione di diversi fermenti culturali,
nel quale si formarono anche Francesco Laurana e Niccolò dell'Arca. Negli ultimi due decenni del secolo l'attività di grandi architetti come Giuliano da Maiano, cui si deve la villa di Poggio Reale (distrutta) e la Porta Capuana (1484), e Francesco di Giorgio Martini fu di grande importanza per l'affermarsi del gusto rinascimentale toscano in numerosi palazzi (Marigliano; Filomarino; Gravina) e chiese (Sant'Anna dei Lombardi; Santa Caterina a Formiello) della fine del  XV sec. e della prima metà del  XVI. Per quanto riguarda la pittura, alla corte di Renato I il Buono d'Angiò prima, e di Alfonso I d'Aragona poi (Alfonso V il Magnanimo), furono attivi artisti provenienti da ogni parte d'Europa, e in particolare provenzali, francesi, borgognoni e iberici, ma l'ambiente fu dominato, intorno alla metà del secolo, da Colantonio cui si riconnette l'attività giovanile di Antonello da Messina. Nella seconda metà del Cinquecento continuarono a prevalere, sia in architettura sia in pittura, le forme rinascimentali, ma un nuovo splendido periodo dell'arte napoletana iniziò fin dai primi decenni del  XVII sec., con il formarsi di una vigorosa tradizione pittorica subito dopo il breve soggiorno del Caravaggio (1607). Battistello Caracciolo e lo spagnolo Jusepe de Ribera ne furono i brillanti iniziatori, seguiti da Francesco Fracanzano e Pietro Novelli, detto il Monrealese. Poco prima della metà del secolo il Domenichino e il Lanfranco, attivi il primo nella cappella di San Gennaro in duomo, il secondo nell'oratorio dei Nobili al Gesù Nuovo, e nella stessa cappella di San Gennaro, introdussero nella città elementi di gusto carraccesco che presto si incontrarono e fusero col filone di derivazione caravaggesca nell'opera di Massimo Stanzione, Pacecco de Rosa, Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Mattia Preti, mentre appartata si svolse l'arte di Bernardo Cavallino, tutta tesa alla ricerca di un'intonazione intensamente lirica, struggente, in raffinatissime composizioni di breve formato, contrastanti con le grandiose e magniloquenti imprese decorative di Luca Giordano e Francesco Solimena. Gloria della pittura napoletana tra Seicento e Settecento fu anche la "natura morta", da Luca Forte a Paolo Porpora, a Giovan Battista Ruoppolo, ai fratelli Giuseppe e Giovanni Battista Recco. Tra le maggiori realizzazioni architettoniche del XVII sec., durante il quale la città si arricchì di numerose delle sue fontane e delle pittoresche guglie e pinnacoli che ne decorano le piazze e le chiese, si ricordano il Palazzo Reale di Domenico Fontana (rimaneggiato nei secc.  XVIII e  XIX), la trasformazione della certosa di San Martino iniziata da G. A. Dosio e finita da Cosimo Fanzago (1623-1643), al quale si devono anche le chiese di Santa Maria degli Angeli alle Croci (1638), di San Giuseppe a Pontecorvo, dell'Ascensione e di Santa Teresa a Chiaia (1650-1662). Interessante personalità di architetto fu anche fra Giuseppe Nuvolo che diede disegni per Santa Maria della Sanità e costruì Santa Maria di Costantinopoli e San Carlo all'Arena. Le forme barocche continuarono a dominare nella prima metà del Settecento in Santa Maria di Caravaggio di G. B. Nauclerio,
nelle chiese della Concezione di Montecalvario e di San Michele di Domenico Antonio Vaccaro, nel rifacimento di palazzo Pignatelli, nel portale di palazzo Filomarino e nella chiesa della Nunziatella di Ferdinando Sanfelice. Intonazione più composta e classica hanno invece la facciata della chiesa dei Gerolomini e il grandioso albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga, il teatro San Carlo e la reggia di Capodimonte su disegno di Giovanni Antonio Medrano e soprattutto le opere di Luigi Vanvitelli che, chiamato a Napoli da Carlo VII di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna) per stendere i piani della reggia di Caserta, dominò l'architettura della città nella seconda metà del secolo, costruendo il palazzo Calabritto, la chiesa dell'Annunziata (1760), il Foro carolino (1763), la chiesa della Trinità (1769), l'oratorio della Santa Scala. Con l'inizio dell'Ottocento si affermòil gusto neoclassico con la chiesa di San Francesco di Paola (1817-1846) e la villa la Floridiana (1817-1819) di A. Niccolini. Opera principale della scultura settecentesca fu la decorazione della cappella San Severo dei Sangro, alla quale collaborarono tra gli altri Giuseppe Sammartino, Antonio Corradini e Francesco Queirolo: gravemente danneggiata dal terremoto del 1980, è stata restaurata completamente nel 1990. Tra i pittori si distinsero Giuseppe Bonito, Sebastiano Conca e Francesco De Mura. Si ricordano infine i nomi dei maggiori tra gli artisti che resero giustamente illustre l'ambiente artistico della città nel XIX sec.: lo scultore Vincenzo Gemito e i pittori Giacinto Gigante, Domenico Morelli, Filippo Palizzi e Gioacchino Toma. Tra i musei di Napoli, oltre al Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte, particolare importanza hanno il Museo nazionale di San Martino, ove sono raccolti dipinti, sculture e disegni dal  XIV al   XIXsec., e le ceramiche del Museo Duca di Martina (villa la Floridiana) e del Museo Aragona Pignatelli Cortes. Notevoli le collezioni di dipinti della Galleria dell'Accademia e delle raccolte d'arte Pagliara.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

 

 

 

 

 

 

 

[Il Munaciello - p. 2]*[Il Fantasma di Re Nasone - p. 4]*[La Leggenda di Palazzo Reale - p. 6]*[Il Fantasma di Maria d’Avalos - p. 8]*[I Fantasmi di Palazzo Donn’Anna - p. 10]*[La Barchetta dell’Amore - p. 12]*[Le Gazze della Pignasecca - p. 13]*[Il Fantasma di Luisa Sanfelice - p. 15]*[Son Tre Sorelle - p. 17]*[Palazzo Sansevero - p. 19]*[Maria la Rossa: La Strega di Port’Alba - p. 21]*[Le Streghe di Vico Pensiero - p. 23]*[In Appendice - n° 9 illustrazioni su Gli Antichi Mestieri] 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Munaciello

 

Gradini di pietra. Fango, umidità e tutto intorno buio. Buio fino al punto più alto della lunga scala che, da un vicolo del tenebroso quartiere dei Mercanti, sbuca su un angusto terrazzino. Ogni notte, di corsa. A perdifiato. Sfidando il silenzio, la paura, i mille occhi degli impenetrabili bassi. Ogni notte, per vedermi. Ogni notte, per perdersi tra le mie braccia. Ogni notte. Fino a quando un pugnale, infilato nella schiena, non rompe l’incanto. Fino a quando la morte non cancella la nostra tenera e infinita favola d’amore.

Sangue violenza, mistero. E naturalmente passioni, desideri proibiti, tormenti. Nulla manca nella incredibile storia di una delle figure più amate e temute della Napoli nera. Nulla, proprio nulla, è stato lasciato al caso nella nascita della famosa e sinistra leggenda partenopea: quella del Munaciello. Lo spiritello bizzarro che, da tempo immemorabile, circola in almeno il cinquanta per cento delle case della Napoli  “bassa”, quella cioè che  si sviluppa lungo tutto il quadrilatero greco-romano, fino al romantico terrazzo di Marechiaro. Lontano dai fasti della aristocrazia “alta” del Vomero e di via Petrarca. Lontano dalle lussuose residenze della borghesia,  ma pienamente a suo agio tra i vicoli e bassi del centro storico, nel cuore palpitante della metropoli magica e popolare.

La nostra storia cominciò all’alba dell’anno 1445, in pieno regno di Alfonso d’Aragona. Stefano Mariconda, giovane e “nobile garzone”, si innamorò di me, Caterinella Frezza, della bella figlia di un ricco mercante di panni. Il nostro amore fu duramente contrastato dalle rispettive famiglie. Ma noi due continuammo a vederci, proprio su un terrazzo appartato e buio nel quartiere dei Mercanti.

Fino a quando, una mano misteriosa, non decise di porre fine alla “tresca proibita”. Stefano venne barbaramente assassinato. Il suo corpo rimase, per giorni, abbandonato nel fetido vicolo che aveva cullato e difeso i nostri incontri segreti. Proprio sotto il mio balcone.

Fuggii di casa e mi nascosi in un convento, votando al silenzio la mia passione e il mio amore. Ancora una pagina, però, si deve scrivere della tormentata e drammatica esistenza dei due amanti napoletani. Dopo alcuni mesi di clausura forzata, misi al mondo un bambino. Le suore adottarono il mio piccolo che, ben presto, divenne il protetto del monastero. Mio figlio però cresceva pochissimo. Aveva la testa troppo grande per un corpicino piccolo e fragile. Le suore gli cucirono addosso un abito nero e bianco, da piccolo monaco.

Ci volle poco. Per strada, nei vicoli, tra i bassi cominciano a chiamarlo “lu munaciello”. E cominciano ad attribuirgli poteri magici, sovrannaturali. Se il mio piccino indossava il cappuccio rosso,era di buon  augurio. Dalla giornata la gente si aspettava il meglio. Ma se per ventura le suore o io gli mettevamo il cappuccetto nero, allora giù bestemmie e imprecazioni: e allora lu munaciello porta sfortuna, diventa annunciatore o, addirittura, portatore di disgrazie. “Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua; lui che, toccando i cani, li faceva arrabbiare; lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli”.

Di casa in casa, di basso in basso, di bocca in bocca: la leggenda del munaciello fortunato o maledetto non può che condurre all’ennesimo epilogo tragico. Il mio bambino, come suo padre, venne ucciso. Il suo corpo fu ritrovato in una cloaca. Il mio cuore non resse a quest’altro dolore in circostanze misteriose. Da quel nefasto giorno la sua anima, la sua ombra, il suo spirito si aggirano per i quartieri del centro antico, da Toledo ai Tribunali, dalla

Sapienza a Foria, passando per i cupi bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e di Pendino.

“Dove è stato vivo –scrive donna Matilde- s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, lì ricompare, nella medesima parvenza, per il terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini”.

 

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Fin qui la sua drammatica vicenda, almeno come vien fuori dalla romantica penna della nota  giornalista di Patrasso. Secondo la tradizione popolare, però, lo spiritello si presenta anche sotto spoglie diverse e da tempo immemorabile egli infesta Napoli, “apparendo in special modo a coloro, ai quali nel battesimo non erano state ben pronunciate le parole sacramentali”.

Se in qualcuno di quegli antichi e lugubri edifici del centro storico si vedeva, a notte avanzata, una striscia di tela che scendeva giù da una finestra, e poi risaliva, si sentiva un suono di “tofa”, un guaito, od altro sinistro rumore; senza dubbio in quella casa “ce steva’u munaciello”.

Pochi e spesso inefficaci i rimedi contro l’indiscrezione dello spiritello. Quando cominciava a fare capricci, infatti, c’era da disperarsi. A sentir la gente, col munaciello ci voleva coraggio, ma se si giungeva a togliergli la “scazzettella”, il colpo era fatto: per riaverla egli era anche disposto a regalare un pugno di monete d’oro; come ricorda anche Petronio nel suo Satyricon (audivi…incuboni pileum rapuisset et thesaurus inventi)”. Una delle caratteristiche dello stravagante fraticello era, infatti anche quella di dispensare denaro e fortuna. “Quando pigliava a proteggere qualcuno -spiega Luigi Correra, in un piccolo saggio pubblicato alla fine dell’Ottocento, nell’Archivio di tradizioni popolari ‘Gianbattista Basile’- allorala casa aunnava comme a l’oro (vi era cioè l’abbondanza dell’oro) il che avveniva quando nella casa vi era qualche fanciulla di cui il folletto si innamorava. Si trovavano in casa oggetti senza sapere donde fossero arrivati, e spesso pure delle vesti per l’amata donzella. Sovente quando ella saliva sul suppegno della casa, s’imbatteva in un vago fanciullo che l’invitava a giuocar seco con de’ quattrini, e poi da vero cavaliere gliene faceva presente; e così la sua bella, in breve, si accumulava un bel gruzzoletto”.

Spirito imprevedibile, dunque, a Napoli e per Napoli “lu munaciello” rimarrà, per sempre, un fantasma, figlio dell’amore negato, che continuerà a vagare alla ricerca della passione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Re Nasone

 

La gonna: La camicia. Le calze. Poi, lentamente, le mani salgono dietro la schiena a cercare i ganci del reggiseno. Gran bella donna, Maria. Lui la guardava ogni notte, mentre, ad uno ad uno, i capi della biancheria cadevano, leggeri, dietro i vetri della finestra di ***. Non era bello, e poi… quel naso. Quel nasone che gli invadeva la faccia pallida e scarna. “Tanto varrebbe che mi gettassero a mare” aveva commentato, sconfortata alla prospettiva di sposarlo, la donna che sarebbe stata costretta a diventare sua moglie. Lui, però, non era abituato a farsi troppi problemi. Era innamorato. Lo era stato duecento anni prima di un’immagine mostratagli dal padre, lo sarebbe stato, perennemente, per due secoli, di ogni donna che gli fosse capitata a tiro. Inguaribile e sfortunato. Quando era stato Re, e ora, che era fantasma. Lo spettro più blasonato di tutti i tempi era condannato a un destino ineluttabile: innamorarsi sempre, innamorarsi più che mai delle donne sbagliate. E dietro i vetri di quella palazzina, da fantasma, stava per consumare l’ennesima gaffe del suo nobile pedigree di gaffeur d’eccezione. Si era perdutamente innamorato di Maria, la promessa sposa di un feroce guappo di Napoli. Uno sgarro di tal guisa l’innominabile *** di Forcella l’avrebbe lavato volentieri col sangue. Ma quella figura pallida e spettrale di sangue non sembrava averne più nemmeno una goccia. Così, con sommo dispregio per il real blasone,*** vendicò l’onore di Maria con ettolitri d’acqua santa. E il maldestro innamorato, anche da spettro, dové battere un’ignominiosa ritirata.

Vero o falso che sia, questo è solo l’ultimo, divertente, aneddoto che si racconta a Napoli su Ferdinando IV di Borbone, meglio conosciuto come Re Nasone. La sua ombra, il profilo del suo enorme naso, ingombra le notti napoletane con tutta la goffaggine che, da vivo prima e da morto poi, si trascina come palla al piede. Sono quasi tutti disperati e spaventosi i fantasmi che infestano la città di Partenope. Solo lo spettro di Ferdinando, che vaga alla ricerca dell’amore, non fa paura nemmeno ad un bambino. Viene accolto allegramente in qualunque palazzo decida di riapparire. La sua presenza è garanzia di grasse risate. Così come la sua storia, all’insegna degli amori sbagliati e delle figure barbine. La carriera di improbabile Casanova, don Ferdinando la inaugura con la scelta della futura consorte. Il Re punta gli occhi su tre belle dame, e da quel momento la dea bendata comincia a fargli i dispetti. Le prime due concorrenti in lizza vengono brutalmente eliminate dalla competizione grazie ad un inopinato intervento della “signora nera con la falce”. Per la terza, pollice verso di papà. Morte di vaiolo le prime due aspiranti mogli (Giovanna d’Austria e Maria Giuseppa) e bocciata la terza (Amalia) da Carlo III di Spagna, il povero Ferdinando, incalzato dall’intollerabile prospettiva di un malinconico celibato, impalma Maria Carolina, figlia prediletta dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa e sorella di Maria Antonietta di Francia. Un real ripiego che gli costerà il mantenimento di quindici figli e di un imprecisato numero di amanti… Della moglie, naturalmente! Maria Carolina, infatti, oltre a distinguersi per la smodata fama di potere, può tranquillamente essere citata nel guinness dei primati per essere riuscita a collezionare, tra una gravidanza e l’altra, una quantità stupefacente di relazioni extraconiugali, intrecciate, tra Spagna, Napoli e la calda terra di Sicilia. Tutto alle spalle del buon Ferdinando, che l’ama perdutamente e non si accorge mai di niente. C’è però una giustizia (?!) anche per lo sfortunato consorte. Logorata dall’intensa attività “sentimentale”, Maria Carolina passa a miglior vita, lasciando, l’inconsolabile Nasone, tra le consolatorie braccia di donna Lucia Migliaccio da Siracusa. Gonfio d’amore e di gratitudine per la donna, che è riuscita a strapparlo dalla valle di lacrime nella quale era precipitato, don Ferdinando che fa? Regala alla sua seconda moglie una favolosa residenza, immersa  nel verde  dello splendido parco della Floridia,

 

 

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che di lì a poco sarà battezzata come Villa Lucia. L'ignaro pasticcione non immagina nemmeno lontanamente di aver offerto, come supremo dono d’amore al suo angelo siciliano, niente di meno che l’alcova nella quale erano stati consumati i roventi convegni d’amore della buonanima di Maria Carolina e del suo guardiacaccia Lalò, ultimo favorito dalla focosa regina. Una vergognosa gaffe che, nemmeno da fantasma, riesce a perdonarsi. E’ per questo, si dice a Napoli, che quando non è impegnato a spiare qualche avvenente signora del ventesimo secolo, magari intenta a spogliarsi, don Ferdinando suole ritornare tra le mura del più grande monumento alla sua regale dabbenaggine. E’ proprio tra i giardini della Floridiana che, in tanti, giurano d’averlo visto mentre si aggira nervosamente, torcendosi le mani per la rabbia. Vorrebbe trovare il modo per strapparsi di dosso l’abito da tontolone che con tanto impegno è riuscito a cucirsi in mezzo secolo di infaticabile attività. Continua a provarci, il povero Re Nasone, ma, per disdetta, continua puntualmente ad andargli male!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Leggenda di Palazzo Reale

 

Si aggira tra le sale affrescate di Palazzo Reale. Un’ombra un po’ curva che, all’imbrunire, si muove lentamente tra quelle mura nelle quali le “ragioni di Stato” segnarono duramente il  suo destino. Qualcuno, fra i tanti visitatori dell’imponente palazzo di piazza Plebiscito, l’ha incontrato. Per i custodi è un ospite fisso. Il principe Carlo, fratello di Ferdinando II di Borbone, è il più romantico tra gli spettri coronati, che, da secoli, errano nei palazzi nobiliari napoletani. Il signore di Capua riconobbe un unico sovrano: l’amore. E solo alla sua legge volle inchinarsi. Non bastarono minacce o castighi, suppliche o ordini per ricondurlo all’ordine. Né le materne e regali lacrime, né l’irriducibile intransigenza di suo fratello il Re. Nulla poté contro il sentimento tenace e prepotente che lo legò, per tutta la vita, ad una donna non sufficientemente blasonata per essere accettata dalla reale famiglia di Napoli.

L’anno è il 1865. Su un palco del teatro San Carlo, il principe di Capua, secondogenito di Maria Isabella di Spagna e di Francesco I di Borbone, consuma la sua ultima serata mondana. E’ pallido, distratto. Dissimula a stento l’ansia che lo tormenta. Per lui è una serata infinita. C’è una donna che lo aspetta. La sua donna. Attesa per una vita. Per lei si accinge, senza timore, a sfidare l’ira di un’intera famiglia. A rinunciare a titolo ed onori, agiatezza economica e riconoscimenti. Penelope Smith: bella e fragile, dolce e fiera. Una semplice turista irlandese che, nello spazio di poche settimane, si è impadronita del suo cuore. Carlo vuole sposarla, non c’è altro per lui che quella fronte bianca e delicata, quello sguardo carico di infinite promesse. Ma l’irruenta passione che lo travolge si scontra con la granitica opposizione di suo fratello Ferdinando. “Mai”, tuona il Re delle due Sicilie. “Mai” è un tempo troppo lungo per un innamorato. Per chi conta, impaziente, i minuti che lo separano dal suo sogno d’amore. Al duro diniego di Ferdinando II, Carlo oppone la più audace delle risoluzioni: la fuga. L’ultima, estenuante, farsa sul palco del Real Teatro, rigido dentro quegli abiti da cerimonia che, mai come quell’eterna serata, sembrano soffocarlo. E’, per il principe di Capua, l’estremo tributo ad un titolo che pesa come una catena. E poi via precipitosamente. Di corsa, incontro a Penelope, incontro alla libertà d’amare. Nel buio di una notte magica, in una carrozza anonima, Carlo, in nome dell’amore, rinuncia a tutti i suoi possedimenti, al titolo di principe, ad ogni appannaggio, ai vincoli di sangue.In nome dell’amore, resta sordo ai severi richiami di suo fratello. In nome dell’amore legittima il suo sentimento a Gretta Green, uno sperduto paesino della Scozia. In nome dell’amore, rifiuta il perdono del sovrano offerto al prezzo di un umiliante dichiarazione: riconoscere la sua unione come matrimonio “di mano sinistra”. Senza riconoscimenti e onori. In nome dell’amore, accetta senza rimpianti una vita di stenti, fatta di prestiti ed umiliazioni. In nome dell’amore, vaga di città in città, in perpetuo esilio con la dolce Penelope e  suoi figli. Non più  principe. Ricco solo dell’intransigente riprovazione dell’intera famiglia reale, Carlo non accennerà a un solo gesto di pentimento. Sulle prime Ferdinando, furente di fronte all’orgogliosa ribellione del fratello minore, tormenta ambasciatori di mezza Europa nel tentativo di rintracciare il fuggiasco e richiamarlo alle responsabilità del suo rango. Dopo mesi di imbarazzate risposte da parte dei nobili, investiti dello scomodo ruolo di spioni internazionali, il Re traduce in fatti le sinistre minacce tuonate contro l’insubordinato principe. Lo spoglia del suo titolo e di tutti i suoi averi, gli proibisce a vita di ritornare nel regno di Napoli. A nulla valgono le suppliche, bagnate di lacrime, di Maria Isabella, madre tenera ed indulgente, che ogni cosa avrebbe perdonato all’amato Carlo. Il nome di colui che aveva infangato un’onorata dinastia viene bandito dalla corte dei Borboni. Ma la tempesta scatenata a Napoli, non sembra turbare più di tanto i due amanti che, nonostante la solitudine e le rinunce, non rinnegano la coraggiosa scelta. Poveri ed erranti continuano ad amarsi appassionatamente. Una cosa, una sola cosa, Carlo non perdonerà mai suo fratello.

 

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Dopo tanti affronti per un unico gesto reclamerà sempre vendetta: nemmeno dopo la sua morte Penelope e figli otterranno alcun riconoscimento. Per questo, sì, la vendetta. La vendetta sul Regno, sul Palazzo e su quella città che lo ha abbandonato, dimenticato. Carlo di Borbone, fratello di Ferdinando II, torna, da fantasma, a Palazzo Reale per reclamare un ruolo e un titolo. Non per se stesso. Non per la sua già blasonata persona. Lo spettro che si agita tra le mura della dimora reale, nell’attuale piazza Plebiscito, chiede giustizia per i suoi figli e per l’unica persona che valse un regno: Penelope Smith, bella e fragile, dolce e fiera, donna della sua vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Maria d’Avalos

 

Sono in tanti a giurare d’averla vista. Bellissima ed evanescente, lunghe vesti discinte, capelli scarmigliati. Con il terrore dipinto sul volto, quello splendido volto che, né quattrocento anni, né l’oltraggio di una morte infamante, sono riusciti a segnare. Vaga tra l’obelisco di San Domenico Maggiore e il portale del palazzo di Sansevero. Nelle notti senza luna, quando la città dei vivi si addormenta, il fantasma di Maria D’Avalos si aggira, senza pace, intorno a quella piazza, a quella vetusta dimora che fu teatro d’amore e di passione, di vendetta e di morte.

Il 17 ottobre 1590, Maria D’Avavolos e Fabrizio Carafa, in una delle stanze del celebre palazzo di Sansevero, rinnovano, ancora una volta, l’eterno incantesimo dell’amore. Sono giovani, belli, innamorati. Sono felici, tra quelle mura discrete che celano, agli occhi del mondo, l’estasi e la paura di una relazione clandestina. Il desiderio, colpevole per quanti non conoscano le tempeste dei sentimenti, li ha vinti. Una volta, due, tre e ancora. Dimentichi degli obblighi. Dimentichi di un marito, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, legittimo consorte di Maria, troppo orgoglioso per tollerare l’onta di un tradimento, troppo innamorato per invocare la giustizia della legge. Il nobile Carlo, famoso madrigalista, non sa rinunciare a quella donna splendida ed irrequieta, ma non può accettare di dividerla con altri. Uomo appassionato e sensibile, grande amico di Tasso, Carlo Gesualdo “illustra musica”. Ore e ore chino su grigi spartiti a trasfondere, in struggenti madrigali, il sentimento prepotente che lo lega alla sua dama. Nelle camere ornate d’affreschi e di stucchi, tentando di tacitare il desiderio imperioso di una donna che gli sfugge, il principe di Venosa fa ascoltare, all’amico poeta, sublimi note. La sua anima dolce e ardente, l’amore immenso e disperato che lo avvince, si squaderna tutto in quelle sue composizioni dolenti. Quei malinconici madrigali, scritti al tempo delle vane illusioni e delle puntuali delusioni, nei giorni in cui non disperava di poter riconquistare sua moglie, pur sentendola ogni minuto più lontana, sono gli unici testimoni delle crudelissime pene da cui fu agitato il cuore di quell’uomo, dell’acerbo dolore che avrebbe trasformato un infelice innamorato in spietato assassino.

Tutta Napoli conosce la tresca della bella Maria con Fabrizio Carafa. La nobiltà ne parla a mezza voce, i popolani commentano, con divertita indulgenza, l’audacia dei clandestini amanti. Ma l’amore rende ciechi. Don Carlo per qualche tempo non vede o non vuole vedere quel che succede intorno a lui. Scrive d’amore pensando alla sua donna, le dedica malinconiche melodie, chiude gli occhi su una verità troppo dura da accettare. La passione dei  due giovani amanti, però, cresce ogni giorno. Presto anche la prudenza viene accantonata. Insieme, contro tutto, malgrado tutto. Nemmeno sull’uscio della camera nuziale di Maria sa arrestarsi il desiderio. I mormorii della città, si trasformano in un coro indignato. Tutti vedono. Tutti sanno.Tutti parlano. Solo il legittimo consorte della “donna senza ritegno”, continua a non vedere, a non sapere, a non parlare.

Fino a quando la benda che, per qualche mese, ha coperto gli occhi di Carlo viene brutalmente strappata via. E’ un amico “premuroso”, che si assume l’onere e l’onore d’informarlo, con spietata dovizia di particolari, dell’infamia. Pazzo di dolore e di gelosia, l’uomo tenta ancora di non arrendersi alla dolorosa verità. Concede all’adorata moglie l’ultimo, delirante, atto di fiducia: il beneficio del dubbio. Finge di partire per ritornare, a notte fonda, nella segreta speranza di trovare, sola e casta, la donna che ama. Vano desiderio. Estrema e impossibile speranza. Spalancata la porta di casa, ogni illusione si infrange miseramente contro l’immagine dei due amanti avvinti sul talamo. L’ira e la disperazione, troppo a lungo represse, impongono le loro crudeli ragioni. Il principe di Venosa si getta su quei corpi nudi, brandendo un pugnale, e colpisce con cieco furore, ancora, ancora, e ancora.

 

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Fino ad uccidere. Folle di dolore, sporco di sangue, cammina per ore lungo le vie del centro, piangendo. Poi fugge via. Il palazzo resta abbandonato. Chiuse quelle stanze insanguinate, pare alla gente del vicinato di udire ogni notte un grido alto e angoscioso e pare ancora che si aggiri., per l’oscurità delle viuzze circostanti, il bianco fantasma di Maria. Quello spettro, di certo, non abbandona la mente dell’omicida. Quel corpo stupendo e insanguinato continua a danzargli davanti agli occhi. E così, quei madrigali malinconici si trasformano in un disperato pianto melodico, che narra, singhiozzante, la funebre storia della bella Maria, vittima della passione.

Per anni, l’urlo agghiacciante della splendida e sfortunata dama, ha raggelato il quartiere. Fino al 1889, quando il crollo dell’ala maledetta del palazzo, sembra restituire un po’ di pace allo spirito errante di Maria D’Avalos. Da allora, nelle notti senza luna, l’ombra evanescente riappare muta. Si aggira silenziosa, dolente e il suo incedere spettrale sembra riecheggiare i versi ispirati al Tasso dalla sua tragica vicenda:

Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori!...

La bella e irrequieta Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I Fantasmi di Palazzo Donn’Anna

 

Era bella. Forse la più bella. Morì sola. Abbandonata, dimenticata. Mortificata dalla più mortificante delle malattie. Uccisa dal morbo dei poveri. Uccisa dai pidocchi.

Era bella. Forse la più bella. Amata, desiderata, bramata dai regnanti di mezza Europa. Giancarlo de’Medici; Taddeo Barberini, nipote del Papa Urbano VIII; Giovanni Casimiro, re di Polonia; Francesco d’Este. Tutti, proprio tutti, si erano inchinati alla sua prorompente sensualità.

Ma lei puntava al trono di Napoli. Voleva essere unica, signora e padrona, della città più bella del mondo. Fu così che Anna Carafa, la più bella tra le belle, sposò Ramiro Guzmàn, duca di Medina de las Torres, divenne vice regina di Napoli, e cominciò, lenta, a scendere tutti i gradini dell’inferno.

La sua storia, il suo segreto, che nasconde un rapimento e forse un tremendo delitto passionale, fa da scenario ad uno dei più affascinanti misteri di Napoli: i fantasmi di Palazzo Donn’Anna a Posillipo. Sono secoli, infatti, che gli abitanti della magica collina, giurano di vedere, su uno dei terrazzi del severo edificio, due figure, bianche, evanescenti, che danzano e si stringono riflesse nel chiarore debole della luna d’autunno. Chi sono quei due amanti che ancora vagano nelle notti partenopee? Anna Carafa, donna Ana di Medina, unica depositaria di quell’orribile segreto, non potrà mai far luce su una vicenda dai troppi contorni oscuri. Ci proviamo noi. Accompagnati dalla voce del popolo e dalle mille storie scritte, in punte di penna, e raccontate a denti stretti.

Era bella. Forse, la più bella. Anna Carafa aveva scelto di sposare il duca di Medina, perché sapeva benissimo che, di lì a poco, a quell’uomo sarebbe toccato il titolo di vicerè di Napoli, al posto del Monterey.

Le nozze, le fastose nozze si celebrarono nel 1636 tra le sale del Palazzo Stigliano a Chiaia. Lui l’amava. Lei amava il suo destino. Avevano, però, una caratteristica che li accomunava: erano entrambi ambiziosi, affamati di potere e di denaro. Divennero, in un anno, il vicerè e la vice regina di Napoli. E si cercarono una reggia capace di poter essere all’altezza della magione che ospitava l’unica persona un gradino più su di loro: il Re. L’attenzione cadde su un piccolo e grazioso casino denominato La Serena, a pochi passi dalla collina di Posillipo. I lavori furono affidati al più grande architetto dell’epoca, Cosimo Fanzago, e, per due anni, vi lavorarono senza sosta almeno quattrocento uomini al giorno. Anna Carafa era felice. Il suo castello avrebbe offuscato lo splendore di mille altre residenze napoletane. E così fu. Palazzo Donn’Anna divenne il simbolo della Napoli ricca e potente. Accolse feste e balli, permise alla sua “regina” di accarezzare i più sfrenati sogni di potere. Anna dalla vita voleva prendersi tutto. E almeno per alcuni anni nulla le fu negato. Inutile immaginare quale dovesse essere la sua rabbia, il suo rancore, quando scoprì che una piccola, “insignificante signorina”, era riuscita a rubarle…l’amante.

Comincia così la discesa verso gli inferi della vice regina di Napoli. Anna, sposa di Ramiro Guzmàn, ha un amante. Si tratta di Gaetano di Casapesenna, giovane nobile, habitué del Palazzo di Posillipo. L’uomo la raggiunge quando il vicerè è in Spagna, e trascorre con lei focose notti d’amore. Almeno fino a quando, un incontro inaspettato, inevitabile, non sconvolge la vita del giovane. L’occasione, per ironia della sorte, è data dalla stessa donn’Anna. La nobildonna organizza una recita a Palazzo. Commedia e danze moresche avranno due protagonisti: il suo amante e la nipote spagnola Mercede de las Torres, “giovane, bruna, dai grandi occhi limonati e dai capelli neri”. Una spagnola purosangue. Quanto basta per far perdere la testa a Gaetano di Casapesenna. I due si innamorano, si amano tra le volte del Palazzo dell’ormai detestata zia. La tresca viene scoperta.

 

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Da questo momento un alone di fitto mistero avvolgerà tutta la vicenda. Mercede, dopo un violento scontro con Anna Carafa, scompare. Ufficialmente è in un monastero il cui nome viene rigorosamente tenuto segreto. Ma a Napoli in molti sono pronti a giurare che la bella iberica è stata rapita e uccisa. Mandante dell’orribile omicidio non può che essere la vice regina. A nulla serve la disperazione di Gaetano. L’uomo cercherà la sua amata nei monasteri di tutto il Regno. Invano. Mercede è scomparsa. Il suo fantasma ritorna, ogni notte, sul terrazzo di Palazzo Donn’Anna, per incontrare l’unico grande amore della sua breve vita. Anna Carafa? Morì sola. Abbandonata, dimenticata. Mortificata dalla più mortificante delle malattie. Uccisa dal morbo dei poveri. Uccisa dai pidocchi. Era bella. Forse, la più bella.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Barchetta dell’Amore

 

Ogni notte la barchetta fantasma appare. Ma non tutti la vedono. Dio permette che solamente chi ama bene, chi ama intensamente, possa vederla. Apparisce solo per gli innamorati, i quali impallidiscono a quell’aspetto. E’ la prova dell’amore, una prova infallibile e singolare.

L’hai tu vista? L’hai tu vista la barchetta fantasma, amor mio? O sciagurata me se fui sola a vederla!”.

Lo scorcio è il più suggestivo di Napoli. A metà dei tornanti che si arrampicano lungo la collina di Posillipo. Un centinaio di gradini, tra le pareti scavate nel tufo. L’odore salmastro che sale fino in gola. E ancora giù, sotto volte ricoperte di muschio, e piccole finestre che fanno il girotondo. L’ultima rampa, già umida. L’urlo acuto dei gabbiani. E poi, di colpo, si spalanca il mare. Quell’emozione, mille volte sfiorata, mille volte mancata, che esplode nel petto e lascia senza fiato. Cento gradini per andare incontro al mare. Tre rampe ripide e sconnesse per abbracciare l’immensità e vivere l’attimo eterno dell’amore che nasce, invade, e annega tra le onde. La calata dei due Frati, l’angolo più bello e inspiegabilmente meno noto del golfo di Napoli. Un capolavoro di quell’arte di cui solo la natura sa essere artefice. L’unico scenario possibile per una magia che si rinnova, ogni sera, da secoli. La rivelazione dell’amore: officiata da chi, in suo nome, seppe sorridere anche alla morte. Aldo e Tecla: l’incarnazione di un sentimento che non conosce limiti né confini. L’amore allo stato puro che, improvvisamente, rompe tutti gli argini e dilaga, travolgendo ogni cosa. Spazzando via il passato e i vincoli inscindibili. Imponendo le sue ragioni, proclamando la sua potenza. Facendo vagheggiare una terra in cui amare non sia mai peccato. Una terra al di là del mare, dove non ci siano più legittimi mai quei corpi. Non permetterà a nessuno di sciogliere quell’ultimo eterno bacio. L’amore dei due giovani, più tenace della morte, ogni notte riappare, per consacrare, di fronte al mare, solo sentimenti a loro eguali.

“L’hai tu vista? L’ha tu vista la barchetta fantasma, amor mio?...”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Gazze della Pignasecca

 

Brutta storia.  Un  sant’uomo, un uomo di chiesa, forse addirittura un ves… un Vescovo. Scoperto in casa… cioè, a letto. Con la perpetua. Per colpa di una gazza. Per colpa di una stramaledetta gazza dispettosa.

“In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere… tutte le gazze di questa città”.

Deve essere andata più o meno così. Magari un po’ più sul pomposo, magari col latinorum di manzoniana memoria, magari con tanto di timbro, in cera lacca, della Curia arcivescovile di Napoli. Ma la bolla di scomunica, per tutte le gazze della salita che, da piazza Carità, conduce dritto dritto, a Montesanto, è stata emessa veramente. Affissa al pino più alto dell’antico bosco “Biancomangiare”, affinché tutti potessero vederela.

Brutta storia. Brutta storia, davvero. E siamo solo all’inizio. Quello che succederà dopo, tutto quello che mezza Napoli avrà modo di vedere con i suoi occhi, è solo il prologo di una delle più simpatiche e irriverenti leggende partenopee –con tanto di fantasma, naturalmente. Tramandata di bocca in bocca fino a rimanere suggellata nel nome del quartiere che ne ha fatto da scenario: la Pignasecca. Andiamo per ordine e cominciamo dalla… fine. Da quello che succede oggi e che ancora, i più fortunati, possono sentire con le proprie orecchie.

Per vivere in prima persona il brivido dei fantasmi della Pignasecca bisogna fare solo un piccolo sacrificio. Svegliarsi all’alba. Tirarsi giù dal letto, quando ancora la luce non ha inondato i vicoli e le stradine di Napoli, e scivolare lungo le vie deserte quando finestre e balconi sono rigorosamente “inserrati”. Allora, solo allora, quando ci si lascia alle spalle piazza Carità, quando si supera il mercato del pesce e il grigio Ospedale dei Pellegrini, un suono, un lamento, un disperato coro dalle tonalità inquietanti rischia di lasciare senza fiato anche il più impassibile dei turisti d’oltre confine. Son le gazze. O meglio, i fantasmi delle gazze scomunicate, che cantano a Napoli il loro dispetto. La loro condanna, per cotanta crudeltà.

Alla Pignasecca c’è chi è pronto a giurare di averle sentite davvero. Ma quel lamento, quel suono amaro non piace ai napoletani, che quasi per esorcizzare la nenia malefica, ogni mattina inondano il quartiere di mille voci decise a cancellare ogni grido del passato.

Che cosa è mai accaduto in una delle più popolate e popolari strade di Partenope? Cosa risveglia i fantasmi delle gazze del magico bosco “Biancomangiare”.

La vicenda comincia qualche secolo fa. Questa volta ripartiamo dall’inizio. Anche se date, circostanze, nomi sono coperti dal più rigido segreto. E più non bisogna “dimandare”.

In quei tempi Napoli, città magica e lussuriosa, vive momenti di ricchezza e voluttà. Anche i quartieri più poveri si abbandonano al sensuale torpore dei periodi migliori. Gli amori clandestini, i pruriti irraccontabili dei figli di Partenope, non risparmiano nessuno. Meno che mai le gerarchie ecclesiastiche. Nel quartiere parallelo a Spaccanapoli, si intrecciano storie d’amore e di tradimenti, senza troppi riguardi per il sacro abito talare. Un unico inconveniente sembra perseguitare gli amanti distratti. Le gazze del bosco vicino penetrano nelle case abbandonate alle passioni e fanno incetta di tutto. Gioielli, monete d’oro, e finanche biancheria intima, scompaiono d’improvviso per riapparire, beffardi, su qualche albero della fitta pineta. Per i Napoletani ci vuole poco. Chi rimane vittima dei curiosi furti non può che essere un adultero. Automatico. Ma che succede se su un pino della vergogna si ritrova una mitra vescovile, o magari il sacro anello della Curia? Il vescovo… Hai capito il Vescovo? Il Vescovo e la perpetua… Giù risatine irriverenti, battute al vetriolo, volgarità irripetibili.

 

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Le voci corrono veloci. Arrivano nelle case della “gente onesta”, delle mille donne che  frequentano la Chiesa. Poi, addirittura in Curia. Il Vescovo e la perpetua. In casa… cioè, a letto. Brutta storia. Brutta storia, davvero.

Per porre rimedio allo scandalo, riunioni e contro riunioni. Consulti e confessioni. Poi si opta per la “Bolla di scomunica”. Eccessivo, ma definitivo, il rimedio sembra convincere anche la Santa Sede. Una bella, seria, sacrosanta “Bolla di scomunica”. Ma indirizzata a chi? A quanti hanno esagerato con le battutacce? Alle malelingue di un quartiere troppo chiacchierone? Alle donne che hanno fatto la spia? O gli scugnizzi che hanno tirato giù dai rami la Mitra dello scandalo? No. Bisogna colpire alla fonte. Bolla di scomunica alle…

Vediamo un po’ … Ma si, “Scomunica” alle gazze ladre. E per chi non ci credesse, il documento dovrà essere affisso al pino più alto del “Biancomangiare”. E non se ne parli più.

Quando si tratta di difendere il buon nome dell’Istituzione, un po’ di secoli fa, non si badava a spese. Detto fatto. Una bella mattina i napoletani ritrovano, su uno dei fusti della pineta, un cartello. “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. Fischi e pernacchi. In perfetto stile napoletano. Un episodio, un evento curioso e inquietante, finisce, però, per scuotere anche l’intramontabile voglia di “pazziare”. Tre giorni.Solo tre giorni e il pino del bosco “Biancomangiare” perde, ad una ad una, le sue foglie. Ingiallisce. Si secca. E con lui tutti gli alberi della fitta pineta. Non solo. Anche le gazze dispettose finiscono per scomparire. D’un sol colpo, al posto del bosco, la leggenda popolare narra di una vasta distesa, arida e funesta: la Pignasecca. Sembrava uno scherzo, ma la vicenda del Vescovo sporcaccione ha finito per dare il nome ad una delle strade più antiche di Napoli. Ora di quella storia è rimasto solo un ricordo sbiadito. Non manca la battuta irriverente, non manca il sarcasmo anticlericale che, da sempre, contraddistingue i napoletani. Una sola cosa viene raccontata a bassa voce, col piglio severo, lo sguardo scuro e corrucciato: all’alba, quando ci si lascia alle spalle piazza Carità, quando si supera il mercato del pesce e il grigio Ospedale dei Pellegrini, un suono, un lamento, un grido del passato. Sono le gazze. I fantasmi della Pignasecca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Luisa Sanfelice

 

Un’ombra. Il profilo ben definito. I tratti della lunga veste, netti, contrastati. E poi il ventre, il seno, il collo. Un’ombra. L’inequivocabile ombra di una donna. Con un solo, tremendo, agghiacciante particolare. Sul collo, sul lungo e affusolato collo di neve, uno squarcio. L’ombra di un orribile taglio che ancora lascia senza fiato.Il fantasma di Luisa Sanfelice, così, appare ai napoletani ogni anno, nella notte tra il 10 e l’11 settembre. Sempre. Sempre nella stessa calda notte di fine estate, sempre nel medesimo posto: piazza Mercato, il popoloso e colorato quartiere a ridosso di Via Marina, schiacciato tra il dedalo di vicoli e stradine di Porta Nolana. Non bisogna essere molto fortunati per vederlo. Luisa Sanfelice, eroina per caso e per passione, ritorna, da quasi due secoli, a rivendicare giustizia e a espiare l’unica sua colpa: l’amore. Solo amore per il più grande e squallido doppiogiochista della Repubblica Partenopea: l’avvocato Ferdinando Ferri, che grazie alle sue losche trame, diverrà, nel 1800, ministro delle finanze del restaurato governo borbonico.

L’incredibile e triste storia della nobile signora è, forse, una delle più struggenti del confuso e folle ’99 a Napoli. Per lei, per il suo gesto estremo, nessuna pietà: il suo corpo, due lunghi giorni, penderà dalla forca di piazza Mercato, insieme a quelli di altre decine di condannati politici.

Ma di quale delitto si è macchiata la donna? Sulla drammatica vicenda anche la storia ufficiale presenta molti tratti oscuri. Luisa Sanfelice è una giovane e bellissima signora che vive separata dal  marito a Palazzo Ma stelloni, in largo della Carità. Appartiene a una nobile famiglia napoletana e, almeno per lignaggio e posizione sociale, viene considerata un’amica del Re. Non a caso, quando i Borboni decidono di distribuire dei lasciapassare, per permettere ai maggiori esponenti monarchici di scappare dall’Italia, ed evitare il probabile massacro repubblicano, uno di questi salvacondotti finisce proprio nelle mani della bella donna di Palazzo Ma stelloni. A donarle il prezioso foglio di via è l’ex ufficiale della cavalleria borbonica Gerardo Baccher, figlio di un ricco commerciante, fedele al Re.

Per la Sanfelice quel “pezzo di carta” può rappresentare la salvezza. Siamo in piena rivoluzione napoletana. Chiunque sia sospettato di essere vicino alla monarchia rischia la forca. Uomini e donne. Nessuno escluso. La dama sa bene di aver ottenuto un regalo di grande valore da un uomo con il quale intrattiene teneri rapporti di amicizia. Gerardo Baccher ama Luisa, ma ella è innamorata di un noto avvocato napoletano, esponente della Repubblica Partenopea e acerrimo nemico del Baccher. Cominciano tutti qui i problemi di Luisa. La Sanfelice, infatti, frequentando la casa di Baccher sa che, ormai, la flotta inglese sta per entrare nel golfo di Napoli. La restaurazione borbonica è questione di mesi, se non settimane. Decide quindi di assicurare la fuga al suo amante, offrendo al Repubblicano, il prezioso lasciapassare borbonico. Ferri approfitta della situazione. Accetta il salvacondotto e, senza scrupoli, denuncia tutta la famiglia Baccher alla Repubblica. I cospiratori vengono arrestati, due figli di Gerardo finiscono fucilati e Ferri diviene una specie di eroe cittadino. Per la Sanfelice, invece, la situazione si complica. I repubblicani diffidano della sua buona fede. I monarchici la dichiarano nemica del Re e della restaurazione. Siamo alle soglie del dramma. Appena le truppe borboniche rientrano a Napoli, Luisa Sanfelice viene arrestata e rinchiusa nel carcere della Vicaria, in compagnia di “prostitute e intriganti”. A nulla valgono i tentativi di scagionarla dei suoi avvocati e dei suoi amici: la donna viene condannata a morte. L’accusa? Alto tradimento. A quel punto la dama si gioca una carta disperata. Dichiara, mentendo, di essere incinta,  appellandosi ad un’antica disposizione del Regno: purché la maternità sia accertata, l’esecuzione della condanna deve avvenire almeno quaranta giorni dopo il parto.

 

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Il progetto è quello di prendere tempo, anche in vista di un'annunciata amnistia per i prigionieri politici. La Sanfelice si sottopone a numerose visite. Non mancano i medici compiacenti disposti ad aiutarla nel suo estremo tentativo di salvarsi la vita. Ma l’ostinazione di Ferdinando di Borbone contro la “traditrice” è forte. Il Re, pur di non cadere nel palese inganno, la trasferisce in Sicilia, deciso a far intervenire dottori di sua fiducia.

Per Luisa non c’è scampo. Neanche il commosso e inaspettato intervento della nuora di Ferdinando, Maria Clementina d’Asburgo, sortisce l’effetto sperato.

La moglie di Francesco I, infatti, alla nascita del principe ereditario, chiede la grazia per la Sanfelice. La  lettera, con la richiesta d’indulgenza, viene consegnata al Borbone il giorno in cui Re Nasone abbraccia il suo primo nipote maschio. Ci sono tutte le condizioni perché si consumi “il miracolo”. Ma Ferdinando, che pure aveva promesso a Maria Clementina di esaudire, alla nascita dell’erede al trono, ogni suo desiderio, rimane fermo sulle sue posizioni. Luisa Sanfelice è una condannata a morte, e tale rimarrà.

Anzi, dopo lo sfortunato intervento della nuora del Re, viene riportata a Napoli e giustiziata la notte tra il 10 e l’11 settembre del 1799 su un ceppo posto, espressamente per lei, al centro di piazza Mercato. Ironia della sorte: l’uomo per il quale la donna morirà decapitata è destinato a una brillante carriera. Dopo essere riuscito a far dimenticare il suo passato repubblicano, incolpando la Sanfelice di aver tramato al suo posto, l’avvocato Ferdinando Ferri diviene addirittura ministro delle finanze del nuovo governo borbonico.

Da due secoli, ogni anno, la notte tra il 10 e l’11 settembre, il fantasma di Luisa Sanfelice, con uno squarcio al collo, vaga disperato nella grande piazza tra via Marina e corso Umberto. Quell’ombra chiede giustizia per un destino ingrato: aver amato un doppiogiochista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Son Tre Sorelle

 

L’occhio di un passante distratto può scambiarle per statue. Cercarsi e lo sguardo nel vuoto. Un passo di troppo e l’immagine scompare, lasciando dietro un’aurea di malinconia che stringe la gola. Non gioco di luci, né sculture marmoree, ma spettri: tre giovani donne che, nelle notti di primavera, talvolta appaiono al passante frettoloso. Ferme nell’angolo più buio di piazzetta Nilo, a pochi metri dalla celebre statua che il volgo chiama “corpo di Napoli”, gli spiriti erranti di tre sorelle, accomunate dall’insana passione per uno stesso uomo, si ri trovano, tentano ancora una volta di stringersi, di cancellare il dolore e la disperazione del loro ultimo incontro. Lo scenario è Napoli angioina guidata dal “Re” più sapiente del mondo, dopo Salomone”: Roberto d’Angiò. Nel Palazzo paterno, seicentocinquanta anni fa, Donna Regina, Donnalbina e Donna Romita, figlie del Barone Toraldo, nobile del sedile di Nilo, tra le lacrime, dicono addio alle gioie della vita. Guardandosi per l’ultima volta negli occhi, salutano ogni speranza d’amore e di futuro, avviandosi alla clausura.

Un ineluttabile destino, un fatale sentimento, le condanne al monastero, cancellando per sempre il nome di una delle più importanti e ricche famiglie di Napoli.

Le tre sorelle, rispettivamente di diciannove, diciassette e quindici anni, amano lo stesso uomo. Ma il rispetto e l’affetto reciproco le obbliga alla rinuncia. Nessuna sarebbe arrivata all’altare ferendo le altre. Uccidendole, forse. La vicenda comincia poco dopo la morte del padre, il Barone Toraldo. L’uomo, per anni, dopo la scomparsa della moglie, Donna Gaetana Scauro, di nobilissimo parentado, aveva tentato di ottenere dal Re Roberto uno “special favore”: sua figlia maggiore, Donna Regina, doveva, passando a nozze, conservare il nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figli. Nel 1318, Roberto concede l’importante riconoscimento e qualche Regina, doveva, passando a nozze, conservare il nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figli. Nel 1318, Roberto concede l’importante riconoscimento e qualche anno dopo, con una lettera scritta di suo pugno, designa lo sposo per la primogenita dei Toraldo. Si tratta di uno dei cavalieri più noti del Regno, “valoroso, galante con le dame e seducente nell’aspetto”: don Filippo Capece. Per Donna Regina è gioia infinita. Da almeno due anni la “bella signora del Nilo” è perdutamente innamorata del cavaliere. Solo le nozze mancano per coronare il sogno d’amore. Il dramma, però, è dietro l’angolo. Si consumerà tre mesi dopo. “ Imbruniva -scrive Matilde Serao-.  Nel vano di un balcone sedeva Donna Regina, col libro fra le mani. Ma non leggeva”. A rompere il silenzio e i pensieri della bruna primogenita è Donna Albina. La seconda delle sorelle Toraldo ha una tremenda confessione da fare. Donna Romita, la più piccola delle tre, ama ed è ricambiata nel suo sentimento, proprio da Filippo Capace. E c’è di più. Quel giovane cavaliere ha fatto breccia anche nel suo cuore di dolente ambasciatrice.

Tre sorelle, un solo, grande, infinito amore. E’ quanto basta per sconvolgere la serenità della nobile famiglia, creare tensione e odio tra le eredi del barone. Le donne per mesi non si parlano, si evitano, mangiano e dormono separate. Fino a quando l’educazione, ma anche l’affetto fraterno, prevale. La decisione sembra obbligata. Nessuna sposerà Filippo. Con la dote del padre fonderanno tre monasteri e si daranno alla clausura. Porteranno il loro dolore dentro le grigie mura dei conventi, che di lì a poco, diventeranno i più noti e famosi di Napoli.

Ma l’amore, si sa, non si spegne. Sei secoli dopo, di notte, le sorelle Toraldo ancora vagano per la città di Partenope, che ha dedicato loro tre strade del quadrilatero greco-romano, alla ricerca dell’amato perduto. Vagano e si cercano. Si incontrano e si sfuggono. Si attraggono e si respingono. Anime in pena, uccise dalla passione. Se le incontrate, cambiate strada. Allontanatevi in silenzio, a testa bassa: il loro dolore ha bisogno di rispetto.

 

 

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Seicentocinquanta anni dopo Donna Regina,Donna Albina e Donna Romita amano ancora Filippo Capece

“valoroso, galante con le dame e seducente nell’aspetto”. I vicoli del centro storico, il misterioso dedalo di stradine intorno a piazzetta Nilo, culleranno per sempre la forza della loro rinuncia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Palazzo Sansevero

 

Morte e follia. Omicidi e Alchimia. Patti con il diavolo e improbabili resurrezioni. L’imponente facciata del cinquecento di Palazzo Sansevero ha fatto cornice a tutte, ma davvero a tutte le sfumature della magia e del mistero, dell’inquietante e dell’inspiegabile. E se c’è un luogo a Napoli che può essere consacrato monumento della leggenda, tempio dell’energia “nera” questo è senz’altro il civico N. 9 di piazza San Domenico Maggiore.

Edificato nella nella prima metà del XVI secolo dai principi di Sangro si aggiudica nello spazio di pochi anni, il titolo di Palazzo maledetto.

Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590  tre sicari, a soldo di un illustre marito tradito: Carlo Gesualdo principe di Venosa, uccidono Maria d’Avalos, moglie del famoso madrigalista e Fabrizio Carafa suo avvenente amante. Un agguato sanguinoso per mettere fine ad una delle tresche più scandalose del rinascimento napoletano. Un omicidio prezzolato contrabbandato come delitto d’onore per ripulire il nome di un principe vigliacco. La dama più bella del viceregno di Napoli, data in sposa al malinconico rampollo della nobile casata dei Gesualdo, incontra ad un ballo di corte il cavaliere Fabrizio Carafa, ambito da tutte le nobildonne per un fascino pari solo al suo lignaggio: ed è subito passione. Una passione indecente che li conduce fino dentro l’uscio della camera nuziale di Maria a consumare l’adulterio. Carlo Gesualdo, il marito tradito per difendersi dall’eco di uno scandalo che comincia di diventare imbarazzante paga tre scagnozzi per “eliminare” gli adulteri. Poi per salvare l’onore, ad omicidio compiuto, compare sulla scena del delitto ed infierisce sui cadaveri.

Una messa in scena meschina che gli consente di sfuggire alla condanna della Gran Corte di Vicaria., di guadagnare l’impunità, ma che non lo salverà dalla vendetta del fato che si abbatterà sulla sua famiglia e sul Palazzo che fu teatro di tanto scempio. Sulle volte affrescate di Palazzo Sansevero, il sangue dei giovani amanti uccisi a tradimento imprimono il marchio della maledizione. Il popolino passa trafelato davanti alla imponente facciata, non mancando mai di segnarsi la fronte. I nobili fingono scetticismo ma tra quelle stanze nessuno trascorrerebbe una notte. Le urla strazianti di Maria, sono in tanti a giurarlo, continuano a riecheggiare tra quelle mura ed il suo fantasma si aggira inquieto tra la Chiesa e l’Obelisco di piazza San Domenico Maggiore. Sarà proprio quest’alone di morte e di mistero oltre che la leggittima proprietà dell’edificio a spingere, nel ‘700 il principe Raimondo de Sangro a farne il suo quartier generale. E da quel momento aurea nera che già circondava l’edificio si fa, se possibile, ancora più cupa. Il principe mago, l’alchimista che gioca con la vita e con la morte, l’inventore inquieto e inquietante che dichiara tra il serio e il faceto di essere l’ultima incarnazione dell’ebreo errante, l’unico depositario del segreto dell’immortalità, il sacerdote delle tenebre, fa costruire un ponticello di collegamento tra “i suoi appartamenti” e la celebre cappella-laboratorio attigua. Una lingua di tufo, per trasformare in un unicum due strutture cariche di magie, due vasi comunicanti magnetismo nero. I vapori del laboratorio e i fantasmi del Palazzo, la potenza delle tenebre invocata dal principe de Sangro, e quella scatenata inconsapevolmente dal principe di Venosa: nell’immaginario popolare tutta l’area che da civico N. 9 di piazza San Domenico Maggiore si estende fino a via Francesco di Sangro:  si trasforma in una sorta di pentacolo maledetto, in una delle porte per l’inferno. Cresce la superstizione, il terrore. La misteriosa morte del nobile alchimista e la favola nera della sua resurrezione, le macchine anatomiche e le inquietati sculture che testimoniano le “diaboliche” conoscenze di Raimondo de Sangro faranno il resto. Di racconto in racconto, paura in paura la convinzione che quella zona sia consacrata al demonio si consolida. E la gente, soprattutto di notte, preferisce girare alla larga da Palazzo Sansevero. Così fino ad una mattina di settembre 1889 quando, dopo una notte di inquietanti tonfi e scricchiolii, l’ala del Palazzo collegata alla cappella crolla rovinosamente. Per la fantasia popolare è la liberazione del male.

 

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Il tempio del demonio torna nelle viscere della terra trascinando con sé gli spettri senza pace e le antiche maledizioni. La ricostruzione e le ragioni dell’edilizia residenziale negli anni contribuiranno a sbiadire le ombre cupe che avvolgevano il Palazzo. I fantasmi di Maria d’Avalos, Fabrizio Carafa e Raimondo de Sangro, la sorte malvagia che per secoli ha tiranneggiato quelle mura e coloro che osavano avvicinarsi troppo finiscono nel grande libro delle leggende che nessuno racconta più. Ma qualcuno… qualcuno a voce bassa, ancora lo ripete: di notte quando la piazza di svuota, quando le luci si spengono le ombre tornano. Torna l’ombra di una principessa uccisa mentre amava. Torna l’ombra di un’alchimista che giocando con la morte fu giocato. Torna l’ombra di una maledizione terribile. Implacabile. Eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria la Rossa: La Strega di Port’Alba

 

Era bella Maria. La più bella del quartiere. Capelli rosso fuoco e pelle d’avorio. Forme generose, labbra piene, occhi verdi. Era bella Maria. La più bella del quartiere. Aveva vent’anni, un sorriso sempre pronto a illuminarle il viso ed un fidanzato innamorato. Abitava in quella che oggi è via Port’Alba, ma che nel lontano seicento era conosciuta da tutti come largo Sciuscelle. Proprio nel tratto che collegava i due archi di Port’Alba -ultima porta aperta sulla cinta muraria partenopea per volere di Antonio Alvare de Toledo Duca d’Alba, stanco di far riparare i ripetuti fori praticati dal popolino per entrare in città senza sprecare troppo cammino- cresceva, infatti, un grande carrubo i cui frutti, da sempre, i Napoletani chiamano Sciuscelle. Una casa piccola ma dignitosa quella di Maria, all’ombra del grande carrubo, con il profumo dolce e intenso delle “sciuscelle” che si attaccava sulle vesti e sui quei suoi capelli lunghi e rossi. Rossi come il fuoco. Era bella Maria. Maria che con un sorriso “appicciava o’fuoc dint o’core”. Era bella. Innamorata. E felice. Con Michele era cresciuta e, in barba all’esercito di spasimanti che l’adulava, restava sempre lui l’unico uomo della sua vita. L’uomo con cui dividere la sua vita. E così, per licenziare definitivamente ogni corteggiatore, anche il più ostinato, decise di sposarlo quel suo fidanzato. Era bella Maria. Ancora più bella con l’abito nuziale. Per cento anni, sussurrò qualcuno. E Maria rabbrividì. Per cento anni. Pareva una bestemmia. E forse era davvero una bestemmia.

Passarono poche settimane. I due novelli sposi passeggiavano sottobraccio. Un tuono rimbombò sordo in lontananza. Stava per arrivare un temporale. Maria la rossa affrettò il passo. Suo marito la seguiva. Ma proprio sotto l’albero di carrube, mentre le prime gocce di pioggia cominciavano a cadere accadde qualcosa d’incredibile. Una forza misteriosa e prepotente sbarrò il passo a Michele. E per quanti sforzi facesse non c’era verso di avanzare. Maria sconvolta tentava di trascinarlo. Piangeva. Pregava. Ma niente. Niente sembrava poter neutralizzare quella barriera che bloccava il suo sposo impedendogli di avvicinarsi alla porta di casa. Alle grida di Maria accorse tutto il popolo del quartiere. Sotto gli occhi della folla Michele continuò a combattere per ore la sua battaglia contro quell’ ostacolo invisibile. In tanti tentarono di aiutarlo. Chi lo spingeva, chi lo tirava, chi con un bastone tentava di aprirgli un varco. Ma non c’era nessun muro da buttare giù. Chiunque poteva attraversare quel tratto. Chiunque. Ma non Michele. Michele restava bloccato al di là del carrubo. Disperato. Impotente.

Dopo qualche ora la gente del quartiere cominciò ad allontanarsi. La stessa Maria, stremata decise di ritornare a casa. A piangere ancora. A pregare ancora. A sperare che quel maleficio potesse finalmente essere neutralizzato. Michele da solo rimase sotto l’albero di carrubo. In ginocchio. In attesa. Restò lì tutta la notte. Ed il mattino successivo. Ed ancora per giorni i due sposi aspettarono. Aspettarono di potersi ricongiungere. Maria a casa sul tappeto di sciuscelle. Divisi da pochi invalicabili metri. Aspettarono. Aspettarono. Ma né il loro amore né la loro pazienza poterono qualcosa contro il feroce maleficio. Dopo l’ennesima notte d’insonne, Maria con gli occhi gonfi di pianto credette finalmente di aver capito. Il suo destino non era quello di moglie e madre. La sua chioma rossa fuoco era un messaggio della sorte che per anni si era rifiutata di voler leggere. Lei era nata per essere strega. Nessuno può sottrarsi al proprio destino. Con la morte nel cuore raggiunse suo marito. Lo abbracciò per l’ultima volta. Poi guardandolo fisso negli occhi mormorò “Miché vattene”. Non aggiunse altro. Non fu necessario aggiungere altro.

Da quel giorno Maria si trasformò in una strega, la magia quella bianca e quella nera si accorse di conoscerla come se l’avesse praticata da sempre. E nel giro di pochi anni anche il suo aspetto cambiò. I suoi lunghi capelli fulvi imbiancarono. 

 

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Il volto si coprì di una ragnatela di rughe, il suo corpo si trasformò, le spalle si curvarono sotto il peso di un destino pesante.

Difficile riconoscere la splendida fanciulla che era stata sotto quell’aspetto da megera. Maria la bella diventò brutta. Maria felice diventò cupa e torva. Maria che infiammava i cuori cominciò a fare paura. Il suo aspetto, i suoi poteri infondevano inquietudine. I vecchi amici cominciarono ad evitarla. I conoscenti la segnavano a dito. Era una strega. La strega di Port’Alba. E le streghe sono cattive. Le streghe dispensano dolore. Così, di giorno in giorno, di calunnia in calunnia, Maria diventò la favola nera del quartiere. Non c’era disgrazia o lutto di cui non le venisse attribuita la responsabilità. A quel punto il tragico epilogo era inevitabile. In piena Inquisizione una strega a Napoli: bastò una parola sussurrata all’orecchio giusto e per Maria fu la fine. Un processo sommario e la condanna, terribile di una ferocia assurda anche per quei tempi. Maria la strega fu rinchiusa in una gabbia, appesa ad un gancio sotto l’arco di Port’Alba e lasciata morire di fame e di sete sotto gli occhi del quartiere. Sotto gli occhi di chi l’aveva vista nascere, sotto gli occhi di chi si era commosso vedendola vestita da sposa, sotto gli occhi di tutti quelli che l’avevano condannata ad una morte atroce. Per giorni Maria urlò, chiese pietà. Nessuno si impietosì. I ragazzini ridevano, le comari la insultavano. Le ultime ore della sua agonia le passò in silenzio. Solo un attimo prima di spirare ritrovò la voce, Una voce cattiva, tagliente. Una voce da strega. “La pagherete. Tutti. Voi, i vostri figli, i vostri nipoti, tutti. La pagherete”. Furono le sue ultime parole.

Il suo cadavere rimase in quella gabbia per settimane. Doveva rappresentare il monito terribile di madre chiesa a chi pensasse di sottrarsi alle sue regole. Ma inspiegabilmente quel corpo, invece di decomporsi cominciò a pietrificarsi. I giudici dell’inquisizione informati dell’incredibile fatto si affrettarono a far scomparire la gabbia temendo che in quel prodigio qualcuno potesse leggere la sconfitta del bene sul male. L’unica testimonianza dell’orribile esecuzione restò quel gancio sotto l’arco di Port’Alba e un’ombra che secondo le voci del popolo da allora continua ad aggirarsi lungo quella via. Un’ombra dalla chioma rossa di fuoco, che si muove piano. E si ferma sempre nello stesso punto. Nel punto in cui quattro secoli fa cresceva un grande carrubo. Si ferma e aspetta, Chi l’ha incontrata ha detto che il suo sguardo era terribile. Chi l’ha incontrata era destinato a conoscere il dolore e la disperazione. Chi l’ha incontrata fugge da quella strada e raccomanda a tutti di percorrerla sempre ad occhi bassi. Chi l’ha incontrata ha detto che era bella. Era bella Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Streghe di Vico Pensiero

 

Avete mai incontrato una strega? Non uno di quegli esseri vecchi e laidi, che irrompono nelle favole d’ogni tempo, viaggiando in sella a una scopa. Una strega vera. Una di quelle che, prima di votarsi a messer demonio, i patti li ha stabiliti bene. Eterna giovinezza, bellezza conturbante, fascino irresistibile e magico potere. L’anima si può anche vendere, ma sconti non se ne concedono. Nemmeno a Satana. Non vi siete mai imbattuti, dunque, in una di quelle fanciulle splendide e maledette, che con uno sguardo rubano il cuore e la mente? Quelle capaci di accompagnarvi all’inferno facendovi attraversare tutte le sfere dell’estasi paradisiaca? Se il delirio della passione non vi spaventa, la sfida con il fascino diabolico vi intriga, o semplicemente, volete sperimentare, solo per qualche istante, i fremiti che l’immagine di una strega può evocare, attraversate via Tribunali, dirigetevi verso l’Archivio di Stato e… guardatevi intorno. E’ questo il luogo degli incantesimi. Dalla notte dei tempi, tra queste stradine, le magnifiche e magiche donne si aggirano a testa alta. Fino a un centinaio di anni fa vi era un vicolo cupo e misterioso, nel quale si celebrava, ogni giorno, il trionfo dell’insana passione su ogni ragionevole ragione. Vico Pensiero: lo scenario sul quale, per secoli, il potere della femminilità diabolica ha messo in scena la storia infinita dell’ossessione d’amore. Un’iscrizione, ai piedi di un basso rilievo, con sibilline parole, ammoniva gli incauti contro il fascino perverso delle streghe. “POVERO PENSIERO / ME FU ARRUBATO / PE NO LE FARE LE SPESE / ME L’HA TORNATO “. E’ la lapide posta, secondo una leggenda popolare, da un giovane delirante d’amore. Una strega diciassettenne, dai lunghi capelli neri e dagli occhi di giada, lo aveva catturato. Uno sguardo, solo uno sguardo, e per l’infelice non ci fu più nessuna possibilità di salvezza. Lo prese, come fanno le streghe, con il sorriso più dolce e le parole più tenere. Lo condusse nei luoghi della tenerezza e della passione. Si concesse a lui con il trasporto e il candore della più devota sposa. E quando non vi fu nemmeno un frammento d’anima da conquistare ancora, quando nella mente di quell’uomo non ci fu spazio che per lo splendido viso, il corpo sinuoso, il dolce nome della piccola seduttrice, ella si stancò. Non c’era più alcuna dolcezza nel suo sguardo quando lo abbandonò. Vane le preghiere, le lacrime, la disperazione sussurrata, urlata dal giovane innamorato. Voleva sposarla, lui, la sua strega. Voleva regalarle la sua vita per sempre. Di quanta ingenuità è padre l’amore. La fanciulla era stanca di giocare. Le streghe non conoscono i sentimenti, ignorano le emozioni. E così, quella sacerdotessa della passione, immune alla passione, per liberarsi di un amante divenuto ingombrante, pensò di restituirgli il cuore e la mente che gli aveva rubato. Ma l’incantesimo non poteva essere sciolto. Il povero infelice ebbe indietro un’anima ormai prigioniera, e l’eterno rimpianto per una donna che non avrebbe mai potuto essere sua. Per anni vagò lungo le strade che lo avevano visto gioioso e innamorato. Con gli occhi colmi di pianto accarezzava quei palazzi, muti testimoni di una felicità che non sarebbe mai più tornata. Poi decise di lanciare il suo ultimo, disperato grido di dolore. Di scolpire nella pietra i tormenti della sua anima, affinché, leggendoli, altri potessero sottrarsi al fascino maledetto di fanciulle belle, magiche e crudeli. L’iscrizione di vico Pensiero, per secoli, ha messo in guardia cittadini e forestieri. Poi, nel 1890, la stradina fu abbattuta per consentire i lavori di risanamento della zona e la lapide ceduta alla società storica di Napoli, dove ancora conservata. Quel luogo di incantesimi e sortilegi, al di là della toponomastica e delle ristrutturazioni, resta, però, sempre rifugio delle streghe. Ad ogni ora del giorno, nel largo antistante l’Archivio di Stato, esse si aggirano, perfide ed irresistibili.

Spingetevi fin lì e, se il fato ve lo concede, da un portone annerito dal tempo, o da un angolo remoto, potete vedere spuntare un distillato di femminilità capace di lasciarvi senza fiato.

 

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Non guardatela negli occhi, altrimenti per voi non ci sarà più scampo. In troppi hanno dovuto impararlo al prezzo di calde lacrime, d’interminabili notti insonni. Non lasciatevi ingannare dal sorriso puro, dall’accento di passione. Amare una strega significa ascendere alle vette più alte della felicità per precipitare, inesorabilmente, negli abissi più profondi della disperazione. Non sollevate lo sguardo. Non lasciatevi raggirare da quei “per sempre”. “Per sempre” sarà solo per voi. Le streghe non restano. Le streghe prima o poi fuggono, lasciando dietro di sé il acervo tormento. Per sempre!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Appendice

Gli Antichi Mestieri

 

 

 

 

“Racconti di Partenope”

 

(dal XIV al  XIX secolo) 

 

 

 

Prefazione

Napoli, città e porto della Campania, capol. di prov. e di regione, sul golfo di Napoli, a 10 m d'alt.; 117,27 km²; 1.020.120 ab. (Napoletani o Partenopei). Sede arcivescovile. Università. Aeroporto internazionale (Capodichino). Napoli è, dopo Roma e Milano, la terza città d'Italia per il numero degli abitanti è la più importante città del Mezzogiorno. Favorita da clima mite e costante (la temperatura media annua è di 17 ºC), si estende ad anfiteatro sul pendio di colline digradanti lungo il litorale del golfo omonimo, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, in uno scenario di bellezza incomparabile, cantato da innumerevoli poeti e scrittori (Virgilio, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Milton, Shelley, Cervantes, Goethe, Byron, ecc.). Fino al  XIII sec. l'estensione della città rimase assai limitata; le diverse dominazioni subite in seguito corrispondono ad altrettante tappe del suo sviluppo urbanistico. All'epoca della conquista angioina (1266) la città contava 40.000 ab.; la sua nuova funzione di capitale ne aumentò l'importanza, con conseguente incremento demografico e urbanistico. All'inizio del  XVI sec., i suoi abitanti erano 110.000. Alfonso d'Aragona e i suoi successori ampliarono la superficie del territorio urbano erigendo nuove mura; in seguito, il dominio spagnolo modificò il carattere della città, poiché il viceré don Pedro de Toledo attirò a Napoli le grandi famiglie nobili, e numerosi palazzi vennero costruiti verso ovest, tra le mura e la collina di Sant'Elmo (ove poi si sviluppò il Vomero), in posizione elevata e salubre; fu aperta l'ampia strada detta via Toledo e si svilupparono i cosiddetti quartieri spagnoli. Nel 1656, Napoli era la più popolosa città dell'Europa occidentale, con 360.000 ab.,
ma in quell'anno un'epidemia di peste li ridusse a circa la metà, e occorse un secolo intero perché la popolazione napoletana ritornasse numerosa com'era prima della pestilenza. Divenuta, con Carlo di Borbone, nuovamente capitale di regno, Napoli conobbe un nuovo sviluppo. Alla fine del  XVIII sec., la città cominciò ad assumere l'attuale aspetto urbanistico ed edilizio, e le colline di Sant'Elmo e di Capodimonte si coprirono di nuovi palazzi e quartieri; ai primi del  XIX sec., gli abitanti erano 441.000. Tale sviluppo proseguì, senza obbedire a un piano prestabilito,
fino a che, in seguito a una terribile epidemia di colera (1884), le autorità furono indotte a intraprendere grandi lavori di risanamento; fu sventrata la parte bassa della città antica e furono aperte nuove ampie arterie (rettifilo di corso Umberto I). Diversamente da altre grandi città italiane, Napoli, che aveva perduto il rango di capitale, non risentì in misura notevole le conseguenze dell'unità italiana: continuò a svilupparsi in relazione all'attività economica propria e i suoi sobborghi raggiunsero Pozzuoli a ovest e Portici a est, mentre altri, nuovi, sorgevano lungo le strade di Capua e di Caserta, a nord. Nel 1931 la città contava 840.000 ab.; 866.000 nel 1936. Le distruzioni belliche (durante la seconda guerra mondiale, circa 100.000 vani d'abitazione e il 65% degli impianti industriali andarono distrutti), le demolizioni di alcuni quartieri (rione Carità, ecc.),la costruzione di moderne zone urbane (a ovest, i quartieri amministrativi e turistici; a est, quelli commerciali), lo sfollamento dei "bassi", l'intenso processo di industrializzazione, prima, e di terziarizzazione del complesso urbano, poi, hanno apportato considerevoli modifiche all'aspetto della città. Questa ha visto dapprima crescere il numero dei suoi abitanti (intorno a un milione, nell'immediato dopoguerra) fino a raggiungere la soglia di 1.200.000 e a superarla di diverse decine di migliaia di unità all'inizio degli anni Settanta. Da allora il numero ha incominciato lentamente ma costantemente a diminuire (1.067.365 al censimento 1991). Il carattere particolare di Napoli sta anche nel vivo contrasto che si rileva nella città stessa, dove, dietro i grandi palazzi dalle ricche facciate prospicienti le maggiori arterie, innumerevoli abitazioni sovrappopolate, più o meno misere, si addensano in isolotti separati da viuzze strettissime: è qui, nei vicoli, che scorre la tipica vita napoletana, in un'atmosfera rumorosa e vivacissima. Lungo il mare, invece, sul quale si affacciano gli alberghi di lusso, un immenso viale (suddiviso in via Caracciolo e via Partenope) offre un magnifico panorama sul golfo e sul Vesuvio. Castel dell'Ovo, antica fortezza normanna, domina l'incantevole porto di Santa Lucia, in cui si addensano i pescherecci. I sobborghi sulla riva del mare terminano a ovest, dopo la pittoresca Mergellina, a Posillipo, quartiere residenziale, le cui ricche ville si scaglionano a gradinata sui pendii dei Campi Flegrei, al di sopra di Marechiaro, la piccola località di pescatori immortalata dalla poesia. Quattro funicolari collegano i vecchi quartieri della pianura a quelli collinari. L'agglomerato di Napoli svolge un'importante attività economica, in gran parte dipendente dal porto. Completamente distrutto durante la seconda guerra mondiale, è stato ricostruito e dotato di moderne attrezzature (darsene, bacini di carenaggio, silos, ecc.). Per il traffico passeggeri, che acquistò grande importanza all'inizio del   XX sec., all'epoca della massiccia emigrazione degli Italiani verso il Nuovo Mondo, oggi il porto di Napoli è il primo d'Italia, con oltre 5 milioni di passeggeri imbarcati e sbarcati in un anno. Oltre al traffico, prevalentemente turistico, con le isole dell'arcipelago napoletano (la città è collegata anche da servizi di aliscafi con Capri, Ischia e Sorrento), è intenso anche quello regolare con le isole Eolie, Messina, Palermo, Cagliari. L'attività del porto mercantile (uno dei primi d'Italia)  non ha cessato di aumentare, grazie a vari fattori: l'importanza del suo retroterra che, sebbene poco esteso, richiede grandi quantità di beni di consumo (cereali, carbone, coloniali); il carico dei prodotti agricoli d'esportazione (ortaggi, legumi e frutta, agrumi; prodotti caseari: mozzarelle, provole e provoloni, ecc.) e soprattutto l'esistenza nel capoluogo e nei comuni limitrofi di importanti industrie di trasformazione di materie prime pesanti  (raffinerie di petrolio, cementifici) e di costruzioni ferroviarie, automobilistiche e aeronautiche (stabilimenti Alfa Romeo e Aeritalia di Pomigliano d'Arco). Per quanto riguarda più strettamente il capoluogo, si è registrato un progressivo fenomeno di deindustrializzazione, con la chiusura di numerose iniziative e la ricollocazione di altre fuori del centro urbano o addirittura in tutt'altra località.
Esempio di questa nuova tendenza è lo smantellamento del polo siderurgico di Bagnoli, località inserita in un progetto di riqualificazione territoriale. Ancora rilevanti, a Napoli città, sono le industrie metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto, seguite dai rami del vestiario, del tessile e dell'abbigliamento (in costante diminuzione), da quelle cartarie e poligrafiche, delle pelli, del cuoio e delle calzature, dai settori alimentare, della ceramica e del legno, nonché da una miriade di iniziative minime o piccole di ogni genere appartenenti a un "secondo circuito" sommerso, o "nero", il cui peso reale risulta difficilmente valutabile. La contemporanea sensibile avanzata delle iniziative del settore terziario ha compensato solo in parte la perdita di posti di lavoro nell'industria - sicché la disoccupazione è aumentata - senza peraltro portare a una reale soluzione dei gravi problemi infrastrutturali (primi fra tutti quello della mobilità delle merci e dei lavoratori pendolari e quello della fornitura di dotazioni civili soddisfacenti e adeguate al ruolo di terza città d'Italia) che sono fra le concause del declino industriale e demografico della metropoli partenopea. Con poco più di 2,5 milioni di passeggeri transitati nel 1995, l'aeroporto di Capodichino pone Napoli al terzo posto in Italia dopo gli scali passeggeri di Roma e di Milano. Napoli è inoltre importante nodo stradale, autostradale e ferroviario e ha un'intensa attività commerciale.  Sviluppata è l'industria turistico-alberghiera. La città di Napoli vanta nobili tradizioni culturali: oltre all'antichissima università (1224), importanza notevole hanno l'Istituto universitario navale, l'Istituto universitario orientale, l'Istituto italiano di studi storici,  l'Istituto di fisica nucleare, il Centro internazionale di studi archeologici Amedeo Maiuri, l'Accademia pontaniana, l'osservatorio astronomico (Capodimonte), l'osservatorio vesuviano, l'orto botanico, la stazione zoologica con l'acquario, oltre alle biblioteche (Nazionale, Farnese, Gioacchina) e ai musei. Tra le manifestazioni annuali notevoli: la festa di San Gennaro, con processioni; la festa di Piedigrotta (settembre), la Fiera internazionale della casa, arredamento, abbigliamento, edilizia, alla Mostra d'oltremare (giugno-luglio), il Luglio musicale a Capodimontee l'Autunno musicale al Teatrino di corte di Palazzo Reale. Napoli è patria di innumerevoli artisti (Bernini, Salvator Rosa, Luca Giordano, Vanvitelli, G. Gigante, V. Gemito, ecc.), musicisti (D. Scarlatti, R. Leoncavallo, E. A. Mario), poeti e scrittori (Stazio, I. Sannazzaro, G. B. Marino, G. B. Basile, G. B. Vico, G. Filangieri, P. Colletta, S. di Giacomo, G. Marotta), patrioti e uomini politici (F. Caracciolo, C. Poerio, L. Settembrini, C. Pisacane, V. Imbriani, A. Diaz, A. Labriola, E. De Nicola) e uomini di teatro (E. Scarpetta, E. Caruso, Totò, i De Filippo, ecc.). Nei pressi della città si trovano le città romane di Pompei ed Ercolano, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina, il monte Faito verso SE; Capri a sud; verso ovest, i Campi Flegrei, Pozzuoli, con la solfatara, Agnano (terme; ippodromo nazionale), Camaldoli e le isole di Ischia e Procida. La  provincia di Napoli è per estensione una delle più piccole province italiane, ma è la più densamente popolata: 1.171 km²; 3.110.970 ab. distribuiti in 92 comuni, con una densità di 2.657 ab. per km². Il comune di Napoli addensa sul 10% del territorio provinciale il 33% della popolazione. Gli altri 91 comuni avevano nel 1951 una popolazione di 1.071.000 ab. Il denso reticolo di città minori e borghi, che si raccoglie entro un raggio di 25-30 km dal capoluogo, costituiva già allora un'area metropolitana atipica, con poche attività industriali e una base economica in cui prevalevano piuttosto l'agricoltura intensiva, la pesca, il turismo.
La popolazione dell'hinterland di Napoli è aumentata in misura non fortissima ma continua nei decenni successivi: 1.238.000 ab. nel 1961, 1.483.000 dieci anni dopo, 1.759.000 nel 1981 e 1.948.000 ab. nel 1991.
L'intera provincia costituisce uno spazio fortemente urbanizzato. I comuni più popolosi sono quelli costieri del golfo di Napoli: Pozzuoli, Portici (64.180 ab.), Ercolano, Torre del Greco (98.749 ab.), Torre Annunziata e Castellammare di Stabia; Sorrento e le isole di Capri e Ischia sono i centri storici del turismo partenopeo. Nella pianura a nord di Napoli si sono sviluppati sobborghi residenziali e industriali: Casoria, Giugliano in Campania, Afragola, Acerra e Pomigliano d'Arco dove hanno sede i grossi complessi industriali dell'Alfa Romeo, FIAT e dell'Aeritalia. I centri ai piedi del Vesuvio, meno popolosi, sono collegati ad anello dalla strada e dalla ferrovia circumvesuviana.
Pompei è già ai confini con la provincia di Salerno. A est la pianura di Nola conserva caratteristiche in parte agricole. L'agricoltura ha carattere intensivo; la viticoltura (Epomeo, Campi Flegrei, Vesuvio) dà vini pregiati: capri bianco, lacrima Christi, falerno, gragnano, vesuvio e i vini d'Ischia; oltre alla vite, si coltivano ortaggi, frutta, canapa, agrumi, olivi. Notevoli le estensioni boschive (castagneti). Attiva è la pesca a Procida, Pozzuoli, Torre del Greco, ecc. L'industria è varia: oltre alle industrie del capoluogo, attive sono le industrie navali, tessili, e soprattutto alimentari (ortaggi, pomodori e frutta conservati; paste alimentari). Alle già affermate industrie chimiche (Napoli, Torre Annunziata), ai cantieri navali (Napoli, Castellammare di Stabia), alle manifatture di tabacco, agli stabilimenti farmaceutici (Napoli), meccanici (Pozzuoli), alimentari (paste, conserve, gelati), aeronautici (Fusaro), tessili (Capodichino), si sono aggiunti i grandi impianti di Pomigliano d'Arco.
Tuttavia il processo di industrializzazione da solo non è bastato a risolvere tutti gli antichi problemi locali:
la disoccupazione mantiene valori elevatissimi, le dotazioni civili sono in larga parte insufficienti e anche sulla provincia si esercita, non meno che sul capoluogo, il peso opprimente della malavita organizzata, sicché quella di Napoli è l'unica fra le quattro grandi province metropolitane italiane che ancora presenta evidenti aspetti di sottosviluppo. Fra le attività del terziario, oltre a quelle che fanno capo ai servizi pubblici, intensa è ovunque l'attività commerciale e sviluppatissimo è il turismo (Sorrento, Capri, Ischia, Pompei). Frequentate sono le stazioni termali dell'isola d'Ischia, di Agnano e Pozzuoli. Centri principali: Torre del Greco, Portici, Casoria, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre Annunziata, Afragola, Giugliano in Campania.
L'antica Neapolis ("Città Nuova") fu fondata da un gruppo di coloni cumani stabilitisi a Parthenópe (Partenope), già insediamento fenicio e poi, nel VII sec. a.C., rodiese. Divenuta ben presto la città più importante della Campania,
intorno alla metà del  Vsec. accolse molto probabilmente dei coloni attici e, verso il 420, i rifugiati di Cuma, conquistata dai Sanniti, nel sobborgo di Palepoli (Paláiopolis, "Città Vecchia"). Assediata nel 327 dal console Publilio Filone, si arrese l'anno successivo, divenendo alleata di Roma, alla quale rimase fedele sia durante la spedizione di Pirro sia nel corso della guerra annibalica. Nonostante la concorrenza del porto di Puteoli (Pozzuoli) e la distruzione subita nell'82 a.C. da parte dei partigiani di Silla, nell'ultimo secolo della repubblica e durante l'Impero fu assai florida economicamente e famosa, oltre che per le sue bellezze naturali, anche come centro culturale d'impronta greca (Virgilio vi studiò presso la scuola di Sirone, stabilendosi più tardi nella villa  forse ereditata dal maestro, e vi fu sepolto). Eretta a municipio nel 90 a.C. e a colonia sotto Claudio, conservò tuttavia fino al Basso Impero la lingua e le istituzioni greche. Nel 476 vi fu imprigionato Romolo Augustolo, ultimo imperatore d'Occidente. Gli Ostrogoti sottomisero Napoli senza difficoltà (493), ma la città venne gravemente danneggiata dalla riconquista bizantina, che si realizzò faticosamente tra il 536 e il 553. Napoli si risollevò sotto l'amministrazione bizantina (rappresentata da giudici e duchi) e sotto il patrocinio dei vescovi, e tanto crebbe in potenza, da respingere tutti i tentativi di conquista dei Longobardi (581, 592, 599) e da imporsi agli stessi Bizantini come una base indispensabile per la conservazione dei loro domini in Italia. In cambio di questa collaborazione, Bisanzio concesse ai Napoletani un'ampia autonomia, fondata essenzialmente sul diritto di eleggere il proprio supremo magistrato, il duca. Per questa via, il vincolo di dipendenza di Napoli dall'imperatore si allentò sempre più e si ruppe di fatto sotto il duca-vescovo Stefano II (763). Capitale per quasi quattro secoli (763-1139) di un ducato che si estendeva molto al di là delle sue mura, Napoli riuscì a salvare la sua libertà e a sviluppare le sue attività economiche e culturali con una politica ora di forza ora di accortezza, che ebbe momenti epici nella lotta, assidua e vittoriosa, contro i musulmani (secc.  IX e  X) e tortuose vicende nei complicati e instabili rapporti con le altre forze prementi sul Mezzogiorno: il papato, il Sacro romano impero, Bisanzio e i principati locali derivati dal disfacimento del ducato longobardo beneventano. Ma le esigenze contingenti di tale politica indussero il duca Sergio IV di Napoli a favorire il primo insediamento ad Aversa (1030) di quei Normanni che, nel giro di un secolo, sottomisero e unificarono nel regno di Sicilia tutta l'Italia meridionale, Napoli compresa (1139). La conquista fu compiuta da Ruggero II, primo re di Sicilia, a prezzo di una lunga lotta, che nella sua ultima fase impegnò tutto il popolo nella difesa dell'indipendenza della città. Sotto i re normanni Ruggero II (1130- 1154), Guglielmo I il Malo (1154-1166) e Guglielmo II il Buono (1166- 1189), in mezzo secolo, Napoli si adattò non senza resistenze e sommosse (anche a sfondo sociale: nobili contro popolani) alla parte non più di capitale (la capitale del regno era Palermo), ma di capoluogo di una provincia che conservava il nome di principato di Capua. Ruggero II le garantì l'autonomia amministrativa (con una forte accentuazione aristocratica), Guglielmo I ne consolidò le difese (Castel Capuano, inizio di castel dell'Ovo), Guglielmo II temperò in senso popolare l'amministrazione. Quest'atto conciliò definitivamente i Napoletani coi Normanni così che quando, morto Guglielmo II (1189), Enrico VI di Svevia intraprese la conquista del regno di Sicilia, Napoli si schierò col suo rivale Tancredi di Lecce cugino di Guglielmo II, che la colmò di privilegi e di favori, e ne ebbe in cambio leale e generoso aiuto nella guerra contro lo Svevo, al quale la città si arrese soltanto dopo un'eroica resistenza (1194). Punita da Enrico VI con la demolizione delle mura e la revoca di ogni autonomia, la città sopportò di malanimo il regime dispotico e fiscale di Federico II, peraltro temperato da alcune illuminate iniziative (fondazione dell'università, 1224, limitazione dei privilegi nobiliari, incremento dei traffici, ricostruzione delle difese, ecc.). Dopo la morte di Federico II (1250), partecipò attivamente alla lotta antisveva promossa dai papi e, pur avendo per qualche tempo (1254-1266) accettato il dominio di Manfredi, dopo Benevento si sottomise a Carlo d'Angiò (1266), che proprio a Napoli fece decapitare Corradino, ultimo rampollo della casa sveva (1268). Sotto la dinastia angioina (1266-1442) Napoli riacquistò dignità di capitale dopo che la Sicilia, con la rivolta dei Vespri (1282), passò agli Aragonesi; crebbe il suo peso politico, crebbero la popolazione, l'area cittadina (arricchita di nuovi quartieri e monumenti, quali la reggia di Castel Nuovo), le attività economiche e culturali, favorite, queste, anche dal mecenatismo dei re, soprattutto di Roberto il Saggio; anche l'amministrazione cittadina, affidata ai cosiddetti Seggi o Sedili, svolse un'azione abbastanza efficace. Ma si inasprivano intanto gli squilibri, i contrasti sociali e il fiscalismo; per di più, dalla morte di Roberto (1343), si scatenarono quelle lotte dinastiche, che sboccarono nell'affermazione di Alfonso V (I) il Magnanimo, re d'Aragona e di Sicilia, che conquistò Napoli dopo un lungo assedio (1441-1442), stroncando le ultime vane speranze e resistenze degli epigoni della casa d'Angiò. I re aragonesi, nonostante le loro benemerenze soprattutto nel campo culturale e la loro magnificenza incontrarono difficoltà nel conquistarsi il favore popolare, tra l'altro per aver condotto a Napoli un gran numero di Catalani, a occupare posizioni-chiave nella politica e nell'economia, dove già operavano largamente altri forestieri, di origine francese, toscana, veneziana. Alfonso V (I) e Ferdinando I (Ferrante) non riuscirono ad arrestare le crescenti correnti avverse che, dopo l'ammonitrice congiura dei Baroni (1485- 1486), si manifestarono nell'accoglienza trionfale a Carlo VIII di Francia (1495) e successivamente nelle lotte franco-spagnole, che si conclusero nel maggio 1503 con l'ingresso di Consalvo di Cordova, il quale prese possesso di Napoli in nome di Ferdinando II (III) il Cattolico. Durante il regime dei viceré spagnoli (1503-1707), Napoli mantenne una formale autonomia, ebbe una rigogliosa ripresa urbanistica, prese, soprattutto ai tempi dell'imperatore Carlo V, respiro di metropoli di importanza e fama internazionali; ma pagò tutto questo a caro prezzo; tanto più caro quanto più il predominio della Spagna, dopo l'apogeo, venne declinando nel XVII sec. In un ambiente di stridenti contrasti culturali ed economico-sociali e sotto il peso di un fiscalismo sempre più pesante, scoppiò la rivolta popolare legata al nome di Masaniello (1647), seguita da un infelice esperimento repubblicano e da un tentativo di occupazione francese e conclusa col ritorno allo statu quo (1648), con l'aggravante di un tenace strascico di rancori, e di sussulti politici e sociali, caratterizzati
da costanti conflitti tra nobili e popolani e da mutevoli atteggiamenti degli uni e degli altri nei confronti dei dominatori spagnoli. Il passaggio dalla dominazione spagnola all'austriaca, durata dal 1707 al 1734, non modificò la formula del regime vicereale, né le condizioni generali della popolazione; suscitò anzi qualche rimpianto del passato, tanto che l'avvento di Carlo III (VII) di Borbone (1734-1759), figlio del re di Spagna Filippo V, vincitore degli Austriaci e istauratore della nuova dinastia, fu accolto dai Napoletani con largo favore, come inizio della restaurazione della città nel rango di capitale di un regno indipendente e sovrano. I Borboni non delusero le aspettative dei loro nuovi sudditi: Carlo e il suo successore Ferdinando IV diedero un notevole impulso alla vita della città sotto ogni aspetto: politico-amministrativo, monumentale, soprattutto culturale (G. B. Vico e gli illuministi Genovesi, Galiani, Pagano, Filangieri, ecc.) e intrapresero alcune riforme d'ispirazione illuministica. La Rivoluzione francese e le conseguenti guerre coinvolsero Napoli, dove si susseguirono l'effimera Repubblica Partenopea (1799), espressione della volontà di un'esigua minoranza "giacobina" senza radici nella popolazione, e l'occupazione francese, che portò al trono prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Nel periodo francese (1806- 1815), la città ebbe nuova amministrazione (i decurioni, per altro già introdotti da Ferdinando IV nel 1800) e nuovo incremento urbanistico e culturale; ma ciò non bastò a far dimenticare, soprattutto al popolo minuto e al clero, la vecchia dinastia riparata a Palermo. Perciò la restaurazione dei Borboni, ora in veste di re delle Due Sicilie (Ferdinando IV, ora I, Francesco I, Ferdinando II, Francesco II, dal 1815 al 1860), fu accolta con soddisfazione dalla maggioranza della popolazione. La città di Napoli, nonostante lo spirito retrivo e l'inerzia dei re, continuò a progredire: a Napoli fu costruito il primo battello a vapore (Ferdinando I, 1818), inaugurata la prima ferrovia (la Napoli-Portici, 1839), adottate le prime comunicazioni telegrafiche d'Italia; nel 1848 la marina napoletana era la terza d'Europa, i traffici, specialmente marittimi, prosperavano, il costo della vita era modesto e la tassazione media tenue. Nel campo della cultura, basterà ricordare Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Bertrando Spaventa, e molti insigni politici, tutti più o meno attivamente partecipi al movimento risorgimentale. A questo Napoli concorse coi moti del 1820-1821 e del 1848, entrambi tragicamente falliti; le iniziative liberali di Francesco II  (concessione della costituzione, giugno 1860) anticiparono di pochi mesi la conquista di Garibaldi (7 settembre) e la formale annessione del regno agli Stati sabaudi (plebisciti dell'ottobre). Da quel momento la storia di Napoli si inserisce nella storia d'Italia: tra le benemerenze della città, duramente provata dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, meritano ricordo le quattro giornate di lotta popolare, che la liberarono dall'occupazione tedesca (25-28 settembre 1943). La pianta della città greca è stata ricostruita con sufficiente sicurezza, ma gli avanzi riconoscibili si limitano ad alcuni tratti delle mura del   V sec. a.C. All'età romana sono invece da ascriversi i resti del teatro, del tempio dei Dioscuri, dell'Odeon, di alcuni impianti termali. Tra i più importanti monumenti dei primi secoli del cristianesimo sono le catacombe di San Gennaro, con ampie gallerie, sostenute talora da pilastri ricavati nel tufo, decorate con affreschi, i più antichi dei quali risalgono al  II sec. Altri antichi cimiteri cristiani sono le catacombe dette di San Gaudioso e di San Severo. All'età costantiniana, secondo il Liber pontificalis Ecclesiae neapolitanae, risale la basilica di Santa Restituta, in origine a cinque navate, radicalmente trasformata nel Trecento, quando venne incorporata nell'attuale duomo, e una seconda volta dopo il terremoto del 1688. Altri edifici paleocristiani notevoli per la ricerca di effetti pittoreschi e scenografici, propri della tradizione architettonica della città, sono la chiesa di San Gennaro extra moenia, fatta elevare accanto alle catacombe dal vescovo Severo (fine  IV sec. - inizio  V sec.),
con una sola vasta navata preceduta da un portico (trasformata a tre navate nel  IX sec.), quella di San Giorgio Maggiore, che conserva intatta, dopo i rifacimenti del  XVIIIsec., la parte absidale, quella di San Giovanni Maggiore (VI sec.) e il battistero di San Giovanni in Fonte, (V sec.), a pianta quadrata, con cupola su alto tamburo poggiante su voltine angolari. Scarse sono le testimonianze artistiche di età preromanica e romanica: elementi ancora di gusto classico sono riconoscibili nel campanile di Santa Maria Maggiore ( XI sec.), come pure, ma uniti a motivi orientali, nei rilievi dei plutei di Santa Restituta, di una transenna in San Giovanni Maggiore e di un fregio, proveniente dalla stessa chiesa e conservato nel Palazzo Arcivescovile, con inciso sul retro un calendario del  IX sec. In pittura la rielaborazione di schemi bizantini del ciclo di affreschi di Sant'Angelo in Formis venne ripresa fino al Duecento, come nelle tavole raffiguranti San Domenico e il Crocifisso tra la Vergine e San Giovanni Evangelista della chiesa di San Domenico. Divenuta capitale del regno degli Angiò, Napoli tornò a imporsi come grande centro artistico: fiorentissima fu soprattutto l'attività architettonica, grazie all'opera di maestri francesi, e anche locali, che diffusero nella città il gusto per le slanciate strutture gotiche in numerosissime chiese, da San Lorenzo Maggiore (iniziata nel 1267) con vasta abside poligonale, deambulatorio e cappelle radiali, a San Domenico Maggiore (1289-1324) e al duomo (1294-1323) a tre navate, con cappelle laterali; da Santa Chiara (1310-1328), con gli eleganti chiostri dei minori e delle clarisse, a Sant'Eligio (1270), a Santa Maria Donna Regina (inizio del  XIV sec.), a San Giovanni a Carbonara (1343): tutti edifici che subirono tuttavia più o meno vasti rifacimenti nei secc.  XVII e XVIII. All'età angioina risalgono anche il Castel Nuovo ( XIII sec; ricostruito nel  XV sec.) e il castel Sant'Elmo (1329) dominante la città dal Vomero. Da tutte le regioni d'Italia, e in particolare dalla Toscana, affluirono allora nella città artisti fra i maggiori del tempo che contribuirono a renderla più splendida con le loro opere: Pietro Cavallini, circondato da una vasta schiera di collaboratori, affrescò le pareti e il coro di Santa Maria Donna Regina, Simone Martini nel 1317 dipinse per Roberto d'Angiò la grande pala con San Ludovico da Tolosa che incorona Roberto d'Angiò (Napoli, Museo di Capodimonte) e nel 1321 eseguì affreschi e un polittico per la cappella di Castel Nuovo, opere perdute come quelle che Giotto lasciò tra il 1329 e il 1332 nello stesso Castel Nuovo e in alcune cappelle della chiesa di Santa Chiara. Tra gli scultori, Tino di Camaino, giunto a Napoli tra il 1323 e il 1324, trascorse tutta l'ultima parte della sua vita al servizio degli Angiò, eseguendo i grandiosi monumenti funebri di Caterina d'Absburgo (San Lorenzo Maggiore), di Maria d'Ungheria (Santa Maria Donna Regina), di Carlo d'Angiò l'Illustre, duca di Calabria, e Margherita di Valois (Santa Chiara),  esercitando un'influenza decisiva sugli scultori locali e anche sui fiorentini Giovanni e Pace, autori del monumentale sepolcro di Roberto d'Angiò in Santa Chiara. Nel corso del Quattrocento, con il passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese, le forme rinascimentali si vennero gradualmente imponendo, nonostante il tenace permanere di motivi gotici, nella ricostruzione di Castel Nuovo (1443-1453) e nell'arco di Alfonso d'Aragona, alla decorazione del quale collaborarono, sotto la direzione di Guillermo Sagrera, numerosi artisti italiani e stranieri, in un ambiente caratterizzato da vasta circolazione di diversi fermenti culturali,
nel quale si formarono anche Francesco Laurana e Niccolò dell'Arca. Negli ultimi due decenni del secolo l'attività di grandi architetti come Giuliano da Maiano, cui si deve la villa di Poggio Reale (distrutta) e la Porta Capuana (1484), e Francesco di Giorgio Martini fu di grande importanza per l'affermarsi del gusto rinascimentale toscano in numerosi palazzi (Marigliano; Filomarino; Gravina) e chiese (Sant'Anna dei Lombardi; Santa Caterina a Formiello) della fine del  XV sec. e della prima metà del  XVI. Per quanto riguarda la pittura, alla corte di Renato I il Buono d'Angiò prima, e di Alfonso I d'Aragona poi (Alfonso V il Magnanimo), furono attivi artisti provenienti da ogni parte d'Europa, e in particolare provenzali, francesi, borgognoni e iberici, ma l'ambiente fu dominato, intorno alla metà del secolo, da Colantonio cui si riconnette l'attività giovanile di Antonello da Messina. Nella seconda metà del Cinquecento continuarono a prevalere, sia in architettura sia in pittura, le forme rinascimentali, ma un nuovo splendido periodo dell'arte napoletana iniziò fin dai primi decenni del  XVII sec., con il formarsi di una vigorosa tradizione pittorica subito dopo il breve soggiorno del Caravaggio (1607). Battistello Caracciolo e lo spagnolo Jusepe de Ribera ne furono i brillanti iniziatori, seguiti da Francesco Fracanzano e Pietro Novelli, detto il Monrealese. Poco prima della metà del secolo il Domenichino e il Lanfranco, attivi il primo nella cappella di San Gennaro in duomo, il secondo nell'oratorio dei Nobili al Gesù Nuovo, e nella stessa cappella di San Gennaro, introdussero nella città elementi di gusto carraccesco che presto si incontrarono e fusero col filone di derivazione caravaggesca nell'opera di Massimo Stanzione, Pacecco de Rosa, Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Mattia Preti, mentre appartata si svolse l'arte di Bernardo Cavallino, tutta tesa alla ricerca di un'intonazione intensamente lirica, struggente, in raffinatissime composizioni di breve formato, contrastanti con le grandiose e magniloquenti imprese decorative di Luca Giordano e Francesco Solimena. Gloria della pittura napoletana tra Seicento e Settecento fu anche la "natura morta", da Luca Forte a Paolo Porpora, a Giovan Battista Ruoppolo, ai fratelli Giuseppe e Giovanni Battista Recco. Tra le maggiori realizzazioni architettoniche del XVII sec., durante il quale la città si arricchì di numerose delle sue fontane e delle pittoresche guglie e pinnacoli che ne decorano le piazze e le chiese, si ricordano il Palazzo Reale di Domenico Fontana (rimaneggiato nei secc.  XVIII e  XIX), la trasformazione della certosa di San Martino iniziata da G. A. Dosio e finita da Cosimo Fanzago (1623-1643), al quale si devono anche le chiese di Santa Maria degli Angeli alle Croci (1638), di San Giuseppe a Pontecorvo, dell'Ascensione e di Santa Teresa a Chiaia (1650-1662). Interessante personalità di architetto fu anche fra Giuseppe Nuvolo che diede disegni per Santa Maria della Sanità e costruì Santa Maria di Costantinopoli e San Carlo all'Arena. Le forme barocche continuarono a dominare nella prima metà del Settecento in Santa Maria di Caravaggio di G. B. Nauclerio,
nelle chiese della Concezione di Montecalvario e di San Michele di Domenico Antonio Vaccaro, nel rifacimento di palazzo Pignatelli, nel portale di palazzo Filomarino e nella chiesa della Nunziatella di Ferdinando Sanfelice. Intonazione più composta e classica hanno invece la facciata della chiesa dei Gerolomini e il grandioso albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga, il teatro San Carlo e la reggia di Capodimonte su disegno di Giovanni Antonio Medrano e soprattutto le opere di Luigi Vanvitelli che, chiamato a Napoli da Carlo VII di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna) per stendere i piani della reggia di Caserta, dominò l'architettura della città nella seconda metà del secolo, costruendo il palazzo Calabritto, la chiesa dell'Annunziata (1760), il Foro carolino (1763), la chiesa della Trinità (1769), l'oratorio della Santa Scala. Con l'inizio dell'Ottocento si affermòil gusto neoclassico con la chiesa di San Francesco di Paola (1817-1846) e la villa la Floridiana (1817-1819) di A. Niccolini. Opera principale della scultura settecentesca fu la decorazione della cappella San Severo dei Sangro, alla quale collaborarono tra gli altri Giuseppe Sammartino, Antonio Corradini e Francesco Queirolo: gravemente danneggiata dal terremoto del 1980, è stata restaurata completamente nel 1990. Tra i pittori si distinsero Giuseppe Bonito, Sebastiano Conca e Francesco De Mura. Si ricordano infine i nomi dei maggiori tra gli artisti che resero giustamente illustre l'ambiente artistico della città nel XIX sec.: lo scultore Vincenzo Gemito e i pittori Giacinto Gigante, Domenico Morelli, Filippo Palizzi e Gioacchino Toma. Tra i musei di Napoli, oltre al Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte, particolare importanza hanno il Museo nazionale di San Martino, ove sono raccolti dipinti, sculture e disegni dal  XIV al   XIXsec., e le ceramiche del Museo Duca di Martina (villa la Floridiana) e del Museo Aragona Pignatelli Cortes. Notevoli le collezioni di dipinti della Galleria dell'Accademia e delle raccolte d'arte Pagliara.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

 

 

 

 

 

 

 

[Il Munaciello - p. 2]*[Il Fantasma di Re Nasone - p. 4]*[La Leggenda di Palazzo Reale - p. 6]*[Il Fantasma di Maria d’Avalos - p. 8]*[I Fantasmi di Palazzo Donn’Anna - p. 10]*[La Barchetta dell’Amore - p. 12]*[Le Gazze della Pignasecca - p. 13]*[Il Fantasma di Luisa Sanfelice - p. 15]*[Son Tre Sorelle - p. 17]*[Palazzo Sansevero - p. 19]*[Maria la Rossa: La Strega di Port’Alba - p. 21]*[Le Streghe di Vico Pensiero - p. 23]*[In Appendice - n° 9 illustrazioni su Gli Antichi Mestieri] 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Munaciello

 

Gradini di pietra. Fango, umidità e tutto intorno buio. Buio fino al punto più alto della lunga scala che, da un vicolo del tenebroso quartiere dei Mercanti, sbuca su un angusto terrazzino. Ogni notte, di corsa. A perdifiato. Sfidando il silenzio, la paura, i mille occhi degli impenetrabili bassi. Ogni notte, per vedermi. Ogni notte, per perdersi tra le mie braccia. Ogni notte. Fino a quando un pugnale, infilato nella schiena, non rompe l’incanto. Fino a quando la morte non cancella la nostra tenera e infinita favola d’amore.

Sangue violenza, mistero. E naturalmente passioni, desideri proibiti, tormenti. Nulla manca nella incredibile storia di una delle figure più amate e temute della Napoli nera. Nulla, proprio nulla, è stato lasciato al caso nella nascita della famosa e sinistra leggenda partenopea: quella del Munaciello. Lo spiritello bizzarro che, da tempo immemorabile, circola in almeno il cinquanta per cento delle case della Napoli  “bassa”, quella cioè che  si sviluppa lungo tutto il quadrilatero greco-romano, fino al romantico terrazzo di Marechiaro. Lontano dai fasti della aristocrazia “alta” del Vomero e di via Petrarca. Lontano dalle lussuose residenze della borghesia,  ma pienamente a suo agio tra i vicoli e bassi del centro storico, nel cuore palpitante della metropoli magica e popolare.

La nostra storia cominciò all’alba dell’anno 1445, in pieno regno di Alfonso d’Aragona. Stefano Mariconda, giovane e “nobile garzone”, si innamorò di me, Caterinella Frezza, della bella figlia di un ricco mercante di panni. Il nostro amore fu duramente contrastato dalle rispettive famiglie. Ma noi due continuammo a vederci, proprio su un terrazzo appartato e buio nel quartiere dei Mercanti.

Fino a quando, una mano misteriosa, non decise di porre fine alla “tresca proibita”. Stefano venne barbaramente assassinato. Il suo corpo rimase, per giorni, abbandonato nel fetido vicolo che aveva cullato e difeso i nostri incontri segreti. Proprio sotto il mio balcone.

Fuggii di casa e mi nascosi in un convento, votando al silenzio la mia passione e il mio amore. Ancora una pagina, però, si deve scrivere della tormentata e drammatica esistenza dei due amanti napoletani. Dopo alcuni mesi di clausura forzata, misi al mondo un bambino. Le suore adottarono il mio piccolo che, ben presto, divenne il protetto del monastero. Mio figlio però cresceva pochissimo. Aveva la testa troppo grande per un corpicino piccolo e fragile. Le suore gli cucirono addosso un abito nero e bianco, da piccolo monaco.

Ci volle poco. Per strada, nei vicoli, tra i bassi cominciano a chiamarlo “lu munaciello”. E cominciano ad attribuirgli poteri magici, sovrannaturali. Se il mio piccino indossava il cappuccio rosso,era di buon  augurio. Dalla giornata la gente si aspettava il meglio. Ma se per ventura le suore o io gli mettevamo il cappuccetto nero, allora giù bestemmie e imprecazioni: e allora lu munaciello porta sfortuna, diventa annunciatore o, addirittura, portatore di disgrazie. “Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua; lui che, toccando i cani, li faceva arrabbiare; lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli”.

Di casa in casa, di basso in basso, di bocca in bocca: la leggenda del munaciello fortunato o maledetto non può che condurre all’ennesimo epilogo tragico. Il mio bambino, come suo padre, venne ucciso. Il suo corpo fu ritrovato in una cloaca. Il mio cuore non resse a quest’altro dolore in circostanze misteriose. Da quel nefasto giorno la sua anima, la sua ombra, il suo spirito si aggirano per i quartieri del centro antico, da Toledo ai Tribunali, dalla

Sapienza a Foria, passando per i cupi bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e di Pendino.

“Dove è stato vivo –scrive donna Matilde- s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, lì ricompare, nella medesima parvenza, per il terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini”.

 

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Fin qui la sua drammatica vicenda, almeno come vien fuori dalla romantica penna della nota  giornalista di Patrasso. Secondo la tradizione popolare, però, lo spiritello si presenta anche sotto spoglie diverse e da tempo immemorabile egli infesta Napoli, “apparendo in special modo a coloro, ai quali nel battesimo non erano state ben pronunciate le parole sacramentali”.

Se in qualcuno di quegli antichi e lugubri edifici del centro storico si vedeva, a notte avanzata, una striscia di tela che scendeva giù da una finestra, e poi risaliva, si sentiva un suono di “tofa”, un guaito, od altro sinistro rumore; senza dubbio in quella casa “ce steva’u munaciello”.

Pochi e spesso inefficaci i rimedi contro l’indiscrezione dello spiritello. Quando cominciava a fare capricci, infatti, c’era da disperarsi. A sentir la gente, col munaciello ci voleva coraggio, ma se si giungeva a togliergli la “scazzettella”, il colpo era fatto: per riaverla egli era anche disposto a regalare un pugno di monete d’oro; come ricorda anche Petronio nel suo Satyricon (audivi…incuboni pileum rapuisset et thesaurus inventi)”. Una delle caratteristiche dello stravagante fraticello era, infatti anche quella di dispensare denaro e fortuna. “Quando pigliava a proteggere qualcuno -spiega Luigi Correra, in un piccolo saggio pubblicato alla fine dell’Ottocento, nell’Archivio di tradizioni popolari ‘Gianbattista Basile’- allorala casa aunnava comme a l’oro (vi era cioè l’abbondanza dell’oro) il che avveniva quando nella casa vi era qualche fanciulla di cui il folletto si innamorava. Si trovavano in casa oggetti senza sapere donde fossero arrivati, e spesso pure delle vesti per l’amata donzella. Sovente quando ella saliva sul suppegno della casa, s’imbatteva in un vago fanciullo che l’invitava a giuocar seco con de’ quattrini, e poi da vero cavaliere gliene faceva presente; e così la sua bella, in breve, si accumulava un bel gruzzoletto”.

Spirito imprevedibile, dunque, a Napoli e per Napoli “lu munaciello” rimarrà, per sempre, un fantasma, figlio dell’amore negato, che continuerà a vagare alla ricerca della passione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Re Nasone

 

La gonna: La camicia. Le calze. Poi, lentamente, le mani salgono dietro la schiena a cercare i ganci del reggiseno. Gran bella donna, Maria. Lui la guardava ogni notte, mentre, ad uno ad uno, i capi della biancheria cadevano, leggeri, dietro i vetri della finestra di ***. Non era bello, e poi… quel naso. Quel nasone che gli invadeva la faccia pallida e scarna. “Tanto varrebbe che mi gettassero a mare” aveva commentato, sconfortata alla prospettiva di sposarlo, la donna che sarebbe stata costretta a diventare sua moglie. Lui, però, non era abituato a farsi troppi problemi. Era innamorato. Lo era stato duecento anni prima di un’immagine mostratagli dal padre, lo sarebbe stato, perennemente, per due secoli, di ogni donna che gli fosse capitata a tiro. Inguaribile e sfortunato. Quando era stato Re, e ora, che era fantasma. Lo spettro più blasonato di tutti i tempi era condannato a un destino ineluttabile: innamorarsi sempre, innamorarsi più che mai delle donne sbagliate. E dietro i vetri di quella palazzina, da fantasma, stava per consumare l’ennesima gaffe del suo nobile pedigree di gaffeur d’eccezione. Si era perdutamente innamorato di Maria, la promessa sposa di un feroce guappo di Napoli. Uno sgarro di tal guisa l’innominabile *** di Forcella l’avrebbe lavato volentieri col sangue. Ma quella figura pallida e spettrale di sangue non sembrava averne più nemmeno una goccia. Così, con sommo dispregio per il real blasone,*** vendicò l’onore di Maria con ettolitri d’acqua santa. E il maldestro innamorato, anche da spettro, dové battere un’ignominiosa ritirata.

Vero o falso che sia, questo è solo l’ultimo, divertente, aneddoto che si racconta a Napoli su Ferdinando IV di Borbone, meglio conosciuto come Re Nasone. La sua ombra, il profilo del suo enorme naso, ingombra le notti napoletane con tutta la goffaggine che, da vivo prima e da morto poi, si trascina come palla al piede. Sono quasi tutti disperati e spaventosi i fantasmi che infestano la città di Partenope. Solo lo spettro di Ferdinando, che vaga alla ricerca dell’amore, non fa paura nemmeno ad un bambino. Viene accolto allegramente in qualunque palazzo decida di riapparire. La sua presenza è garanzia di grasse risate. Così come la sua storia, all’insegna degli amori sbagliati e delle figure barbine. La carriera di improbabile Casanova, don Ferdinando la inaugura con la scelta della futura consorte. Il Re punta gli occhi su tre belle dame, e da quel momento la dea bendata comincia a fargli i dispetti. Le prime due concorrenti in lizza vengono brutalmente eliminate dalla competizione grazie ad un inopinato intervento della “signora nera con la falce”. Per la terza, pollice verso di papà. Morte di vaiolo le prime due aspiranti mogli (Giovanna d’Austria e Maria Giuseppa) e bocciata la terza (Amalia) da Carlo III di Spagna, il povero Ferdinando, incalzato dall’intollerabile prospettiva di un malinconico celibato, impalma Maria Carolina, figlia prediletta dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa e sorella di Maria Antonietta di Francia. Un real ripiego che gli costerà il mantenimento di quindici figli e di un imprecisato numero di amanti… Della moglie, naturalmente! Maria Carolina, infatti, oltre a distinguersi per la smodata fama di potere, può tranquillamente essere citata nel guinness dei primati per essere riuscita a collezionare, tra una gravidanza e l’altra, una quantità stupefacente di relazioni extraconiugali, intrecciate, tra Spagna, Napoli e la calda terra di Sicilia. Tutto alle spalle del buon Ferdinando, che l’ama perdutamente e non si accorge mai di niente. C’è però una giustizia (?!) anche per lo sfortunato consorte. Logorata dall’intensa attività “sentimentale”, Maria Carolina passa a miglior vita, lasciando, l’inconsolabile Nasone, tra le consolatorie braccia di donna Lucia Migliaccio da Siracusa. Gonfio d’amore e di gratitudine per la donna, che è riuscita a strapparlo dalla valle di lacrime nella quale era precipitato, don Ferdinando che fa? Regala alla sua seconda moglie una favolosa residenza, immersa  nel verde  dello splendido parco della Floridia,

 

 

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che di lì a poco sarà battezzata come Villa Lucia. L'ignaro pasticcione non immagina nemmeno lontanamente di aver offerto, come supremo dono d’amore al suo angelo siciliano, niente di meno che l’alcova nella quale erano stati consumati i roventi convegni d’amore della buonanima di Maria Carolina e del suo guardiacaccia Lalò, ultimo favorito dalla focosa regina. Una vergognosa gaffe che, nemmeno da fantasma, riesce a perdonarsi. E’ per questo, si dice a Napoli, che quando non è impegnato a spiare qualche avvenente signora del ventesimo secolo, magari intenta a spogliarsi, don Ferdinando suole ritornare tra le mura del più grande monumento alla sua regale dabbenaggine. E’ proprio tra i giardini della Floridiana che, in tanti, giurano d’averlo visto mentre si aggira nervosamente, torcendosi le mani per la rabbia. Vorrebbe trovare il modo per strapparsi di dosso l’abito da tontolone che con tanto impegno è riuscito a cucirsi in mezzo secolo di infaticabile attività. Continua a provarci, il povero Re Nasone, ma, per disdetta, continua puntualmente ad andargli male!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Leggenda di Palazzo Reale

 

Si aggira tra le sale affrescate di Palazzo Reale. Un’ombra un po’ curva che, all’imbrunire, si muove lentamente tra quelle mura nelle quali le “ragioni di Stato” segnarono duramente il  suo destino. Qualcuno, fra i tanti visitatori dell’imponente palazzo di piazza Plebiscito, l’ha incontrato. Per i custodi è un ospite fisso. Il principe Carlo, fratello di Ferdinando II di Borbone, è il più romantico tra gli spettri coronati, che, da secoli, errano nei palazzi nobiliari napoletani. Il signore di Capua riconobbe un unico sovrano: l’amore. E solo alla sua legge volle inchinarsi. Non bastarono minacce o castighi, suppliche o ordini per ricondurlo all’ordine. Né le materne e regali lacrime, né l’irriducibile intransigenza di suo fratello il Re. Nulla poté contro il sentimento tenace e prepotente che lo legò, per tutta la vita, ad una donna non sufficientemente blasonata per essere accettata dalla reale famiglia di Napoli.

L’anno è il 1865. Su un palco del teatro San Carlo, il principe di Capua, secondogenito di Maria Isabella di Spagna e di Francesco I di Borbone, consuma la sua ultima serata mondana. E’ pallido, distratto. Dissimula a stento l’ansia che lo tormenta. Per lui è una serata infinita. C’è una donna che lo aspetta. La sua donna. Attesa per una vita. Per lei si accinge, senza timore, a sfidare l’ira di un’intera famiglia. A rinunciare a titolo ed onori, agiatezza economica e riconoscimenti. Penelope Smith: bella e fragile, dolce e fiera. Una semplice turista irlandese che, nello spazio di poche settimane, si è impadronita del suo cuore. Carlo vuole sposarla, non c’è altro per lui che quella fronte bianca e delicata, quello sguardo carico di infinite promesse. Ma l’irruenta passione che lo travolge si scontra con la granitica opposizione di suo fratello Ferdinando. “Mai”, tuona il Re delle due Sicilie. “Mai” è un tempo troppo lungo per un innamorato. Per chi conta, impaziente, i minuti che lo separano dal suo sogno d’amore. Al duro diniego di Ferdinando II, Carlo oppone la più audace delle risoluzioni: la fuga. L’ultima, estenuante, farsa sul palco del Real Teatro, rigido dentro quegli abiti da cerimonia che, mai come quell’eterna serata, sembrano soffocarlo. E’, per il principe di Capua, l’estremo tributo ad un titolo che pesa come una catena. E poi via precipitosamente. Di corsa, incontro a Penelope, incontro alla libertà d’amare. Nel buio di una notte magica, in una carrozza anonima, Carlo, in nome dell’amore, rinuncia a tutti i suoi possedimenti, al titolo di principe, ad ogni appannaggio, ai vincoli di sangue.In nome dell’amore, resta sordo ai severi richiami di suo fratello. In nome dell’amore legittima il suo sentimento a Gretta Green, uno sperduto paesino della Scozia. In nome dell’amore, rifiuta il perdono del sovrano offerto al prezzo di un umiliante dichiarazione: riconoscere la sua unione come matrimonio “di mano sinistra”. Senza riconoscimenti e onori. In nome dell’amore, accetta senza rimpianti una vita di stenti, fatta di prestiti ed umiliazioni. In nome dell’amore, vaga di città in città, in perpetuo esilio con la dolce Penelope e  suoi figli. Non più  principe. Ricco solo dell’intransigente riprovazione dell’intera famiglia reale, Carlo non accennerà a un solo gesto di pentimento. Sulle prime Ferdinando, furente di fronte all’orgogliosa ribellione del fratello minore, tormenta ambasciatori di mezza Europa nel tentativo di rintracciare il fuggiasco e richiamarlo alle responsabilità del suo rango. Dopo mesi di imbarazzate risposte da parte dei nobili, investiti dello scomodo ruolo di spioni internazionali, il Re traduce in fatti le sinistre minacce tuonate contro l’insubordinato principe. Lo spoglia del suo titolo e di tutti i suoi averi, gli proibisce a vita di ritornare nel regno di Napoli. A nulla valgono le suppliche, bagnate di lacrime, di Maria Isabella, madre tenera ed indulgente, che ogni cosa avrebbe perdonato all’amato Carlo. Il nome di colui che aveva infangato un’onorata dinastia viene bandito dalla corte dei Borboni. Ma la tempesta scatenata a Napoli, non sembra turbare più di tanto i due amanti che, nonostante la solitudine e le rinunce, non rinnegano la coraggiosa scelta. Poveri ed erranti continuano ad amarsi appassionatamente. Una cosa, una sola cosa, Carlo non perdonerà mai suo fratello.

 

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Dopo tanti affronti per un unico gesto reclamerà sempre vendetta: nemmeno dopo la sua morte Penelope e figli otterranno alcun riconoscimento. Per questo, sì, la vendetta. La vendetta sul Regno, sul Palazzo e su quella città che lo ha abbandonato, dimenticato. Carlo di Borbone, fratello di Ferdinando II, torna, da fantasma, a Palazzo Reale per reclamare un ruolo e un titolo. Non per se stesso. Non per la sua già blasonata persona. Lo spettro che si agita tra le mura della dimora reale, nell’attuale piazza Plebiscito, chiede giustizia per i suoi figli e per l’unica persona che valse un regno: Penelope Smith, bella e fragile, dolce e fiera, donna della sua vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Maria d’Avalos

 

Sono in tanti a giurare d’averla vista. Bellissima ed evanescente, lunghe vesti discinte, capelli scarmigliati. Con il terrore dipinto sul volto, quello splendido volto che, né quattrocento anni, né l’oltraggio di una morte infamante, sono riusciti a segnare. Vaga tra l’obelisco di San Domenico Maggiore e il portale del palazzo di Sansevero. Nelle notti senza luna, quando la città dei vivi si addormenta, il fantasma di Maria D’Avalos si aggira, senza pace, intorno a quella piazza, a quella vetusta dimora che fu teatro d’amore e di passione, di vendetta e di morte.

Il 17 ottobre 1590, Maria D’Avavolos e Fabrizio Carafa, in una delle stanze del celebre palazzo di Sansevero, rinnovano, ancora una volta, l’eterno incantesimo dell’amore. Sono giovani, belli, innamorati. Sono felici, tra quelle mura discrete che celano, agli occhi del mondo, l’estasi e la paura di una relazione clandestina. Il desiderio, colpevole per quanti non conoscano le tempeste dei sentimenti, li ha vinti. Una volta, due, tre e ancora. Dimentichi degli obblighi. Dimentichi di un marito, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, legittimo consorte di Maria, troppo orgoglioso per tollerare l’onta di un tradimento, troppo innamorato per invocare la giustizia della legge. Il nobile Carlo, famoso madrigalista, non sa rinunciare a quella donna splendida ed irrequieta, ma non può accettare di dividerla con altri. Uomo appassionato e sensibile, grande amico di Tasso, Carlo Gesualdo “illustra musica”. Ore e ore chino su grigi spartiti a trasfondere, in struggenti madrigali, il sentimento prepotente che lo lega alla sua dama. Nelle camere ornate d’affreschi e di stucchi, tentando di tacitare il desiderio imperioso di una donna che gli sfugge, il principe di Venosa fa ascoltare, all’amico poeta, sublimi note. La sua anima dolce e ardente, l’amore immenso e disperato che lo avvince, si squaderna tutto in quelle sue composizioni dolenti. Quei malinconici madrigali, scritti al tempo delle vane illusioni e delle puntuali delusioni, nei giorni in cui non disperava di poter riconquistare sua moglie, pur sentendola ogni minuto più lontana, sono gli unici testimoni delle crudelissime pene da cui fu agitato il cuore di quell’uomo, dell’acerbo dolore che avrebbe trasformato un infelice innamorato in spietato assassino.

Tutta Napoli conosce la tresca della bella Maria con Fabrizio Carafa. La nobiltà ne parla a mezza voce, i popolani commentano, con divertita indulgenza, l’audacia dei clandestini amanti. Ma l’amore rende ciechi. Don Carlo per qualche tempo non vede o non vuole vedere quel che succede intorno a lui. Scrive d’amore pensando alla sua donna, le dedica malinconiche melodie, chiude gli occhi su una verità troppo dura da accettare. La passione dei  due giovani amanti, però, cresce ogni giorno. Presto anche la prudenza viene accantonata. Insieme, contro tutto, malgrado tutto. Nemmeno sull’uscio della camera nuziale di Maria sa arrestarsi il desiderio. I mormorii della città, si trasformano in un coro indignato. Tutti vedono. Tutti sanno.Tutti parlano. Solo il legittimo consorte della “donna senza ritegno”, continua a non vedere, a non sapere, a non parlare.

Fino a quando la benda che, per qualche mese, ha coperto gli occhi di Carlo viene brutalmente strappata via. E’ un amico “premuroso”, che si assume l’onere e l’onore d’informarlo, con spietata dovizia di particolari, dell’infamia. Pazzo di dolore e di gelosia, l’uomo tenta ancora di non arrendersi alla dolorosa verità. Concede all’adorata moglie l’ultimo, delirante, atto di fiducia: il beneficio del dubbio. Finge di partire per ritornare, a notte fonda, nella segreta speranza di trovare, sola e casta, la donna che ama. Vano desiderio. Estrema e impossibile speranza. Spalancata la porta di casa, ogni illusione si infrange miseramente contro l’immagine dei due amanti avvinti sul talamo. L’ira e la disperazione, troppo a lungo represse, impongono le loro crudeli ragioni. Il principe di Venosa si getta su quei corpi nudi, brandendo un pugnale, e colpisce con cieco furore, ancora, ancora, e ancora.

 

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Fino ad uccidere. Folle di dolore, sporco di sangue, cammina per ore lungo le vie del centro, piangendo. Poi fugge via. Il palazzo resta abbandonato. Chiuse quelle stanze insanguinate, pare alla gente del vicinato di udire ogni notte un grido alto e angoscioso e pare ancora che si aggiri., per l’oscurità delle viuzze circostanti, il bianco fantasma di Maria. Quello spettro, di certo, non abbandona la mente dell’omicida. Quel corpo stupendo e insanguinato continua a danzargli davanti agli occhi. E così, quei madrigali malinconici si trasformano in un disperato pianto melodico, che narra, singhiozzante, la funebre storia della bella Maria, vittima della passione.

Per anni, l’urlo agghiacciante della splendida e sfortunata dama, ha raggelato il quartiere. Fino al 1889, quando il crollo dell’ala maledetta del palazzo, sembra restituire un po’ di pace allo spirito errante di Maria D’Avalos. Da allora, nelle notti senza luna, l’ombra evanescente riappare muta. Si aggira silenziosa, dolente e il suo incedere spettrale sembra riecheggiare i versi ispirati al Tasso dalla sua tragica vicenda:

Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori!...

La bella e irrequieta Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I Fantasmi di Palazzo Donn’Anna

 

Era bella. Forse la più bella. Morì sola. Abbandonata, dimenticata. Mortificata dalla più mortificante delle malattie. Uccisa dal morbo dei poveri. Uccisa dai pidocchi.

Era bella. Forse la più bella. Amata, desiderata, bramata dai regnanti di mezza Europa. Giancarlo de’Medici; Taddeo Barberini, nipote del Papa Urbano VIII; Giovanni Casimiro, re di Polonia; Francesco d’Este. Tutti, proprio tutti, si erano inchinati alla sua prorompente sensualità.

Ma lei puntava al trono di Napoli. Voleva essere unica, signora e padrona, della città più bella del mondo. Fu così che Anna Carafa, la più bella tra le belle, sposò Ramiro Guzmàn, duca di Medina de las Torres, divenne vice regina di Napoli, e cominciò, lenta, a scendere tutti i gradini dell’inferno.

La sua storia, il suo segreto, che nasconde un rapimento e forse un tremendo delitto passionale, fa da scenario ad uno dei più affascinanti misteri di Napoli: i fantasmi di Palazzo Donn’Anna a Posillipo. Sono secoli, infatti, che gli abitanti della magica collina, giurano di vedere, su uno dei terrazzi del severo edificio, due figure, bianche, evanescenti, che danzano e si stringono riflesse nel chiarore debole della luna d’autunno. Chi sono quei due amanti che ancora vagano nelle notti partenopee? Anna Carafa, donna Ana di Medina, unica depositaria di quell’orribile segreto, non potrà mai far luce su una vicenda dai troppi contorni oscuri. Ci proviamo noi. Accompagnati dalla voce del popolo e dalle mille storie scritte, in punte di penna, e raccontate a denti stretti.

Era bella. Forse, la più bella. Anna Carafa aveva scelto di sposare il duca di Medina, perché sapeva benissimo che, di lì a poco, a quell’uomo sarebbe toccato il titolo di vicerè di Napoli, al posto del Monterey.

Le nozze, le fastose nozze si celebrarono nel 1636 tra le sale del Palazzo Stigliano a Chiaia. Lui l’amava. Lei amava il suo destino. Avevano, però, una caratteristica che li accomunava: erano entrambi ambiziosi, affamati di potere e di denaro. Divennero, in un anno, il vicerè e la vice regina di Napoli. E si cercarono una reggia capace di poter essere all’altezza della magione che ospitava l’unica persona un gradino più su di loro: il Re. L’attenzione cadde su un piccolo e grazioso casino denominato La Serena, a pochi passi dalla collina di Posillipo. I lavori furono affidati al più grande architetto dell’epoca, Cosimo Fanzago, e, per due anni, vi lavorarono senza sosta almeno quattrocento uomini al giorno. Anna Carafa era felice. Il suo castello avrebbe offuscato lo splendore di mille altre residenze napoletane. E così fu. Palazzo Donn’Anna divenne il simbolo della Napoli ricca e potente. Accolse feste e balli, permise alla sua “regina” di accarezzare i più sfrenati sogni di potere. Anna dalla vita voleva prendersi tutto. E almeno per alcuni anni nulla le fu negato. Inutile immaginare quale dovesse essere la sua rabbia, il suo rancore, quando scoprì che una piccola, “insignificante signorina”, era riuscita a rubarle…l’amante.

Comincia così la discesa verso gli inferi della vice regina di Napoli. Anna, sposa di Ramiro Guzmàn, ha un amante. Si tratta di Gaetano di Casapesenna, giovane nobile, habitué del Palazzo di Posillipo. L’uomo la raggiunge quando il vicerè è in Spagna, e trascorre con lei focose notti d’amore. Almeno fino a quando, un incontro inaspettato, inevitabile, non sconvolge la vita del giovane. L’occasione, per ironia della sorte, è data dalla stessa donn’Anna. La nobildonna organizza una recita a Palazzo. Commedia e danze moresche avranno due protagonisti: il suo amante e la nipote spagnola Mercede de las Torres, “giovane, bruna, dai grandi occhi limonati e dai capelli neri”. Una spagnola purosangue. Quanto basta per far perdere la testa a Gaetano di Casapesenna. I due si innamorano, si amano tra le volte del Palazzo dell’ormai detestata zia. La tresca viene scoperta.

 

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Da questo momento un alone di fitto mistero avvolgerà tutta la vicenda. Mercede, dopo un violento scontro con Anna Carafa, scompare. Ufficialmente è in un monastero il cui nome viene rigorosamente tenuto segreto. Ma a Napoli in molti sono pronti a giurare che la bella iberica è stata rapita e uccisa. Mandante dell’orribile omicidio non può che essere la vice regina. A nulla serve la disperazione di Gaetano. L’uomo cercherà la sua amata nei monasteri di tutto il Regno. Invano. Mercede è scomparsa. Il suo fantasma ritorna, ogni notte, sul terrazzo di Palazzo Donn’Anna, per incontrare l’unico grande amore della sua breve vita. Anna Carafa? Morì sola. Abbandonata, dimenticata. Mortificata dalla più mortificante delle malattie. Uccisa dal morbo dei poveri. Uccisa dai pidocchi. Era bella. Forse, la più bella.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Barchetta dell’Amore

 

Ogni notte la barchetta fantasma appare. Ma non tutti la vedono. Dio permette che solamente chi ama bene, chi ama intensamente, possa vederla. Apparisce solo per gli innamorati, i quali impallidiscono a quell’aspetto. E’ la prova dell’amore, una prova infallibile e singolare.

L’hai tu vista? L’hai tu vista la barchetta fantasma, amor mio? O sciagurata me se fui sola a vederla!”.

Lo scorcio è il più suggestivo di Napoli. A metà dei tornanti che si arrampicano lungo la collina di Posillipo. Un centinaio di gradini, tra le pareti scavate nel tufo. L’odore salmastro che sale fino in gola. E ancora giù, sotto volte ricoperte di muschio, e piccole finestre che fanno il girotondo. L’ultima rampa, già umida. L’urlo acuto dei gabbiani. E poi, di colpo, si spalanca il mare. Quell’emozione, mille volte sfiorata, mille volte mancata, che esplode nel petto e lascia senza fiato. Cento gradini per andare incontro al mare. Tre rampe ripide e sconnesse per abbracciare l’immensità e vivere l’attimo eterno dell’amore che nasce, invade, e annega tra le onde. La calata dei due Frati, l’angolo più bello e inspiegabilmente meno noto del golfo di Napoli. Un capolavoro di quell’arte di cui solo la natura sa essere artefice. L’unico scenario possibile per una magia che si rinnova, ogni sera, da secoli. La rivelazione dell’amore: officiata da chi, in suo nome, seppe sorridere anche alla morte. Aldo e Tecla: l’incarnazione di un sentimento che non conosce limiti né confini. L’amore allo stato puro che, improvvisamente, rompe tutti gli argini e dilaga, travolgendo ogni cosa. Spazzando via il passato e i vincoli inscindibili. Imponendo le sue ragioni, proclamando la sua potenza. Facendo vagheggiare una terra in cui amare non sia mai peccato. Una terra al di là del mare, dove non ci siano più legittimi mai quei corpi. Non permetterà a nessuno di sciogliere quell’ultimo eterno bacio. L’amore dei due giovani, più tenace della morte, ogni notte riappare, per consacrare, di fronte al mare, solo sentimenti a loro eguali.

“L’hai tu vista? L’ha tu vista la barchetta fantasma, amor mio?...”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Gazze della Pignasecca

 

Brutta storia.  Un  sant’uomo, un uomo di chiesa, forse addirittura un ves… un Vescovo. Scoperto in casa… cioè, a letto. Con la perpetua. Per colpa di una gazza. Per colpa di una stramaledetta gazza dispettosa.

“In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere… tutte le gazze di questa città”.

Deve essere andata più o meno così. Magari un po’ più sul pomposo, magari col latinorum di manzoniana memoria, magari con tanto di timbro, in cera lacca, della Curia arcivescovile di Napoli. Ma la bolla di scomunica, per tutte le gazze della salita che, da piazza Carità, conduce dritto dritto, a Montesanto, è stata emessa veramente. Affissa al pino più alto dell’antico bosco “Biancomangiare”, affinché tutti potessero vederela.

Brutta storia. Brutta storia, davvero. E siamo solo all’inizio. Quello che succederà dopo, tutto quello che mezza Napoli avrà modo di vedere con i suoi occhi, è solo il prologo di una delle più simpatiche e irriverenti leggende partenopee –con tanto di fantasma, naturalmente. Tramandata di bocca in bocca fino a rimanere suggellata nel nome del quartiere che ne ha fatto da scenario: la Pignasecca. Andiamo per ordine e cominciamo dalla… fine. Da quello che succede oggi e che ancora, i più fortunati, possono sentire con le proprie orecchie.

Per vivere in prima persona il brivido dei fantasmi della Pignasecca bisogna fare solo un piccolo sacrificio. Svegliarsi all’alba. Tirarsi giù dal letto, quando ancora la luce non ha inondato i vicoli e le stradine di Napoli, e scivolare lungo le vie deserte quando finestre e balconi sono rigorosamente “inserrati”. Allora, solo allora, quando ci si lascia alle spalle piazza Carità, quando si supera il mercato del pesce e il grigio Ospedale dei Pellegrini, un suono, un lamento, un disperato coro dalle tonalità inquietanti rischia di lasciare senza fiato anche il più impassibile dei turisti d’oltre confine. Son le gazze. O meglio, i fantasmi delle gazze scomunicate, che cantano a Napoli il loro dispetto. La loro condanna, per cotanta crudeltà.

Alla Pignasecca c’è chi è pronto a giurare di averle sentite davvero. Ma quel lamento, quel suono amaro non piace ai napoletani, che quasi per esorcizzare la nenia malefica, ogni mattina inondano il quartiere di mille voci decise a cancellare ogni grido del passato.

Che cosa è mai accaduto in una delle più popolate e popolari strade di Partenope? Cosa risveglia i fantasmi delle gazze del magico bosco “Biancomangiare”.

La vicenda comincia qualche secolo fa. Questa volta ripartiamo dall’inizio. Anche se date, circostanze, nomi sono coperti dal più rigido segreto. E più non bisogna “dimandare”.

In quei tempi Napoli, città magica e lussuriosa, vive momenti di ricchezza e voluttà. Anche i quartieri più poveri si abbandonano al sensuale torpore dei periodi migliori. Gli amori clandestini, i pruriti irraccontabili dei figli di Partenope, non risparmiano nessuno. Meno che mai le gerarchie ecclesiastiche. Nel quartiere parallelo a Spaccanapoli, si intrecciano storie d’amore e di tradimenti, senza troppi riguardi per il sacro abito talare. Un unico inconveniente sembra perseguitare gli amanti distratti. Le gazze del bosco vicino penetrano nelle case abbandonate alle passioni e fanno incetta di tutto. Gioielli, monete d’oro, e finanche biancheria intima, scompaiono d’improvviso per riapparire, beffardi, su qualche albero della fitta pineta. Per i Napoletani ci vuole poco. Chi rimane vittima dei curiosi furti non può che essere un adultero. Automatico. Ma che succede se su un pino della vergogna si ritrova una mitra vescovile, o magari il sacro anello della Curia? Il vescovo… Hai capito il Vescovo? Il Vescovo e la perpetua… Giù risatine irriverenti, battute al vetriolo, volgarità irripetibili.

 

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Le voci corrono veloci. Arrivano nelle case della “gente onesta”, delle mille donne che  frequentano la Chiesa. Poi, addirittura in Curia. Il Vescovo e la perpetua. In casa… cioè, a letto. Brutta storia. Brutta storia, davvero.

Per porre rimedio allo scandalo, riunioni e contro riunioni. Consulti e confessioni. Poi si opta per la “Bolla di scomunica”. Eccessivo, ma definitivo, il rimedio sembra convincere anche la Santa Sede. Una bella, seria, sacrosanta “Bolla di scomunica”. Ma indirizzata a chi? A quanti hanno esagerato con le battutacce? Alle malelingue di un quartiere troppo chiacchierone? Alle donne che hanno fatto la spia? O gli scugnizzi che hanno tirato giù dai rami la Mitra dello scandalo? No. Bisogna colpire alla fonte. Bolla di scomunica alle…

Vediamo un po’ … Ma si, “Scomunica” alle gazze ladre. E per chi non ci credesse, il documento dovrà essere affisso al pino più alto del “Biancomangiare”. E non se ne parli più.

Quando si tratta di difendere il buon nome dell’Istituzione, un po’ di secoli fa, non si badava a spese. Detto fatto. Una bella mattina i napoletani ritrovano, su uno dei fusti della pineta, un cartello. “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. Fischi e pernacchi. In perfetto stile napoletano. Un episodio, un evento curioso e inquietante, finisce, però, per scuotere anche l’intramontabile voglia di “pazziare”. Tre giorni.Solo tre giorni e il pino del bosco “Biancomangiare” perde, ad una ad una, le sue foglie. Ingiallisce. Si secca. E con lui tutti gli alberi della fitta pineta. Non solo. Anche le gazze dispettose finiscono per scomparire. D’un sol colpo, al posto del bosco, la leggenda popolare narra di una vasta distesa, arida e funesta: la Pignasecca. Sembrava uno scherzo, ma la vicenda del Vescovo sporcaccione ha finito per dare il nome ad una delle strade più antiche di Napoli. Ora di quella storia è rimasto solo un ricordo sbiadito. Non manca la battuta irriverente, non manca il sarcasmo anticlericale che, da sempre, contraddistingue i napoletani. Una sola cosa viene raccontata a bassa voce, col piglio severo, lo sguardo scuro e corrucciato: all’alba, quando ci si lascia alle spalle piazza Carità, quando si supera il mercato del pesce e il grigio Ospedale dei Pellegrini, un suono, un lamento, un grido del passato. Sono le gazze. I fantasmi della Pignasecca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Luisa Sanfelice

 

Un’ombra. Il profilo ben definito. I tratti della lunga veste, netti, contrastati. E poi il ventre, il seno, il collo. Un’ombra. L’inequivocabile ombra di una donna. Con un solo, tremendo, agghiacciante particolare. Sul collo, sul lungo e affusolato collo di neve, uno squarcio. L’ombra di un orribile taglio che ancora lascia senza fiato.Il fantasma di Luisa Sanfelice, così, appare ai napoletani ogni anno, nella notte tra il 10 e l’11 settembre. Sempre. Sempre nella stessa calda notte di fine estate, sempre nel medesimo posto: piazza Mercato, il popoloso e colorato quartiere a ridosso di Via Marina, schiacciato tra il dedalo di vicoli e stradine di Porta Nolana. Non bisogna essere molto fortunati per vederlo. Luisa Sanfelice, eroina per caso e per passione, ritorna, da quasi due secoli, a rivendicare giustizia e a espiare l’unica sua colpa: l’amore. Solo amore per il più grande e squallido doppiogiochista della Repubblica Partenopea: l’avvocato Ferdinando Ferri, che grazie alle sue losche trame, diverrà, nel 1800, ministro delle finanze del restaurato governo borbonico.

L’incredibile e triste storia della nobile signora è, forse, una delle più struggenti del confuso e folle ’99 a Napoli. Per lei, per il suo gesto estremo, nessuna pietà: il suo corpo, due lunghi giorni, penderà dalla forca di piazza Mercato, insieme a quelli di altre decine di condannati politici.

Ma di quale delitto si è macchiata la donna? Sulla drammatica vicenda anche la storia ufficiale presenta molti tratti oscuri. Luisa Sanfelice è una giovane e bellissima signora che vive separata dal  marito a Palazzo Ma stelloni, in largo della Carità. Appartiene a una nobile famiglia napoletana e, almeno per lignaggio e posizione sociale, viene considerata un’amica del Re. Non a caso, quando i Borboni decidono di distribuire dei lasciapassare, per permettere ai maggiori esponenti monarchici di scappare dall’Italia, ed evitare il probabile massacro repubblicano, uno di questi salvacondotti finisce proprio nelle mani della bella donna di Palazzo Ma stelloni. A donarle il prezioso foglio di via è l’ex ufficiale della cavalleria borbonica Gerardo Baccher, figlio di un ricco commerciante, fedele al Re.

Per la Sanfelice quel “pezzo di carta” può rappresentare la salvezza. Siamo in piena rivoluzione napoletana. Chiunque sia sospettato di essere vicino alla monarchia rischia la forca. Uomini e donne. Nessuno escluso. La dama sa bene di aver ottenuto un regalo di grande valore da un uomo con il quale intrattiene teneri rapporti di amicizia. Gerardo Baccher ama Luisa, ma ella è innamorata di un noto avvocato napoletano, esponente della Repubblica Partenopea e acerrimo nemico del Baccher. Cominciano tutti qui i problemi di Luisa. La Sanfelice, infatti, frequentando la casa di Baccher sa che, ormai, la flotta inglese sta per entrare nel golfo di Napoli. La restaurazione borbonica è questione di mesi, se non settimane. Decide quindi di assicurare la fuga al suo amante, offrendo al Repubblicano, il prezioso lasciapassare borbonico. Ferri approfitta della situazione. Accetta il salvacondotto e, senza scrupoli, denuncia tutta la famiglia Baccher alla Repubblica. I cospiratori vengono arrestati, due figli di Gerardo finiscono fucilati e Ferri diviene una specie di eroe cittadino. Per la Sanfelice, invece, la situazione si complica. I repubblicani diffidano della sua buona fede. I monarchici la dichiarano nemica del Re e della restaurazione. Siamo alle soglie del dramma. Appena le truppe borboniche rientrano a Napoli, Luisa Sanfelice viene arrestata e rinchiusa nel carcere della Vicaria, in compagnia di “prostitute e intriganti”. A nulla valgono i tentativi di scagionarla dei suoi avvocati e dei suoi amici: la donna viene condannata a morte. L’accusa? Alto tradimento. A quel punto la dama si gioca una carta disperata. Dichiara, mentendo, di essere incinta,  appellandosi ad un’antica disposizione del Regno: purché la maternità sia accertata, l’esecuzione della condanna deve avvenire almeno quaranta giorni dopo il parto.

 

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Il progetto è quello di prendere tempo, anche in vista di un'annunciata amnistia per i prigionieri politici. La Sanfelice si sottopone a numerose visite. Non mancano i medici compiacenti disposti ad aiutarla nel suo estremo tentativo di salvarsi la vita. Ma l’ostinazione di Ferdinando di Borbone contro la “traditrice” è forte. Il Re, pur di non cadere nel palese inganno, la trasferisce in Sicilia, deciso a far intervenire dottori di sua fiducia.

Per Luisa non c’è scampo. Neanche il commosso e inaspettato intervento della nuora di Ferdinando, Maria Clementina d’Asburgo, sortisce l’effetto sperato.

La moglie di Francesco I, infatti, alla nascita del principe ereditario, chiede la grazia per la Sanfelice. La  lettera, con la richiesta d’indulgenza, viene consegnata al Borbone il giorno in cui Re Nasone abbraccia il suo primo nipote maschio. Ci sono tutte le condizioni perché si consumi “il miracolo”. Ma Ferdinando, che pure aveva promesso a Maria Clementina di esaudire, alla nascita dell’erede al trono, ogni suo desiderio, rimane fermo sulle sue posizioni. Luisa Sanfelice è una condannata a morte, e tale rimarrà.

Anzi, dopo lo sfortunato intervento della nuora del Re, viene riportata a Napoli e giustiziata la notte tra il 10 e l’11 settembre del 1799 su un ceppo posto, espressamente per lei, al centro di piazza Mercato. Ironia della sorte: l’uomo per il quale la donna morirà decapitata è destinato a una brillante carriera. Dopo essere riuscito a far dimenticare il suo passato repubblicano, incolpando la Sanfelice di aver tramato al suo posto, l’avvocato Ferdinando Ferri diviene addirittura ministro delle finanze del nuovo governo borbonico.

Da due secoli, ogni anno, la notte tra il 10 e l’11 settembre, il fantasma di Luisa Sanfelice, con uno squarcio al collo, vaga disperato nella grande piazza tra via Marina e corso Umberto. Quell’ombra chiede giustizia per un destino ingrato: aver amato un doppiogiochista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Son Tre Sorelle

 

L’occhio di un passante distratto può scambiarle per statue. Cercarsi e lo sguardo nel vuoto. Un passo di troppo e l’immagine scompare, lasciando dietro un’aurea di malinconia che stringe la gola. Non gioco di luci, né sculture marmoree, ma spettri: tre giovani donne che, nelle notti di primavera, talvolta appaiono al passante frettoloso. Ferme nell’angolo più buio di piazzetta Nilo, a pochi metri dalla celebre statua che il volgo chiama “corpo di Napoli”, gli spiriti erranti di tre sorelle, accomunate dall’insana passione per uno stesso uomo, si ri trovano, tentano ancora una volta di stringersi, di cancellare il dolore e la disperazione del loro ultimo incontro. Lo scenario è Napoli angioina guidata dal “Re” più sapiente del mondo, dopo Salomone”: Roberto d’Angiò. Nel Palazzo paterno, seicentocinquanta anni fa, Donna Regina, Donnalbina e Donna Romita, figlie del Barone Toraldo, nobile del sedile di Nilo, tra le lacrime, dicono addio alle gioie della vita. Guardandosi per l’ultima volta negli occhi, salutano ogni speranza d’amore e di futuro, avviandosi alla clausura.

Un ineluttabile destino, un fatale sentimento, le condanne al monastero, cancellando per sempre il nome di una delle più importanti e ricche famiglie di Napoli.

Le tre sorelle, rispettivamente di diciannove, diciassette e quindici anni, amano lo stesso uomo. Ma il rispetto e l’affetto reciproco le obbliga alla rinuncia. Nessuna sarebbe arrivata all’altare ferendo le altre. Uccidendole, forse. La vicenda comincia poco dopo la morte del padre, il Barone Toraldo. L’uomo, per anni, dopo la scomparsa della moglie, Donna Gaetana Scauro, di nobilissimo parentado, aveva tentato di ottenere dal Re Roberto uno “special favore”: sua figlia maggiore, Donna Regina, doveva, passando a nozze, conservare il nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figli. Nel 1318, Roberto concede l’importante riconoscimento e qualche Regina, doveva, passando a nozze, conservare il nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figli. Nel 1318, Roberto concede l’importante riconoscimento e qualche anno dopo, con una lettera scritta di suo pugno, designa lo sposo per la primogenita dei Toraldo. Si tratta di uno dei cavalieri più noti del Regno, “valoroso, galante con le dame e seducente nell’aspetto”: don Filippo Capece. Per Donna Regina è gioia infinita. Da almeno due anni la “bella signora del Nilo” è perdutamente innamorata del cavaliere. Solo le nozze mancano per coronare il sogno d’amore. Il dramma, però, è dietro l’angolo. Si consumerà tre mesi dopo. “ Imbruniva -scrive Matilde Serao-.  Nel vano di un balcone sedeva Donna Regina, col libro fra le mani. Ma non leggeva”. A rompere il silenzio e i pensieri della bruna primogenita è Donna Albina. La seconda delle sorelle Toraldo ha una tremenda confessione da fare. Donna Romita, la più piccola delle tre, ama ed è ricambiata nel suo sentimento, proprio da Filippo Capace. E c’è di più. Quel giovane cavaliere ha fatto breccia anche nel suo cuore di dolente ambasciatrice.

Tre sorelle, un solo, grande, infinito amore. E’ quanto basta per sconvolgere la serenità della nobile famiglia, creare tensione e odio tra le eredi del barone. Le donne per mesi non si parlano, si evitano, mangiano e dormono separate. Fino a quando l’educazione, ma anche l’affetto fraterno, prevale. La decisione sembra obbligata. Nessuna sposerà Filippo. Con la dote del padre fonderanno tre monasteri e si daranno alla clausura. Porteranno il loro dolore dentro le grigie mura dei conventi, che di lì a poco, diventeranno i più noti e famosi di Napoli.

Ma l’amore, si sa, non si spegne. Sei secoli dopo, di notte, le sorelle Toraldo ancora vagano per la città di Partenope, che ha dedicato loro tre strade del quadrilatero greco-romano, alla ricerca dell’amato perduto. Vagano e si cercano. Si incontrano e si sfuggono. Si attraggono e si respingono. Anime in pena, uccise dalla passione. Se le incontrate, cambiate strada. Allontanatevi in silenzio, a testa bassa: il loro dolore ha bisogno di rispetto.

 

 

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Seicentocinquanta anni dopo Donna Regina,Donna Albina e Donna Romita amano ancora Filippo Capece

“valoroso, galante con le dame e seducente nell’aspetto”. I vicoli del centro storico, il misterioso dedalo di stradine intorno a piazzetta Nilo, culleranno per sempre la forza della loro rinuncia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Palazzo Sansevero

 

Morte e follia. Omicidi e Alchimia. Patti con il diavolo e improbabili resurrezioni. L’imponente facciata del cinquecento di Palazzo Sansevero ha fatto cornice a tutte, ma davvero a tutte le sfumature della magia e del mistero, dell’inquietante e dell’inspiegabile. E se c’è un luogo a Napoli che può essere consacrato monumento della leggenda, tempio dell’energia “nera” questo è senz’altro il civico N. 9 di piazza San Domenico Maggiore.

Edificato nella nella prima metà del XVI secolo dai principi di Sangro si aggiudica nello spazio di pochi anni, il titolo di Palazzo maledetto.

Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590  tre sicari, a soldo di un illustre marito tradito: Carlo Gesualdo principe di Venosa, uccidono Maria d’Avalos, moglie del famoso madrigalista e Fabrizio Carafa suo avvenente amante. Un agguato sanguinoso per mettere fine ad una delle tresche più scandalose del rinascimento napoletano. Un omicidio prezzolato contrabbandato come delitto d’onore per ripulire il nome di un principe vigliacco. La dama più bella del viceregno di Napoli, data in sposa al malinconico rampollo della nobile casata dei Gesualdo, incontra ad un ballo di corte il cavaliere Fabrizio Carafa, ambito da tutte le nobildonne per un fascino pari solo al suo lignaggio: ed è subito passione. Una passione indecente che li conduce fino dentro l’uscio della camera nuziale di Maria a consumare l’adulterio. Carlo Gesualdo, il marito tradito per difendersi dall’eco di uno scandalo che comincia di diventare imbarazzante paga tre scagnozzi per “eliminare” gli adulteri. Poi per salvare l’onore, ad omicidio compiuto, compare sulla scena del delitto ed infierisce sui cadaveri.

Una messa in scena meschina che gli consente di sfuggire alla condanna della Gran Corte di Vicaria., di guadagnare l’impunità, ma che non lo salverà dalla vendetta del fato che si abbatterà sulla sua famiglia e sul Palazzo che fu teatro di tanto scempio. Sulle volte affrescate di Palazzo Sansevero, il sangue dei giovani amanti uccisi a tradimento imprimono il marchio della maledizione. Il popolino passa trafelato davanti alla imponente facciata, non mancando mai di segnarsi la fronte. I nobili fingono scetticismo ma tra quelle stanze nessuno trascorrerebbe una notte. Le urla strazianti di Maria, sono in tanti a giurarlo, continuano a riecheggiare tra quelle mura ed il suo fantasma si aggira inquieto tra la Chiesa e l’Obelisco di piazza San Domenico Maggiore. Sarà proprio quest’alone di morte e di mistero oltre che la leggittima proprietà dell’edificio a spingere, nel ‘700 il principe Raimondo de Sangro a farne il suo quartier generale. E da quel momento aurea nera che già circondava l’edificio si fa, se possibile, ancora più cupa. Il principe mago, l’alchimista che gioca con la vita e con la morte, l’inventore inquieto e inquietante che dichiara tra il serio e il faceto di essere l’ultima incarnazione dell’ebreo errante, l’unico depositario del segreto dell’immortalità, il sacerdote delle tenebre, fa costruire un ponticello di collegamento tra “i suoi appartamenti” e la celebre cappella-laboratorio attigua. Una lingua di tufo, per trasformare in un unicum due strutture cariche di magie, due vasi comunicanti magnetismo nero. I vapori del laboratorio e i fantasmi del Palazzo, la potenza delle tenebre invocata dal principe de Sangro, e quella scatenata inconsapevolmente dal principe di Venosa: nell’immaginario popolare tutta l’area che da civico N. 9 di piazza San Domenico Maggiore si estende fino a via Francesco di Sangro:  si trasforma in una sorta di pentacolo maledetto, in una delle porte per l’inferno. Cresce la superstizione, il terrore. La misteriosa morte del nobile alchimista e la favola nera della sua resurrezione, le macchine anatomiche e le inquietati sculture che testimoniano le “diaboliche” conoscenze di Raimondo de Sangro faranno il resto. Di racconto in racconto, paura in paura la convinzione che quella zona sia consacrata al demonio si consolida. E la gente, soprattutto di notte, preferisce girare alla larga da Palazzo Sansevero. Così fino ad una mattina di settembre 1889 quando, dopo una notte di inquietanti tonfi e scricchiolii, l’ala del Palazzo collegata alla cappella crolla rovinosamente. Per la fantasia popolare è la liberazione del male.

 

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Il tempio del demonio torna nelle viscere della terra trascinando con sé gli spettri senza pace e le antiche maledizioni. La ricostruzione e le ragioni dell’edilizia residenziale negli anni contribuiranno a sbiadire le ombre cupe che avvolgevano il Palazzo. I fantasmi di Maria d’Avalos, Fabrizio Carafa e Raimondo de Sangro, la sorte malvagia che per secoli ha tiranneggiato quelle mura e coloro che osavano avvicinarsi troppo finiscono nel grande libro delle leggende che nessuno racconta più. Ma qualcuno… qualcuno a voce bassa, ancora lo ripete: di notte quando la piazza di svuota, quando le luci si spengono le ombre tornano. Torna l’ombra di una principessa uccisa mentre amava. Torna l’ombra di un’alchimista che giocando con la morte fu giocato. Torna l’ombra di una maledizione terribile. Implacabile. Eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria la Rossa: La Strega di Port’Alba

 

Era bella Maria. La più bella del quartiere. Capelli rosso fuoco e pelle d’avorio. Forme generose, labbra piene, occhi verdi. Era bella Maria. La più bella del quartiere. Aveva vent’anni, un sorriso sempre pronto a illuminarle il viso ed un fidanzato innamorato. Abitava in quella che oggi è via Port’Alba, ma che nel lontano seicento era conosciuta da tutti come largo Sciuscelle. Proprio nel tratto che collegava i due archi di Port’Alba -ultima porta aperta sulla cinta muraria partenopea per volere di Antonio Alvare de Toledo Duca d’Alba, stanco di far riparare i ripetuti fori praticati dal popolino per entrare in città senza sprecare troppo cammino- cresceva, infatti, un grande carrubo i cui frutti, da sempre, i Napoletani chiamano Sciuscelle. Una casa piccola ma dignitosa quella di Maria, all’ombra del grande carrubo, con il profumo dolce e intenso delle “sciuscelle” che si attaccava sulle vesti e sui quei suoi capelli lunghi e rossi. Rossi come il fuoco. Era bella Maria. Maria che con un sorriso “appicciava o’fuoc dint o’core”. Era bella. Innamorata. E felice. Con Michele era cresciuta e, in barba all’esercito di spasimanti che l’adulava, restava sempre lui l’unico uomo della sua vita. L’uomo con cui dividere la sua vita. E così, per licenziare definitivamente ogni corteggiatore, anche il più ostinato, decise di sposarlo quel suo fidanzato. Era bella Maria. Ancora più bella con l’abito nuziale. Per cento anni, sussurrò qualcuno. E Maria rabbrividì. Per cento anni. Pareva una bestemmia. E forse era davvero una bestemmia.

Passarono poche settimane. I due novelli sposi passeggiavano sottobraccio. Un tuono rimbombò sordo in lontananza. Stava per arrivare un temporale. Maria la rossa affrettò il passo. Suo marito la seguiva. Ma proprio sotto l’albero di carrube, mentre le prime gocce di pioggia cominciavano a cadere accadde qualcosa d’incredibile. Una forza misteriosa e prepotente sbarrò il passo a Michele. E per quanti sforzi facesse non c’era verso di avanzare. Maria sconvolta tentava di trascinarlo. Piangeva. Pregava. Ma niente. Niente sembrava poter neutralizzare quella barriera che bloccava il suo sposo impedendogli di avvicinarsi alla porta di casa. Alle grida di Maria accorse tutto il popolo del quartiere. Sotto gli occhi della folla Michele continuò a combattere per ore la sua battaglia contro quell’ ostacolo invisibile. In tanti tentarono di aiutarlo. Chi lo spingeva, chi lo tirava, chi con un bastone tentava di aprirgli un varco. Ma non c’era nessun muro da buttare giù. Chiunque poteva attraversare quel tratto. Chiunque. Ma non Michele. Michele restava bloccato al di là del carrubo. Disperato. Impotente.

Dopo qualche ora la gente del quartiere cominciò ad allontanarsi. La stessa Maria, stremata decise di ritornare a casa. A piangere ancora. A pregare ancora. A sperare che quel maleficio potesse finalmente essere neutralizzato. Michele da solo rimase sotto l’albero di carrubo. In ginocchio. In attesa. Restò lì tutta la notte. Ed il mattino successivo. Ed ancora per giorni i due sposi aspettarono. Aspettarono di potersi ricongiungere. Maria a casa sul tappeto di sciuscelle. Divisi da pochi invalicabili metri. Aspettarono. Aspettarono. Ma né il loro amore né la loro pazienza poterono qualcosa contro il feroce maleficio. Dopo l’ennesima notte d’insonne, Maria con gli occhi gonfi di pianto credette finalmente di aver capito. Il suo destino non era quello di moglie e madre. La sua chioma rossa fuoco era un messaggio della sorte che per anni si era rifiutata di voler leggere. Lei era nata per essere strega. Nessuno può sottrarsi al proprio destino. Con la morte nel cuore raggiunse suo marito. Lo abbracciò per l’ultima volta. Poi guardandolo fisso negli occhi mormorò “Miché vattene”. Non aggiunse altro. Non fu necessario aggiungere altro.

Da quel giorno Maria si trasformò in una strega, la magia quella bianca e quella nera si accorse di conoscerla come se l’avesse praticata da sempre. E nel giro di pochi anni anche il suo aspetto cambiò. I suoi lunghi capelli fulvi imbiancarono. 

 

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Il volto si coprì di una ragnatela di rughe, il suo corpo si trasformò, le spalle si curvarono sotto il peso di un destino pesante.

Difficile riconoscere la splendida fanciulla che era stata sotto quell’aspetto da megera. Maria la bella diventò brutta. Maria felice diventò cupa e torva. Maria che infiammava i cuori cominciò a fare paura. Il suo aspetto, i suoi poteri infondevano inquietudine. I vecchi amici cominciarono ad evitarla. I conoscenti la segnavano a dito. Era una strega. La strega di Port’Alba. E le streghe sono cattive. Le streghe dispensano dolore. Così, di giorno in giorno, di calunnia in calunnia, Maria diventò la favola nera del quartiere. Non c’era disgrazia o lutto di cui non le venisse attribuita la responsabilità. A quel punto il tragico epilogo era inevitabile. In piena Inquisizione una strega a Napoli: bastò una parola sussurrata all’orecchio giusto e per Maria fu la fine. Un processo sommario e la condanna, terribile di una ferocia assurda anche per quei tempi. Maria la strega fu rinchiusa in una gabbia, appesa ad un gancio sotto l’arco di Port’Alba e lasciata morire di fame e di sete sotto gli occhi del quartiere. Sotto gli occhi di chi l’aveva vista nascere, sotto gli occhi di chi si era commosso vedendola vestita da sposa, sotto gli occhi di tutti quelli che l’avevano condannata ad una morte atroce. Per giorni Maria urlò, chiese pietà. Nessuno si impietosì. I ragazzini ridevano, le comari la insultavano. Le ultime ore della sua agonia le passò in silenzio. Solo un attimo prima di spirare ritrovò la voce, Una voce cattiva, tagliente. Una voce da strega. “La pagherete. Tutti. Voi, i vostri figli, i vostri nipoti, tutti. La pagherete”. Furono le sue ultime parole.

Il suo cadavere rimase in quella gabbia per settimane. Doveva rappresentare il monito terribile di madre chiesa a chi pensasse di sottrarsi alle sue regole. Ma inspiegabilmente quel corpo, invece di decomporsi cominciò a pietrificarsi. I giudici dell’inquisizione informati dell’incredibile fatto si affrettarono a far scomparire la gabbia temendo che in quel prodigio qualcuno potesse leggere la sconfitta del bene sul male. L’unica testimonianza dell’orribile esecuzione restò quel gancio sotto l’arco di Port’Alba e un’ombra che secondo le voci del popolo da allora continua ad aggirarsi lungo quella via. Un’ombra dalla chioma rossa di fuoco, che si muove piano. E si ferma sempre nello stesso punto. Nel punto in cui quattro secoli fa cresceva un grande carrubo. Si ferma e aspetta, Chi l’ha incontrata ha detto che il suo sguardo era terribile. Chi l’ha incontrata era destinato a conoscere il dolore e la disperazione. Chi l’ha incontrata fugge da quella strada e raccomanda a tutti di percorrerla sempre ad occhi bassi. Chi l’ha incontrata ha detto che era bella. Era bella Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Streghe di Vico Pensiero

 

Avete mai incontrato una strega? Non uno di quegli esseri vecchi e laidi, che irrompono nelle favole d’ogni tempo, viaggiando in sella a una scopa. Una strega vera. Una di quelle che, prima di votarsi a messer demonio, i patti li ha stabiliti bene. Eterna giovinezza, bellezza conturbante, fascino irresistibile e magico potere. L’anima si può anche vendere, ma sconti non se ne concedono. Nemmeno a Satana. Non vi siete mai imbattuti, dunque, in una di quelle fanciulle splendide e maledette, che con uno sguardo rubano il cuore e la mente? Quelle capaci di accompagnarvi all’inferno facendovi attraversare tutte le sfere dell’estasi paradisiaca? Se il delirio della passione non vi spaventa, la sfida con il fascino diabolico vi intriga, o semplicemente, volete sperimentare, solo per qualche istante, i fremiti che l’immagine di una strega può evocare, attraversate via Tribunali, dirigetevi verso l’Archivio di Stato e… guardatevi intorno. E’ questo il luogo degli incantesimi. Dalla notte dei tempi, tra queste stradine, le magnifiche e magiche donne si aggirano a testa alta. Fino a un centinaio di anni fa vi era un vicolo cupo e misterioso, nel quale si celebrava, ogni giorno, il trionfo dell’insana passione su ogni ragionevole ragione. Vico Pensiero: lo scenario sul quale, per secoli, il potere della femminilità diabolica ha messo in scena la storia infinita dell’ossessione d’amore. Un’iscrizione, ai piedi di un basso rilievo, con sibilline parole, ammoniva gli incauti contro il fascino perverso delle streghe. “POVERO PENSIERO / ME FU ARRUBATO / PE NO LE FARE LE SPESE / ME L’HA TORNATO “. E’ la lapide posta, secondo una leggenda popolare, da un giovane delirante d’amore. Una strega diciassettenne, dai lunghi capelli neri e dagli occhi di giada, lo aveva catturato. Uno sguardo, solo uno sguardo, e per l’infelice non ci fu più nessuna possibilità di salvezza. Lo prese, come fanno le streghe, con il sorriso più dolce e le parole più tenere. Lo condusse nei luoghi della tenerezza e della passione. Si concesse a lui con il trasporto e il candore della più devota sposa. E quando non vi fu nemmeno un frammento d’anima da conquistare ancora, quando nella mente di quell’uomo non ci fu spazio che per lo splendido viso, il corpo sinuoso, il dolce nome della piccola seduttrice, ella si stancò. Non c’era più alcuna dolcezza nel suo sguardo quando lo abbandonò. Vane le preghiere, le lacrime, la disperazione sussurrata, urlata dal giovane innamorato. Voleva sposarla, lui, la sua strega. Voleva regalarle la sua vita per sempre. Di quanta ingenuità è padre l’amore. La fanciulla era stanca di giocare. Le streghe non conoscono i sentimenti, ignorano le emozioni. E così, quella sacerdotessa della passione, immune alla passione, per liberarsi di un amante divenuto ingombrante, pensò di restituirgli il cuore e la mente che gli aveva rubato. Ma l’incantesimo non poteva essere sciolto. Il povero infelice ebbe indietro un’anima ormai prigioniera, e l’eterno rimpianto per una donna che non avrebbe mai potuto essere sua. Per anni vagò lungo le strade che lo avevano visto gioioso e innamorato. Con gli occhi colmi di pianto accarezzava quei palazzi, muti testimoni di una felicità che non sarebbe mai più tornata. Poi decise di lanciare il suo ultimo, disperato grido di dolore. Di scolpire nella pietra i tormenti della sua anima, affinché, leggendoli, altri potessero sottrarsi al fascino maledetto di fanciulle belle, magiche e crudeli. L’iscrizione di vico Pensiero, per secoli, ha messo in guardia cittadini e forestieri. Poi, nel 1890, la stradina fu abbattuta per consentire i lavori di risanamento della zona e la lapide ceduta alla società storica di Napoli, dove ancora conservata. Quel luogo di incantesimi e sortilegi, al di là della toponomastica e delle ristrutturazioni, resta, però, sempre rifugio delle streghe. Ad ogni ora del giorno, nel largo antistante l’Archivio di Stato, esse si aggirano, perfide ed irresistibili.

Spingetevi fin lì e, se il fato ve lo concede, da un portone annerito dal tempo, o da un angolo remoto, potete vedere spuntare un distillato di femminilità capace di lasciarvi senza fiato.

 

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Non guardatela negli occhi, altrimenti per voi non ci sarà più scampo. In troppi hanno dovuto impararlo al prezzo di calde lacrime, d’interminabili notti insonni. Non lasciatevi ingannare dal sorriso puro, dall’accento di passione. Amare una strega significa ascendere alle vette più alte della felicità per precipitare, inesorabilmente, negli abissi più profondi della disperazione. Non sollevate lo sguardo. Non lasciatevi raggirare da quei “per sempre”. “Per sempre” sarà solo per voi. Le streghe non restano. Le streghe prima o poi fuggono, lasciando dietro di sé il acervo tormento. Per sempre!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Appendice

Gli Antichi Mestieri

 

 

 

 

“Racconti di Partenope”

 

(dal XIV al  XIX secolo) 

 

 

 

Prefazione

Napoli, città e porto della Campania, capol. di prov. e di regione, sul golfo di Napoli, a 10 m d'alt.; 117,27 km²; 1.020.120 ab. (Napoletani o Partenopei). Sede arcivescovile. Università. Aeroporto internazionale (Capodichino). Napoli è, dopo Roma e Milano, la terza città d'Italia per il numero degli abitanti è la più importante città del Mezzogiorno. Favorita da clima mite e costante (la temperatura media annua è di 17 ºC), si estende ad anfiteatro sul pendio di colline digradanti lungo il litorale del golfo omonimo, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, in uno scenario di bellezza incomparabile, cantato da innumerevoli poeti e scrittori (Virgilio, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Milton, Shelley, Cervantes, Goethe, Byron, ecc.). Fino al  XIII sec. l'estensione della città rimase assai limitata; le diverse dominazioni subite in seguito corrispondono ad altrettante tappe del suo sviluppo urbanistico. All'epoca della conquista angioina (1266) la città contava 40.000 ab.; la sua nuova funzione di capitale ne aumentò l'importanza, con conseguente incremento demografico e urbanistico. All'inizio del  XVI sec., i suoi abitanti erano 110.000. Alfonso d'Aragona e i suoi successori ampliarono la superficie del territorio urbano erigendo nuove mura; in seguito, il dominio spagnolo modificò il carattere della città, poiché il viceré don Pedro de Toledo attirò a Napoli le grandi famiglie nobili, e numerosi palazzi vennero costruiti verso ovest, tra le mura e la collina di Sant'Elmo (ove poi si sviluppò il Vomero), in posizione elevata e salubre; fu aperta l'ampia strada detta via Toledo e si svilupparono i cosiddetti quartieri spagnoli. Nel 1656, Napoli era la più popolosa città dell'Europa occidentale, con 360.000 ab.,
ma in quell'anno un'epidemia di peste li ridusse a circa la metà, e occorse un secolo intero perché la popolazione napoletana ritornasse numerosa com'era prima della pestilenza. Divenuta, con Carlo di Borbone, nuovamente capitale di regno, Napoli conobbe un nuovo sviluppo. Alla fine del  XVIII sec., la città cominciò ad assumere l'attuale aspetto urbanistico ed edilizio, e le colline di Sant'Elmo e di Capodimonte si coprirono di nuovi palazzi e quartieri; ai primi del  XIX sec., gli abitanti erano 441.000. Tale sviluppo proseguì, senza obbedire a un piano prestabilito,
fino a che, in seguito a una terribile epidemia di colera (1884), le autorità furono indotte a intraprendere grandi lavori di risanamento; fu sventrata la parte bassa della città antica e furono aperte nuove ampie arterie (rettifilo di corso Umberto I). Diversamente da altre grandi città italiane, Napoli, che aveva perduto il rango di capitale, non risentì in misura notevole le conseguenze dell'unità italiana: continuò a svilupparsi in relazione all'attività economica propria e i suoi sobborghi raggiunsero Pozzuoli a ovest e Portici a est, mentre altri, nuovi, sorgevano lungo le strade di Capua e di Caserta, a nord. Nel 1931 la città contava 840.000 ab.; 866.000 nel 1936. Le distruzioni belliche (durante la seconda guerra mondiale, circa 100.000 vani d'abitazione e il 65% degli impianti industriali andarono distrutti), le demolizioni di alcuni quartieri (rione Carità, ecc.),la costruzione di moderne zone urbane (a ovest, i quartieri amministrativi e turistici; a est, quelli commerciali), lo sfollamento dei "bassi", l'intenso processo di industrializzazione, prima, e di terziarizzazione del complesso urbano, poi, hanno apportato considerevoli modifiche all'aspetto della città. Questa ha visto dapprima crescere il numero dei suoi abitanti (intorno a un milione, nell'immediato dopoguerra) fino a raggiungere la soglia di 1.200.000 e a superarla di diverse decine di migliaia di unità all'inizio degli anni Settanta. Da allora il numero ha incominciato lentamente ma costantemente a diminuire (1.067.365 al censimento 1991). Il carattere particolare di Napoli sta anche nel vivo contrasto che si rileva nella città stessa, dove, dietro i grandi palazzi dalle ricche facciate prospicienti le maggiori arterie, innumerevoli abitazioni sovrappopolate, più o meno misere, si addensano in isolotti separati da viuzze strettissime: è qui, nei vicoli, che scorre la tipica vita napoletana, in un'atmosfera rumorosa e vivacissima. Lungo il mare, invece, sul quale si affacciano gli alberghi di lusso, un immenso viale (suddiviso in via Caracciolo e via Partenope) offre un magnifico panorama sul golfo e sul Vesuvio. Castel dell'Ovo, antica fortezza normanna, domina l'incantevole porto di Santa Lucia, in cui si addensano i pescherecci. I sobborghi sulla riva del mare terminano a ovest, dopo la pittoresca Mergellina, a Posillipo, quartiere residenziale, le cui ricche ville si scaglionano a gradinata sui pendii dei Campi Flegrei, al di sopra di Marechiaro, la piccola località di pescatori immortalata dalla poesia. Quattro funicolari collegano i vecchi quartieri della pianura a quelli collinari. L'agglomerato di Napoli svolge un'importante attività economica, in gran parte dipendente dal porto. Completamente distrutto durante la seconda guerra mondiale, è stato ricostruito e dotato di moderne attrezzature (darsene, bacini di carenaggio, silos, ecc.). Per il traffico passeggeri, che acquistò grande importanza all'inizio del   XX sec., all'epoca della massiccia emigrazione degli Italiani verso il Nuovo Mondo, oggi il porto di Napoli è il primo d'Italia, con oltre 5 milioni di passeggeri imbarcati e sbarcati in un anno. Oltre al traffico, prevalentemente turistico, con le isole dell'arcipelago napoletano (la città è collegata anche da servizi di aliscafi con Capri, Ischia e Sorrento), è intenso anche quello regolare con le isole Eolie, Messina, Palermo, Cagliari. L'attività del porto mercantile (uno dei primi d'Italia)  non ha cessato di aumentare, grazie a vari fattori: l'importanza del suo retroterra che, sebbene poco esteso, richiede grandi quantità di beni di consumo (cereali, carbone, coloniali); il carico dei prodotti agricoli d'esportazione (ortaggi, legumi e frutta, agrumi; prodotti caseari: mozzarelle, provole e provoloni, ecc.) e soprattutto l'esistenza nel capoluogo e nei comuni limitrofi di importanti industrie di trasformazione di materie prime pesanti  (raffinerie di petrolio, cementifici) e di costruzioni ferroviarie, automobilistiche e aeronautiche (stabilimenti Alfa Romeo e Aeritalia di Pomigliano d'Arco). Per quanto riguarda più strettamente il capoluogo, si è registrato un progressivo fenomeno di deindustrializzazione, con la chiusura di numerose iniziative e la ricollocazione di altre fuori del centro urbano o addirittura in tutt'altra località.
Esempio di questa nuova tendenza è lo smantellamento del polo siderurgico di Bagnoli, località inserita in un progetto di riqualificazione territoriale. Ancora rilevanti, a Napoli città, sono le industrie metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto, seguite dai rami del vestiario, del tessile e dell'abbigliamento (in costante diminuzione), da quelle cartarie e poligrafiche, delle pelli, del cuoio e delle calzature, dai settori alimentare, della ceramica e del legno, nonché da una miriade di iniziative minime o piccole di ogni genere appartenenti a un "secondo circuito" sommerso, o "nero", il cui peso reale risulta difficilmente valutabile. La contemporanea sensibile avanzata delle iniziative del settore terziario ha compensato solo in parte la perdita di posti di lavoro nell'industria - sicché la disoccupazione è aumentata - senza peraltro portare a una reale soluzione dei gravi problemi infrastrutturali (primi fra tutti quello della mobilità delle merci e dei lavoratori pendolari e quello della fornitura di dotazioni civili soddisfacenti e adeguate al ruolo di terza città d'Italia) che sono fra le concause del declino industriale e demografico della metropoli partenopea. Con poco più di 2,5 milioni di passeggeri transitati nel 1995, l'aeroporto di Capodichino pone Napoli al terzo posto in Italia dopo gli scali passeggeri di Roma e di Milano. Napoli è inoltre importante nodo stradale, autostradale e ferroviario e ha un'intensa attività commerciale.  Sviluppata è l'industria turistico-alberghiera. La città di Napoli vanta nobili tradizioni culturali: oltre all'antichissima università (1224), importanza notevole hanno l'Istituto universitario navale, l'Istituto universitario orientale, l'Istituto italiano di studi storici,  l'Istituto di fisica nucleare, il Centro internazionale di studi archeologici Amedeo Maiuri, l'Accademia pontaniana, l'osservatorio astronomico (Capodimonte), l'osservatorio vesuviano, l'orto botanico, la stazione zoologica con l'acquario, oltre alle biblioteche (Nazionale, Farnese, Gioacchina) e ai musei. Tra le manifestazioni annuali notevoli: la festa di San Gennaro, con processioni; la festa di Piedigrotta (settembre), la Fiera internazionale della casa, arredamento, abbigliamento, edilizia, alla Mostra d'oltremare (giugno-luglio), il Luglio musicale a Capodimontee l'Autunno musicale al Teatrino di corte di Palazzo Reale. Napoli è patria di innumerevoli artisti (Bernini, Salvator Rosa, Luca Giordano, Vanvitelli, G. Gigante, V. Gemito, ecc.), musicisti (D. Scarlatti, R. Leoncavallo, E. A. Mario), poeti e scrittori (Stazio, I. Sannazzaro, G. B. Marino, G. B. Basile, G. B. Vico, G. Filangieri, P. Colletta, S. di Giacomo, G. Marotta), patrioti e uomini politici (F. Caracciolo, C. Poerio, L. Settembrini, C. Pisacane, V. Imbriani, A. Diaz, A. Labriola, E. De Nicola) e uomini di teatro (E. Scarpetta, E. Caruso, Totò, i De Filippo, ecc.). Nei pressi della città si trovano le città romane di Pompei ed Ercolano, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina, il monte Faito verso SE; Capri a sud; verso ovest, i Campi Flegrei, Pozzuoli, con la solfatara, Agnano (terme; ippodromo nazionale), Camaldoli e le isole di Ischia e Procida. La  provincia di Napoli è per estensione una delle più piccole province italiane, ma è la più densamente popolata: 1.171 km²; 3.110.970 ab. distribuiti in 92 comuni, con una densità di 2.657 ab. per km². Il comune di Napoli addensa sul 10% del territorio provinciale il 33% della popolazione. Gli altri 91 comuni avevano nel 1951 una popolazione di 1.071.000 ab. Il denso reticolo di città minori e borghi, che si raccoglie entro un raggio di 25-30 km dal capoluogo, costituiva già allora un'area metropolitana atipica, con poche attività industriali e una base economica in cui prevalevano piuttosto l'agricoltura intensiva, la pesca, il turismo.
La popolazione dell'hinterland di Napoli è aumentata in misura non fortissima ma continua nei decenni successivi: 1.238.000 ab. nel 1961, 1.483.000 dieci anni dopo, 1.759.000 nel 1981 e 1.948.000 ab. nel 1991.
L'intera provincia costituisce uno spazio fortemente urbanizzato. I comuni più popolosi sono quelli costieri del golfo di Napoli: Pozzuoli, Portici (64.180 ab.), Ercolano, Torre del Greco (98.749 ab.), Torre Annunziata e Castellammare di Stabia; Sorrento e le isole di Capri e Ischia sono i centri storici del turismo partenopeo. Nella pianura a nord di Napoli si sono sviluppati sobborghi residenziali e industriali: Casoria, Giugliano in Campania, Afragola, Acerra e Pomigliano d'Arco dove hanno sede i grossi complessi industriali dell'Alfa Romeo, FIAT e dell'Aeritalia. I centri ai piedi del Vesuvio, meno popolosi, sono collegati ad anello dalla strada e dalla ferrovia circumvesuviana.
Pompei è già ai confini con la provincia di Salerno. A est la pianura di Nola conserva caratteristiche in parte agricole. L'agricoltura ha carattere intensivo; la viticoltura (Epomeo, Campi Flegrei, Vesuvio) dà vini pregiati: capri bianco, lacrima Christi, falerno, gragnano, vesuvio e i vini d'Ischia; oltre alla vite, si coltivano ortaggi, frutta, canapa, agrumi, olivi. Notevoli le estensioni boschive (castagneti). Attiva è la pesca a Procida, Pozzuoli, Torre del Greco, ecc. L'industria è varia: oltre alle industrie del capoluogo, attive sono le industrie navali, tessili, e soprattutto alimentari (ortaggi, pomodori e frutta conservati; paste alimentari). Alle già affermate industrie chimiche (Napoli, Torre Annunziata), ai cantieri navali (Napoli, Castellammare di Stabia), alle manifatture di tabacco, agli stabilimenti farmaceutici (Napoli), meccanici (Pozzuoli), alimentari (paste, conserve, gelati), aeronautici (Fusaro), tessili (Capodichino), si sono aggiunti i grandi impianti di Pomigliano d'Arco.
Tuttavia il processo di industrializzazione da solo non è bastato a risolvere tutti gli antichi problemi locali:
la disoccupazione mantiene valori elevatissimi, le dotazioni civili sono in larga parte insufficienti e anche sulla provincia si esercita, non meno che sul capoluogo, il peso opprimente della malavita organizzata, sicché quella di Napoli è l'unica fra le quattro grandi province metropolitane italiane che ancora presenta evidenti aspetti di sottosviluppo. Fra le attività del terziario, oltre a quelle che fanno capo ai servizi pubblici, intensa è ovunque l'attività commerciale e sviluppatissimo è il turismo (Sorrento, Capri, Ischia, Pompei). Frequentate sono le stazioni termali dell'isola d'Ischia, di Agnano e Pozzuoli. Centri principali: Torre del Greco, Portici, Casoria, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre Annunziata, Afragola, Giugliano in Campania.
L'antica Neapolis ("Città Nuova") fu fondata da un gruppo di coloni cumani stabilitisi a Parthenópe (Partenope), già insediamento fenicio e poi, nel VII sec. a.C., rodiese. Divenuta ben presto la città più importante della Campania,
intorno alla metà del  Vsec. accolse molto probabilmente dei coloni attici e, verso il 420, i rifugiati di Cuma, conquistata dai Sanniti, nel sobborgo di Palepoli (Paláiopolis, "Città Vecchia"). Assediata nel 327 dal console Publilio Filone, si arrese l'anno successivo, divenendo alleata di Roma, alla quale rimase fedele sia durante la spedizione di Pirro sia nel corso della guerra annibalica. Nonostante la concorrenza del porto di Puteoli (Pozzuoli) e la distruzione subita nell'82 a.C. da parte dei partigiani di Silla, nell'ultimo secolo della repubblica e durante l'Impero fu assai florida economicamente e famosa, oltre che per le sue bellezze naturali, anche come centro culturale d'impronta greca (Virgilio vi studiò presso la scuola di Sirone, stabilendosi più tardi nella villa  forse ereditata dal maestro, e vi fu sepolto). Eretta a municipio nel 90 a.C. e a colonia sotto Claudio, conservò tuttavia fino al Basso Impero la lingua e le istituzioni greche. Nel 476 vi fu imprigionato Romolo Augustolo, ultimo imperatore d'Occidente. Gli Ostrogoti sottomisero Napoli senza difficoltà (493), ma la città venne gravemente danneggiata dalla riconquista bizantina, che si realizzò faticosamente tra il 536 e il 553. Napoli si risollevò sotto l'amministrazione bizantina (rappresentata da giudici e duchi) e sotto il patrocinio dei vescovi, e tanto crebbe in potenza, da respingere tutti i tentativi di conquista dei Longobardi (581, 592, 599) e da imporsi agli stessi Bizantini come una base indispensabile per la conservazione dei loro domini in Italia. In cambio di questa collaborazione, Bisanzio concesse ai Napoletani un'ampia autonomia, fondata essenzialmente sul diritto di eleggere il proprio supremo magistrato, il duca. Per questa via, il vincolo di dipendenza di Napoli dall'imperatore si allentò sempre più e si ruppe di fatto sotto il duca-vescovo Stefano II (763). Capitale per quasi quattro secoli (763-1139) di un ducato che si estendeva molto al di là delle sue mura, Napoli riuscì a salvare la sua libertà e a sviluppare le sue attività economiche e culturali con una politica ora di forza ora di accortezza, che ebbe momenti epici nella lotta, assidua e vittoriosa, contro i musulmani (secc.  IX e  X) e tortuose vicende nei complicati e instabili rapporti con le altre forze prementi sul Mezzogiorno: il papato, il Sacro romano impero, Bisanzio e i principati locali derivati dal disfacimento del ducato longobardo beneventano. Ma le esigenze contingenti di tale politica indussero il duca Sergio IV di Napoli a favorire il primo insediamento ad Aversa (1030) di quei Normanni che, nel giro di un secolo, sottomisero e unificarono nel regno di Sicilia tutta l'Italia meridionale, Napoli compresa (1139). La conquista fu compiuta da Ruggero II, primo re di Sicilia, a prezzo di una lunga lotta, che nella sua ultima fase impegnò tutto il popolo nella difesa dell'indipendenza della città. Sotto i re normanni Ruggero II (1130- 1154), Guglielmo I il Malo (1154-1166) e Guglielmo II il Buono (1166- 1189), in mezzo secolo, Napoli si adattò non senza resistenze e sommosse (anche a sfondo sociale: nobili contro popolani) alla parte non più di capitale (la capitale del regno era Palermo), ma di capoluogo di una provincia che conservava il nome di principato di Capua. Ruggero II le garantì l'autonomia amministrativa (con una forte accentuazione aristocratica), Guglielmo I ne consolidò le difese (Castel Capuano, inizio di castel dell'Ovo), Guglielmo II temperò in senso popolare l'amministrazione. Quest'atto conciliò definitivamente i Napoletani coi Normanni così che quando, morto Guglielmo II (1189), Enrico VI di Svevia intraprese la conquista del regno di Sicilia, Napoli si schierò col suo rivale Tancredi di Lecce cugino di Guglielmo II, che la colmò di privilegi e di favori, e ne ebbe in cambio leale e generoso aiuto nella guerra contro lo Svevo, al quale la città si arrese soltanto dopo un'eroica resistenza (1194). Punita da Enrico VI con la demolizione delle mura e la revoca di ogni autonomia, la città sopportò di malanimo il regime dispotico e fiscale di Federico II, peraltro temperato da alcune illuminate iniziative (fondazione dell'università, 1224, limitazione dei privilegi nobiliari, incremento dei traffici, ricostruzione delle difese, ecc.). Dopo la morte di Federico II (1250), partecipò attivamente alla lotta antisveva promossa dai papi e, pur avendo per qualche tempo (1254-1266) accettato il dominio di Manfredi, dopo Benevento si sottomise a Carlo d'Angiò (1266), che proprio a Napoli fece decapitare Corradino, ultimo rampollo della casa sveva (1268). Sotto la dinastia angioina (1266-1442) Napoli riacquistò dignità di capitale dopo che la Sicilia, con la rivolta dei Vespri (1282), passò agli Aragonesi; crebbe il suo peso politico, crebbero la popolazione, l'area cittadina (arricchita di nuovi quartieri e monumenti, quali la reggia di Castel Nuovo), le attività economiche e culturali, favorite, queste, anche dal mecenatismo dei re, soprattutto di Roberto il Saggio; anche l'amministrazione cittadina, affidata ai cosiddetti Seggi o Sedili, svolse un'azione abbastanza efficace. Ma si inasprivano intanto gli squilibri, i contrasti sociali e il fiscalismo; per di più, dalla morte di Roberto (1343), si scatenarono quelle lotte dinastiche, che sboccarono nell'affermazione di Alfonso V (I) il Magnanimo, re d'Aragona e di Sicilia, che conquistò Napoli dopo un lungo assedio (1441-1442), stroncando le ultime vane speranze e resistenze degli epigoni della casa d'Angiò. I re aragonesi, nonostante le loro benemerenze soprattutto nel campo culturale e la loro magnificenza incontrarono difficoltà nel conquistarsi il favore popolare, tra l'altro per aver condotto a Napoli un gran numero di Catalani, a occupare posizioni-chiave nella politica e nell'economia, dove già operavano largamente altri forestieri, di origine francese, toscana, veneziana. Alfonso V (I) e Ferdinando I (Ferrante) non riuscirono ad arrestare le crescenti correnti avverse che, dopo l'ammonitrice congiura dei Baroni (1485- 1486), si manifestarono nell'accoglienza trionfale a Carlo VIII di Francia (1495) e successivamente nelle lotte franco-spagnole, che si conclusero nel maggio 1503 con l'ingresso di Consalvo di Cordova, il quale prese possesso di Napoli in nome di Ferdinando II (III) il Cattolico. Durante il regime dei viceré spagnoli (1503-1707), Napoli mantenne una formale autonomia, ebbe una rigogliosa ripresa urbanistica, prese, soprattutto ai tempi dell'imperatore Carlo V, respiro di metropoli di importanza e fama internazionali; ma pagò tutto questo a caro prezzo; tanto più caro quanto più il predominio della Spagna, dopo l'apogeo, venne declinando nel XVII sec. In un ambiente di stridenti contrasti culturali ed economico-sociali e sotto il peso di un fiscalismo sempre più pesante, scoppiò la rivolta popolare legata al nome di Masaniello (1647), seguita da un infelice esperimento repubblicano e da un tentativo di occupazione francese e conclusa col ritorno allo statu quo (1648), con l'aggravante di un tenace strascico di rancori, e di sussulti politici e sociali, caratterizzati
da costanti conflitti tra nobili e popolani e da mutevoli atteggiamenti degli uni e degli altri nei confronti dei dominatori spagnoli. Il passaggio dalla dominazione spagnola all'austriaca, durata dal 1707 al 1734, non modificò la formula del regime vicereale, né le condizioni generali della popolazione; suscitò anzi qualche rimpianto del passato, tanto che l'avvento di Carlo III (VII) di Borbone (1734-1759), figlio del re di Spagna Filippo V, vincitore degli Austriaci e istauratore della nuova dinastia, fu accolto dai Napoletani con largo favore, come inizio della restaurazione della città nel rango di capitale di un regno indipendente e sovrano. I Borboni non delusero le aspettative dei loro nuovi sudditi: Carlo e il suo successore Ferdinando IV diedero un notevole impulso alla vita della città sotto ogni aspetto: politico-amministrativo, monumentale, soprattutto culturale (G. B. Vico e gli illuministi Genovesi, Galiani, Pagano, Filangieri, ecc.) e intrapresero alcune riforme d'ispirazione illuministica. La Rivoluzione francese e le conseguenti guerre coinvolsero Napoli, dove si susseguirono l'effimera Repubblica Partenopea (1799), espressione della volontà di un'esigua minoranza "giacobina" senza radici nella popolazione, e l'occupazione francese, che portò al trono prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Nel periodo francese (1806- 1815), la città ebbe nuova amministrazione (i decurioni, per altro già introdotti da Ferdinando IV nel 1800) e nuovo incremento urbanistico e culturale; ma ciò non bastò a far dimenticare, soprattutto al popolo minuto e al clero, la vecchia dinastia riparata a Palermo. Perciò la restaurazione dei Borboni, ora in veste di re delle Due Sicilie (Ferdinando IV, ora I, Francesco I, Ferdinando II, Francesco II, dal 1815 al 1860), fu accolta con soddisfazione dalla maggioranza della popolazione. La città di Napoli, nonostante lo spirito retrivo e l'inerzia dei re, continuò a progredire: a Napoli fu costruito il primo battello a vapore (Ferdinando I, 1818), inaugurata la prima ferrovia (la Napoli-Portici, 1839), adottate le prime comunicazioni telegrafiche d'Italia; nel 1848 la marina napoletana era la terza d'Europa, i traffici, specialmente marittimi, prosperavano, il costo della vita era modesto e la tassazione media tenue. Nel campo della cultura, basterà ricordare Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Bertrando Spaventa, e molti insigni politici, tutti più o meno attivamente partecipi al movimento risorgimentale. A questo Napoli concorse coi moti del 1820-1821 e del 1848, entrambi tragicamente falliti; le iniziative liberali di Francesco II  (concessione della costituzione, giugno 1860) anticiparono di pochi mesi la conquista di Garibaldi (7 settembre) e la formale annessione del regno agli Stati sabaudi (plebisciti dell'ottobre). Da quel momento la storia di Napoli si inserisce nella storia d'Italia: tra le benemerenze della città, duramente provata dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, meritano ricordo le quattro giornate di lotta popolare, che la liberarono dall'occupazione tedesca (25-28 settembre 1943). La pianta della città greca è stata ricostruita con sufficiente sicurezza, ma gli avanzi riconoscibili si limitano ad alcuni tratti delle mura del   V sec. a.C. All'età romana sono invece da ascriversi i resti del teatro, del tempio dei Dioscuri, dell'Odeon, di alcuni impianti termali. Tra i più importanti monumenti dei primi secoli del cristianesimo sono le catacombe di San Gennaro, con ampie gallerie, sostenute talora da pilastri ricavati nel tufo, decorate con affreschi, i più antichi dei quali risalgono al  II sec. Altri antichi cimiteri cristiani sono le catacombe dette di San Gaudioso e di San Severo. All'età costantiniana, secondo il Liber pontificalis Ecclesiae neapolitanae, risale la basilica di Santa Restituta, in origine a cinque navate, radicalmente trasformata nel Trecento, quando venne incorporata nell'attuale duomo, e una seconda volta dopo il terremoto del 1688. Altri edifici paleocristiani notevoli per la ricerca di effetti pittoreschi e scenografici, propri della tradizione architettonica della città, sono la chiesa di San Gennaro extra moenia, fatta elevare accanto alle catacombe dal vescovo Severo (fine  IV sec. - inizio  V sec.),
con una sola vasta navata preceduta da un portico (trasformata a tre navate nel  IX sec.), quella di San Giorgio Maggiore, che conserva intatta, dopo i rifacimenti del  XVIIIsec., la parte absidale, quella di San Giovanni Maggiore (VI sec.) e il battistero di San Giovanni in Fonte, (V sec.), a pianta quadrata, con cupola su alto tamburo poggiante su voltine angolari. Scarse sono le testimonianze artistiche di età preromanica e romanica: elementi ancora di gusto classico sono riconoscibili nel campanile di Santa Maria Maggiore ( XI sec.), come pure, ma uniti a motivi orientali, nei rilievi dei plutei di Santa Restituta, di una transenna in San Giovanni Maggiore e di un fregio, proveniente dalla stessa chiesa e conservato nel Palazzo Arcivescovile, con inciso sul retro un calendario del  IX sec. In pittura la rielaborazione di schemi bizantini del ciclo di affreschi di Sant'Angelo in Formis venne ripresa fino al Duecento, come nelle tavole raffiguranti San Domenico e il Crocifisso tra la Vergine e San Giovanni Evangelista della chiesa di San Domenico. Divenuta capitale del regno degli Angiò, Napoli tornò a imporsi come grande centro artistico: fiorentissima fu soprattutto l'attività architettonica, grazie all'opera di maestri francesi, e anche locali, che diffusero nella città il gusto per le slanciate strutture gotiche in numerosissime chiese, da San Lorenzo Maggiore (iniziata nel 1267) con vasta abside poligonale, deambulatorio e cappelle radiali, a San Domenico Maggiore (1289-1324) e al duomo (1294-1323) a tre navate, con cappelle laterali; da Santa Chiara (1310-1328), con gli eleganti chiostri dei minori e delle clarisse, a Sant'Eligio (1270), a Santa Maria Donna Regina (inizio del  XIV sec.), a San Giovanni a Carbonara (1343): tutti edifici che subirono tuttavia più o meno vasti rifacimenti nei secc.  XVII e XVIII. All'età angioina risalgono anche il Castel Nuovo ( XIII sec; ricostruito nel  XV sec.) e il castel Sant'Elmo (1329) dominante la città dal Vomero. Da tutte le regioni d'Italia, e in particolare dalla Toscana, affluirono allora nella città artisti fra i maggiori del tempo che contribuirono a renderla più splendida con le loro opere: Pietro Cavallini, circondato da una vasta schiera di collaboratori, affrescò le pareti e il coro di Santa Maria Donna Regina, Simone Martini nel 1317 dipinse per Roberto d'Angiò la grande pala con San Ludovico da Tolosa che incorona Roberto d'Angiò (Napoli, Museo di Capodimonte) e nel 1321 eseguì affreschi e un polittico per la cappella di Castel Nuovo, opere perdute come quelle che Giotto lasciò tra il 1329 e il 1332 nello stesso Castel Nuovo e in alcune cappelle della chiesa di Santa Chiara. Tra gli scultori, Tino di Camaino, giunto a Napoli tra il 1323 e il 1324, trascorse tutta l'ultima parte della sua vita al servizio degli Angiò, eseguendo i grandiosi monumenti funebri di Caterina d'Absburgo (San Lorenzo Maggiore), di Maria d'Ungheria (Santa Maria Donna Regina), di Carlo d'Angiò l'Illustre, duca di Calabria, e Margherita di Valois (Santa Chiara),  esercitando un'influenza decisiva sugli scultori locali e anche sui fiorentini Giovanni e Pace, autori del monumentale sepolcro di Roberto d'Angiò in Santa Chiara. Nel corso del Quattrocento, con il passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese, le forme rinascimentali si vennero gradualmente imponendo, nonostante il tenace permanere di motivi gotici, nella ricostruzione di Castel Nuovo (1443-1453) e nell'arco di Alfonso d'Aragona, alla decorazione del quale collaborarono, sotto la direzione di Guillermo Sagrera, numerosi artisti italiani e stranieri, in un ambiente caratterizzato da vasta circolazione di diversi fermenti culturali,
nel quale si formarono anche Francesco Laurana e Niccolò dell'Arca. Negli ultimi due decenni del secolo l'attività di grandi architetti come Giuliano da Maiano, cui si deve la villa di Poggio Reale (distrutta) e la Porta Capuana (1484), e Francesco di Giorgio Martini fu di grande importanza per l'affermarsi del gusto rinascimentale toscano in numerosi palazzi (Marigliano; Filomarino; Gravina) e chiese (Sant'Anna dei Lombardi; Santa Caterina a Formiello) della fine del  XV sec. e della prima metà del  XVI. Per quanto riguarda la pittura, alla corte di Renato I il Buono d'Angiò prima, e di Alfonso I d'Aragona poi (Alfonso V il Magnanimo), furono attivi artisti provenienti da ogni parte d'Europa, e in particolare provenzali, francesi, borgognoni e iberici, ma l'ambiente fu dominato, intorno alla metà del secolo, da Colantonio cui si riconnette l'attività giovanile di Antonello da Messina. Nella seconda metà del Cinquecento continuarono a prevalere, sia in architettura sia in pittura, le forme rinascimentali, ma un nuovo splendido periodo dell'arte napoletana iniziò fin dai primi decenni del  XVII sec., con il formarsi di una vigorosa tradizione pittorica subito dopo il breve soggiorno del Caravaggio (1607). Battistello Caracciolo e lo spagnolo Jusepe de Ribera ne furono i brillanti iniziatori, seguiti da Francesco Fracanzano e Pietro Novelli, detto il Monrealese. Poco prima della metà del secolo il Domenichino e il Lanfranco, attivi il primo nella cappella di San Gennaro in duomo, il secondo nell'oratorio dei Nobili al Gesù Nuovo, e nella stessa cappella di San Gennaro, introdussero nella città elementi di gusto carraccesco che presto si incontrarono e fusero col filone di derivazione caravaggesca nell'opera di Massimo Stanzione, Pacecco de Rosa, Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Mattia Preti, mentre appartata si svolse l'arte di Bernardo Cavallino, tutta tesa alla ricerca di un'intonazione intensamente lirica, struggente, in raffinatissime composizioni di breve formato, contrastanti con le grandiose e magniloquenti imprese decorative di Luca Giordano e Francesco Solimena. Gloria della pittura napoletana tra Seicento e Settecento fu anche la "natura morta", da Luca Forte a Paolo Porpora, a Giovan Battista Ruoppolo, ai fratelli Giuseppe e Giovanni Battista Recco. Tra le maggiori realizzazioni architettoniche del XVII sec., durante il quale la città si arricchì di numerose delle sue fontane e delle pittoresche guglie e pinnacoli che ne decorano le piazze e le chiese, si ricordano il Palazzo Reale di Domenico Fontana (rimaneggiato nei secc.  XVIII e  XIX), la trasformazione della certosa di San Martino iniziata da G. A. Dosio e finita da Cosimo Fanzago (1623-1643), al quale si devono anche le chiese di Santa Maria degli Angeli alle Croci (1638), di San Giuseppe a Pontecorvo, dell'Ascensione e di Santa Teresa a Chiaia (1650-1662). Interessante personalità di architetto fu anche fra Giuseppe Nuvolo che diede disegni per Santa Maria della Sanità e costruì Santa Maria di Costantinopoli e San Carlo all'Arena. Le forme barocche continuarono a dominare nella prima metà del Settecento in Santa Maria di Caravaggio di G. B. Nauclerio,
nelle chiese della Concezione di Montecalvario e di San Michele di Domenico Antonio Vaccaro, nel rifacimento di palazzo Pignatelli, nel portale di palazzo Filomarino e nella chiesa della Nunziatella di Ferdinando Sanfelice. Intonazione più composta e classica hanno invece la facciata della chiesa dei Gerolomini e il grandioso albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga, il teatro San Carlo e la reggia di Capodimonte su disegno di Giovanni Antonio Medrano e soprattutto le opere di Luigi Vanvitelli che, chiamato a Napoli da Carlo VII di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna) per stendere i piani della reggia di Caserta, dominò l'architettura della città nella seconda metà del secolo, costruendo il palazzo Calabritto, la chiesa dell'Annunziata (1760), il Foro carolino (1763), la chiesa della Trinità (1769), l'oratorio della Santa Scala. Con l'inizio dell'Ottocento si affermòil gusto neoclassico con la chiesa di San Francesco di Paola (1817-1846) e la villa la Floridiana (1817-1819) di A. Niccolini. Opera principale della scultura settecentesca fu la decorazione della cappella San Severo dei Sangro, alla quale collaborarono tra gli altri Giuseppe Sammartino, Antonio Corradini e Francesco Queirolo: gravemente danneggiata dal terremoto del 1980, è stata restaurata completamente nel 1990. Tra i pittori si distinsero Giuseppe Bonito, Sebastiano Conca e Francesco De Mura. Si ricordano infine i nomi dei maggiori tra gli artisti che resero giustamente illustre l'ambiente artistico della città nel XIX sec.: lo scultore Vincenzo Gemito e i pittori Giacinto Gigante, Domenico Morelli, Filippo Palizzi e Gioacchino Toma. Tra i musei di Napoli, oltre al Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte, particolare importanza hanno il Museo nazionale di San Martino, ove sono raccolti dipinti, sculture e disegni dal  XIV al   XIXsec., e le ceramiche del Museo Duca di Martina (villa la Floridiana) e del Museo Aragona Pignatelli Cortes. Notevoli le collezioni di dipinti della Galleria dell'Accademia e delle raccolte d'arte Pagliara.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

 

 

 

 

 

 

 

[Il Munaciello - p. 2]*[Il Fantasma di Re Nasone - p. 4]*[La Leggenda di Palazzo Reale - p. 6]*[Il Fantasma di Maria d’Avalos - p. 8]*[I Fantasmi di Palazzo Donn’Anna - p. 10]*[La Barchetta dell’Amore - p. 12]*[Le Gazze della Pignasecca - p. 13]*[Il Fantasma di Luisa Sanfelice - p. 15]*[Son Tre Sorelle - p. 17]*[Palazzo Sansevero - p. 19]*[Maria la Rossa: La Strega di Port’Alba - p. 21]*[Le Streghe di Vico Pensiero - p. 23]*[In Appendice - n° 9 illustrazioni su Gli Antichi Mestieri] 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Munaciello

 

Gradini di pietra. Fango, umidità e tutto intorno buio. Buio fino al punto più alto della lunga scala che, da un vicolo del tenebroso quartiere dei Mercanti, sbuca su un angusto terrazzino. Ogni notte, di corsa. A perdifiato. Sfidando il silenzio, la paura, i mille occhi degli impenetrabili bassi. Ogni notte, per vedermi. Ogni notte, per perdersi tra le mie braccia. Ogni notte. Fino a quando un pugnale, infilato nella schiena, non rompe l’incanto. Fino a quando la morte non cancella la nostra tenera e infinita favola d’amore.

Sangue violenza, mistero. E naturalmente passioni, desideri proibiti, tormenti. Nulla manca nella incredibile storia di una delle figure più amate e temute della Napoli nera. Nulla, proprio nulla, è stato lasciato al caso nella nascita della famosa e sinistra leggenda partenopea: quella del Munaciello. Lo spiritello bizzarro che, da tempo immemorabile, circola in almeno il cinquanta per cento delle case della Napoli  “bassa”, quella cioè che  si sviluppa lungo tutto il quadrilatero greco-romano, fino al romantico terrazzo di Marechiaro. Lontano dai fasti della aristocrazia “alta” del Vomero e di via Petrarca. Lontano dalle lussuose residenze della borghesia,  ma pienamente a suo agio tra i vicoli e bassi del centro storico, nel cuore palpitante della metropoli magica e popolare.

La nostra storia cominciò all’alba dell’anno 1445, in pieno regno di Alfonso d’Aragona. Stefano Mariconda, giovane e “nobile garzone”, si innamorò di me, Caterinella Frezza, della bella figlia di un ricco mercante di panni. Il nostro amore fu duramente contrastato dalle rispettive famiglie. Ma noi due continuammo a vederci, proprio su un terrazzo appartato e buio nel quartiere dei Mercanti.

Fino a quando, una mano misteriosa, non decise di porre fine alla “tresca proibita”. Stefano venne barbaramente assassinato. Il suo corpo rimase, per giorni, abbandonato nel fetido vicolo che aveva cullato e difeso i nostri incontri segreti. Proprio sotto il mio balcone.

Fuggii di casa e mi nascosi in un convento, votando al silenzio la mia passione e il mio amore. Ancora una pagina, però, si deve scrivere della tormentata e drammatica esistenza dei due amanti napoletani. Dopo alcuni mesi di clausura forzata, misi al mondo un bambino. Le suore adottarono il mio piccolo che, ben presto, divenne il protetto del monastero. Mio figlio però cresceva pochissimo. Aveva la testa troppo grande per un corpicino piccolo e fragile. Le suore gli cucirono addosso un abito nero e bianco, da piccolo monaco.

Ci volle poco. Per strada, nei vicoli, tra i bassi cominciano a chiamarlo “lu munaciello”. E cominciano ad attribuirgli poteri magici, sovrannaturali. Se il mio piccino indossava il cappuccio rosso,era di buon  augurio. Dalla giornata la gente si aspettava il meglio. Ma se per ventura le suore o io gli mettevamo il cappuccetto nero, allora giù bestemmie e imprecazioni: e allora lu munaciello porta sfortuna, diventa annunciatore o, addirittura, portatore di disgrazie. “Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua; lui che, toccando i cani, li faceva arrabbiare; lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli”.

Di casa in casa, di basso in basso, di bocca in bocca: la leggenda del munaciello fortunato o maledetto non può che condurre all’ennesimo epilogo tragico. Il mio bambino, come suo padre, venne ucciso. Il suo corpo fu ritrovato in una cloaca. Il mio cuore non resse a quest’altro dolore in circostanze misteriose. Da quel nefasto giorno la sua anima, la sua ombra, il suo spirito si aggirano per i quartieri del centro antico, da Toledo ai Tribunali, dalla

Sapienza a Foria, passando per i cupi bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e di Pendino.

“Dove è stato vivo –scrive donna Matilde- s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, lì ricompare, nella medesima parvenza, per il terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini”.

 

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Fin qui la sua drammatica vicenda, almeno come vien fuori dalla romantica penna della nota  giornalista di Patrasso. Secondo la tradizione popolare, però, lo spiritello si presenta anche sotto spoglie diverse e da tempo immemorabile egli infesta Napoli, “apparendo in special modo a coloro, ai quali nel battesimo non erano state ben pronunciate le parole sacramentali”.

Se in qualcuno di quegli antichi e lugubri edifici del centro storico si vedeva, a notte avanzata, una striscia di tela che scendeva giù da una finestra, e poi risaliva, si sentiva un suono di “tofa”, un guaito, od altro sinistro rumore; senza dubbio in quella casa “ce steva’u munaciello”.

Pochi e spesso inefficaci i rimedi contro l’indiscrezione dello spiritello. Quando cominciava a fare capricci, infatti, c’era da disperarsi. A sentir la gente, col munaciello ci voleva coraggio, ma se si giungeva a togliergli la “scazzettella”, il colpo era fatto: per riaverla egli era anche disposto a regalare un pugno di monete d’oro; come ricorda anche Petronio nel suo Satyricon (audivi…incuboni pileum rapuisset et thesaurus inventi)”. Una delle caratteristiche dello stravagante fraticello era, infatti anche quella di dispensare denaro e fortuna. “Quando pigliava a proteggere qualcuno -spiega Luigi Correra, in un piccolo saggio pubblicato alla fine dell’Ottocento, nell’Archivio di tradizioni popolari ‘Gianbattista Basile’- allorala casa aunnava comme a l’oro (vi era cioè l’abbondanza dell’oro) il che avveniva quando nella casa vi era qualche fanciulla di cui il folletto si innamorava. Si trovavano in casa oggetti senza sapere donde fossero arrivati, e spesso pure delle vesti per l’amata donzella. Sovente quando ella saliva sul suppegno della casa, s’imbatteva in un vago fanciullo che l’invitava a giuocar seco con de’ quattrini, e poi da vero cavaliere gliene faceva presente; e così la sua bella, in breve, si accumulava un bel gruzzoletto”.

Spirito imprevedibile, dunque, a Napoli e per Napoli “lu munaciello” rimarrà, per sempre, un fantasma, figlio dell’amore negato, che continuerà a vagare alla ricerca della passione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Re Nasone

 

La gonna: La camicia. Le calze. Poi, lentamente, le mani salgono dietro la schiena a cercare i ganci del reggiseno. Gran bella donna, Maria. Lui la guardava ogni notte, mentre, ad uno ad uno, i capi della biancheria cadevano, leggeri, dietro i vetri della finestra di ***. Non era bello, e poi… quel naso. Quel nasone che gli invadeva la faccia pallida e scarna. “Tanto varrebbe che mi gettassero a mare” aveva commentato, sconfortata alla prospettiva di sposarlo, la donna che sarebbe stata costretta a diventare sua moglie. Lui, però, non era abituato a farsi troppi problemi. Era innamorato. Lo era stato duecento anni prima di un’immagine mostratagli dal padre, lo sarebbe stato, perennemente, per due secoli, di ogni donna che gli fosse capitata a tiro. Inguaribile e sfortunato. Quando era stato Re, e ora, che era fantasma. Lo spettro più blasonato di tutti i tempi era condannato a un destino ineluttabile: innamorarsi sempre, innamorarsi più che mai delle donne sbagliate. E dietro i vetri di quella palazzina, da fantasma, stava per consumare l’ennesima gaffe del suo nobile pedigree di gaffeur d’eccezione. Si era perdutamente innamorato di Maria, la promessa sposa di un feroce guappo di Napoli. Uno sgarro di tal guisa l’innominabile *** di Forcella l’avrebbe lavato volentieri col sangue. Ma quella figura pallida e spettrale di sangue non sembrava averne più nemmeno una goccia. Così, con sommo dispregio per il real blasone,*** vendicò l’onore di Maria con ettolitri d’acqua santa. E il maldestro innamorato, anche da spettro, dové battere un’ignominiosa ritirata.

Vero o falso che sia, questo è solo l’ultimo, divertente, aneddoto che si racconta a Napoli su Ferdinando IV di Borbone, meglio conosciuto come Re Nasone. La sua ombra, il profilo del suo enorme naso, ingombra le notti napoletane con tutta la goffaggine che, da vivo prima e da morto poi, si trascina come palla al piede. Sono quasi tutti disperati e spaventosi i fantasmi che infestano la città di Partenope. Solo lo spettro di Ferdinando, che vaga alla ricerca dell’amore, non fa paura nemmeno ad un bambino. Viene accolto allegramente in qualunque palazzo decida di riapparire. La sua presenza è garanzia di grasse risate. Così come la sua storia, all’insegna degli amori sbagliati e delle figure barbine. La carriera di improbabile Casanova, don Ferdinando la inaugura con la scelta della futura consorte. Il Re punta gli occhi su tre belle dame, e da quel momento la dea bendata comincia a fargli i dispetti. Le prime due concorrenti in lizza vengono brutalmente eliminate dalla competizione grazie ad un inopinato intervento della “signora nera con la falce”. Per la terza, pollice verso di papà. Morte di vaiolo le prime due aspiranti mogli (Giovanna d’Austria e Maria Giuseppa) e bocciata la terza (Amalia) da Carlo III di Spagna, il povero Ferdinando, incalzato dall’intollerabile prospettiva di un malinconico celibato, impalma Maria Carolina, figlia prediletta dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa e sorella di Maria Antonietta di Francia. Un real ripiego che gli costerà il mantenimento di quindici figli e di un imprecisato numero di amanti… Della moglie, naturalmente! Maria Carolina, infatti, oltre a distinguersi per la smodata fama di potere, può tranquillamente essere citata nel guinness dei primati per essere riuscita a collezionare, tra una gravidanza e l’altra, una quantità stupefacente di relazioni extraconiugali, intrecciate, tra Spagna, Napoli e la calda terra di Sicilia. Tutto alle spalle del buon Ferdinando, che l’ama perdutamente e non si accorge mai di niente. C’è però una giustizia (?!) anche per lo sfortunato consorte. Logorata dall’intensa attività “sentimentale”, Maria Carolina passa a miglior vita, lasciando, l’inconsolabile Nasone, tra le consolatorie braccia di donna Lucia Migliaccio da Siracusa. Gonfio d’amore e di gratitudine per la donna, che è riuscita a strapparlo dalla valle di lacrime nella quale era precipitato, don Ferdinando che fa? Regala alla sua seconda moglie una favolosa residenza, immersa  nel verde  dello splendido parco della Floridia,

 

 

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che di lì a poco sarà battezzata come Villa Lucia. L'ignaro pasticcione non immagina nemmeno lontanamente di aver offerto, come supremo dono d’amore al suo angelo siciliano, niente di meno che l’alcova nella quale erano stati consumati i roventi convegni d’amore della buonanima di Maria Carolina e del suo guardiacaccia Lalò, ultimo favorito dalla focosa regina. Una vergognosa gaffe che, nemmeno da fantasma, riesce a perdonarsi. E’ per questo, si dice a Napoli, che quando non è impegnato a spiare qualche avvenente signora del ventesimo secolo, magari intenta a spogliarsi, don Ferdinando suole ritornare tra le mura del più grande monumento alla sua regale dabbenaggine. E’ proprio tra i giardini della Floridiana che, in tanti, giurano d’averlo visto mentre si aggira nervosamente, torcendosi le mani per la rabbia. Vorrebbe trovare il modo per strapparsi di dosso l’abito da tontolone che con tanto impegno è riuscito a cucirsi in mezzo secolo di infaticabile attività. Continua a provarci, il povero Re Nasone, ma, per disdetta, continua puntualmente ad andargli male!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Leggenda di Palazzo Reale

 

Si aggira tra le sale affrescate di Palazzo Reale. Un’ombra un po’ curva che, all’imbrunire, si muove lentamente tra quelle mura nelle quali le “ragioni di Stato” segnarono duramente il  suo destino. Qualcuno, fra i tanti visitatori dell’imponente palazzo di piazza Plebiscito, l’ha incontrato. Per i custodi è un ospite fisso. Il principe Carlo, fratello di Ferdinando II di Borbone, è il più romantico tra gli spettri coronati, che, da secoli, errano nei palazzi nobiliari napoletani. Il signore di Capua riconobbe un unico sovrano: l’amore. E solo alla sua legge volle inchinarsi. Non bastarono minacce o castighi, suppliche o ordini per ricondurlo all’ordine. Né le materne e regali lacrime, né l’irriducibile intransigenza di suo fratello il Re. Nulla poté contro il sentimento tenace e prepotente che lo legò, per tutta la vita, ad una donna non sufficientemente blasonata per essere accettata dalla reale famiglia di Napoli.

L’anno è il 1865. Su un palco del teatro San Carlo, il principe di Capua, secondogenito di Maria Isabella di Spagna e di Francesco I di Borbone, consuma la sua ultima serata mondana. E’ pallido, distratto. Dissimula a stento l’ansia che lo tormenta. Per lui è una serata infinita. C’è una donna che lo aspetta. La sua donna. Attesa per una vita. Per lei si accinge, senza timore, a sfidare l’ira di un’intera famiglia. A rinunciare a titolo ed onori, agiatezza economica e riconoscimenti. Penelope Smith: bella e fragile, dolce e fiera. Una semplice turista irlandese che, nello spazio di poche settimane, si è impadronita del suo cuore. Carlo vuole sposarla, non c’è altro per lui che quella fronte bianca e delicata, quello sguardo carico di infinite promesse. Ma l’irruenta passione che lo travolge si scontra con la granitica opposizione di suo fratello Ferdinando. “Mai”, tuona il Re delle due Sicilie. “Mai” è un tempo troppo lungo per un innamorato. Per chi conta, impaziente, i minuti che lo separano dal suo sogno d’amore. Al duro diniego di Ferdinando II, Carlo oppone la più audace delle risoluzioni: la fuga. L’ultima, estenuante, farsa sul palco del Real Teatro, rigido dentro quegli abiti da cerimonia che, mai come quell’eterna serata, sembrano soffocarlo. E’, per il principe di Capua, l’estremo tributo ad un titolo che pesa come una catena. E poi via precipitosamente. Di corsa, incontro a Penelope, incontro alla libertà d’amare. Nel buio di una notte magica, in una carrozza anonima, Carlo, in nome dell’amore, rinuncia a tutti i suoi possedimenti, al titolo di principe, ad ogni appannaggio, ai vincoli di sangue.In nome dell’amore, resta sordo ai severi richiami di suo fratello. In nome dell’amore legittima il suo sentimento a Gretta Green, uno sperduto paesino della Scozia. In nome dell’amore, rifiuta il perdono del sovrano offerto al prezzo di un umiliante dichiarazione: riconoscere la sua unione come matrimonio “di mano sinistra”. Senza riconoscimenti e onori. In nome dell’amore, accetta senza rimpianti una vita di stenti, fatta di prestiti ed umiliazioni. In nome dell’amore, vaga di città in città, in perpetuo esilio con la dolce Penelope e  suoi figli. Non più  principe. Ricco solo dell’intransigente riprovazione dell’intera famiglia reale, Carlo non accennerà a un solo gesto di pentimento. Sulle prime Ferdinando, furente di fronte all’orgogliosa ribellione del fratello minore, tormenta ambasciatori di mezza Europa nel tentativo di rintracciare il fuggiasco e richiamarlo alle responsabilità del suo rango. Dopo mesi di imbarazzate risposte da parte dei nobili, investiti dello scomodo ruolo di spioni internazionali, il Re traduce in fatti le sinistre minacce tuonate contro l’insubordinato principe. Lo spoglia del suo titolo e di tutti i suoi averi, gli proibisce a vita di ritornare nel regno di Napoli. A nulla valgono le suppliche, bagnate di lacrime, di Maria Isabella, madre tenera ed indulgente, che ogni cosa avrebbe perdonato all’amato Carlo. Il nome di colui che aveva infangato un’onorata dinastia viene bandito dalla corte dei Borboni. Ma la tempesta scatenata a Napoli, non sembra turbare più di tanto i due amanti che, nonostante la solitudine e le rinunce, non rinnegano la coraggiosa scelta. Poveri ed erranti continuano ad amarsi appassionatamente. Una cosa, una sola cosa, Carlo non perdonerà mai suo fratello.

 

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Dopo tanti affronti per un unico gesto reclamerà sempre vendetta: nemmeno dopo la sua morte Penelope e figli otterranno alcun riconoscimento. Per questo, sì, la vendetta. La vendetta sul Regno, sul Palazzo e su quella città che lo ha abbandonato, dimenticato. Carlo di Borbone, fratello di Ferdinando II, torna, da fantasma, a Palazzo Reale per reclamare un ruolo e un titolo. Non per se stesso. Non per la sua già blasonata persona. Lo spettro che si agita tra le mura della dimora reale, nell’attuale piazza Plebiscito, chiede giustizia per i suoi figli e per l’unica persona che valse un regno: Penelope Smith, bella e fragile, dolce e fiera, donna della sua vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Maria d’Avalos

 

Sono in tanti a giurare d’averla vista. Bellissima ed evanescente, lunghe vesti discinte, capelli scarmigliati. Con il terrore dipinto sul volto, quello splendido volto che, né quattrocento anni, né l’oltraggio di una morte infamante, sono riusciti a segnare. Vaga tra l’obelisco di San Domenico Maggiore e il portale del palazzo di Sansevero. Nelle notti senza luna, quando la città dei vivi si addormenta, il fantasma di Maria D’Avalos si aggira, senza pace, intorno a quella piazza, a quella vetusta dimora che fu teatro d’amore e di passione, di vendetta e di morte.

Il 17 ottobre 1590, Maria D’Avavolos e Fabrizio Carafa, in una delle stanze del celebre palazzo di Sansevero, rinnovano, ancora una volta, l’eterno incantesimo dell’amore. Sono giovani, belli, innamorati. Sono felici, tra quelle mura discrete che celano, agli occhi del mondo, l’estasi e la paura di una relazione clandestina. Il desiderio, colpevole per quanti non conoscano le tempeste dei sentimenti, li ha vinti. Una volta, due, tre e ancora. Dimentichi degli obblighi. Dimentichi di un marito, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, legittimo consorte di Maria, troppo orgoglioso per tollerare l’onta di un tradimento, troppo innamorato per invocare la giustizia della legge. Il nobile Carlo, famoso madrigalista, non sa rinunciare a quella donna splendida ed irrequieta, ma non può accettare di dividerla con altri. Uomo appassionato e sensibile, grande amico di Tasso, Carlo Gesualdo “illustra musica”. Ore e ore chino su grigi spartiti a trasfondere, in struggenti madrigali, il sentimento prepotente che lo lega alla sua dama. Nelle camere ornate d’affreschi e di stucchi, tentando di tacitare il desiderio imperioso di una donna che gli sfugge, il principe di Venosa fa ascoltare, all’amico poeta, sublimi note. La sua anima dolce e ardente, l’amore immenso e disperato che lo avvince, si squaderna tutto in quelle sue composizioni dolenti. Quei malinconici madrigali, scritti al tempo delle vane illusioni e delle puntuali delusioni, nei giorni in cui non disperava di poter riconquistare sua moglie, pur sentendola ogni minuto più lontana, sono gli unici testimoni delle crudelissime pene da cui fu agitato il cuore di quell’uomo, dell’acerbo dolore che avrebbe trasformato un infelice innamorato in spietato assassino.

Tutta Napoli conosce la tresca della bella Maria con Fabrizio Carafa. La nobiltà ne parla a mezza voce, i popolani commentano, con divertita indulgenza, l’audacia dei clandestini amanti. Ma l’amore rende ciechi. Don Carlo per qualche tempo non vede o non vuole vedere quel che succede intorno a lui. Scrive d’amore pensando alla sua donna, le dedica malinconiche melodie, chiude gli occhi su una verità troppo dura da accettare. La passione dei  due giovani amanti, però, cresce ogni giorno. Presto anche la prudenza viene accantonata. Insieme, contro tutto, malgrado tutto. Nemmeno sull’uscio della camera nuziale di Maria sa arrestarsi il desiderio. I mormorii della città, si trasformano in un coro indignato. Tutti vedono. Tutti sanno.Tutti parlano. Solo il legittimo consorte della “donna senza ritegno”, continua a non vedere, a non sapere, a non parlare.

Fino a quando la benda che, per qualche mese, ha coperto gli occhi di Carlo viene brutalmente strappata via. E’ un amico “premuroso”, che si assume l’onere e l’onore d’informarlo, con spietata dovizia di particolari, dell’infamia. Pazzo di dolore e di gelosia, l’uomo tenta ancora di non arrendersi alla dolorosa verità. Concede all’adorata moglie l’ultimo, delirante, atto di fiducia: il beneficio del dubbio. Finge di partire per ritornare, a notte fonda, nella segreta speranza di trovare, sola e casta, la donna che ama. Vano desiderio. Estrema e impossibile speranza. Spalancata la porta di casa, ogni illusione si infrange miseramente contro l’immagine dei due amanti avvinti sul talamo. L’ira e la disperazione, troppo a lungo represse, impongono le loro crudeli ragioni. Il principe di Venosa si getta su quei corpi nudi, brandendo un pugnale, e colpisce con cieco furore, ancora, ancora, e ancora.

 

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Fino ad uccidere. Folle di dolore, sporco di sangue, cammina per ore lungo le vie del centro, piangendo. Poi fugge via. Il palazzo resta abbandonato. Chiuse quelle stanze insanguinate, pare alla gente del vicinato di udire ogni notte un grido alto e angoscioso e pare ancora che si aggiri., per l’oscurità delle viuzze circostanti, il bianco fantasma di Maria. Quello spettro, di certo, non abbandona la mente dell’omicida. Quel corpo stupendo e insanguinato continua a danzargli davanti agli occhi. E così, quei madrigali malinconici si trasformano in un disperato pianto melodico, che narra, singhiozzante, la funebre storia della bella Maria, vittima della passione.

Per anni, l’urlo agghiacciante della splendida e sfortunata dama, ha raggelato il quartiere. Fino al 1889, quando il crollo dell’ala maledetta del palazzo, sembra restituire un po’ di pace allo spirito errante di Maria D’Avalos. Da allora, nelle notti senza luna, l’ombra evanescente riappare muta. Si aggira silenziosa, dolente e il suo incedere spettrale sembra riecheggiare i versi ispirati al Tasso dalla sua tragica vicenda:

Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori!...

La bella e irrequieta Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I Fantasmi di Palazzo Donn’Anna

 

Era bella. Forse la più bella. Morì sola. Abbandonata, dimenticata. Mortificata dalla più mortificante delle malattie. Uccisa dal morbo dei poveri. Uccisa dai pidocchi.

Era bella. Forse la più bella. Amata, desiderata, bramata dai regnanti di mezza Europa. Giancarlo de’Medici; Taddeo Barberini, nipote del Papa Urbano VIII; Giovanni Casimiro, re di Polonia; Francesco d’Este. Tutti, proprio tutti, si erano inchinati alla sua prorompente sensualità.

Ma lei puntava al trono di Napoli. Voleva essere unica, signora e padrona, della città più bella del mondo. Fu così che Anna Carafa, la più bella tra le belle, sposò Ramiro Guzmàn, duca di Medina de las Torres, divenne vice regina di Napoli, e cominciò, lenta, a scendere tutti i gradini dell’inferno.

La sua storia, il suo segreto, che nasconde un rapimento e forse un tremendo delitto passionale, fa da scenario ad uno dei più affascinanti misteri di Napoli: i fantasmi di Palazzo Donn’Anna a Posillipo. Sono secoli, infatti, che gli abitanti della magica collina, giurano di vedere, su uno dei terrazzi del severo edificio, due figure, bianche, evanescenti, che danzano e si stringono riflesse nel chiarore debole della luna d’autunno. Chi sono quei due amanti che ancora vagano nelle notti partenopee? Anna Carafa, donna Ana di Medina, unica depositaria di quell’orribile segreto, non potrà mai far luce su una vicenda dai troppi contorni oscuri. Ci proviamo noi. Accompagnati dalla voce del popolo e dalle mille storie scritte, in punte di penna, e raccontate a denti stretti.

Era bella. Forse, la più bella. Anna Carafa aveva scelto di sposare il duca di Medina, perché sapeva benissimo che, di lì a poco, a quell’uomo sarebbe toccato il titolo di vicerè di Napoli, al posto del Monterey.

Le nozze, le fastose nozze si celebrarono nel 1636 tra le sale del Palazzo Stigliano a Chiaia. Lui l’amava. Lei amava il suo destino. Avevano, però, una caratteristica che li accomunava: erano entrambi ambiziosi, affamati di potere e di denaro. Divennero, in un anno, il vicerè e la vice regina di Napoli. E si cercarono una reggia capace di poter essere all’altezza della magione che ospitava l’unica persona un gradino più su di loro: il Re. L’attenzione cadde su un piccolo e grazioso casino denominato La Serena, a pochi passi dalla collina di Posillipo. I lavori furono affidati al più grande architetto dell’epoca, Cosimo Fanzago, e, per due anni, vi lavorarono senza sosta almeno quattrocento uomini al giorno. Anna Carafa era felice. Il suo castello avrebbe offuscato lo splendore di mille altre residenze napoletane. E così fu. Palazzo Donn’Anna divenne il simbolo della Napoli ricca e potente. Accolse feste e balli, permise alla sua “regina” di accarezzare i più sfrenati sogni di potere. Anna dalla vita voleva prendersi tutto. E almeno per alcuni anni nulla le fu negato. Inutile immaginare quale dovesse essere la sua rabbia, il suo rancore, quando scoprì che una piccola, “insignificante signorina”, era riuscita a rubarle…l’amante.

Comincia così la discesa verso gli inferi della vice regina di Napoli. Anna, sposa di Ramiro Guzmàn, ha un amante. Si tratta di Gaetano di Casapesenna, giovane nobile, habitué del Palazzo di Posillipo. L’uomo la raggiunge quando il vicerè è in Spagna, e trascorre con lei focose notti d’amore. Almeno fino a quando, un incontro inaspettato, inevitabile, non sconvolge la vita del giovane. L’occasione, per ironia della sorte, è data dalla stessa donn’Anna. La nobildonna organizza una recita a Palazzo. Commedia e danze moresche avranno due protagonisti: il suo amante e la nipote spagnola Mercede de las Torres, “giovane, bruna, dai grandi occhi limonati e dai capelli neri”. Una spagnola purosangue. Quanto basta per far perdere la testa a Gaetano di Casapesenna. I due si innamorano, si amano tra le volte del Palazzo dell’ormai detestata zia. La tresca viene scoperta.

 

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Da questo momento un alone di fitto mistero avvolgerà tutta la vicenda. Mercede, dopo un violento scontro con Anna Carafa, scompare. Ufficialmente è in un monastero il cui nome viene rigorosamente tenuto segreto. Ma a Napoli in molti sono pronti a giurare che la bella iberica è stata rapita e uccisa. Mandante dell’orribile omicidio non può che essere la vice regina. A nulla serve la disperazione di Gaetano. L’uomo cercherà la sua amata nei monasteri di tutto il Regno. Invano. Mercede è scomparsa. Il suo fantasma ritorna, ogni notte, sul terrazzo di Palazzo Donn’Anna, per incontrare l’unico grande amore della sua breve vita. Anna Carafa? Morì sola. Abbandonata, dimenticata. Mortificata dalla più mortificante delle malattie. Uccisa dal morbo dei poveri. Uccisa dai pidocchi. Era bella. Forse, la più bella.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Barchetta dell’Amore

 

Ogni notte la barchetta fantasma appare. Ma non tutti la vedono. Dio permette che solamente chi ama bene, chi ama intensamente, possa vederla. Apparisce solo per gli innamorati, i quali impallidiscono a quell’aspetto. E’ la prova dell’amore, una prova infallibile e singolare.

L’hai tu vista? L’hai tu vista la barchetta fantasma, amor mio? O sciagurata me se fui sola a vederla!”.

Lo scorcio è il più suggestivo di Napoli. A metà dei tornanti che si arrampicano lungo la collina di Posillipo. Un centinaio di gradini, tra le pareti scavate nel tufo. L’odore salmastro che sale fino in gola. E ancora giù, sotto volte ricoperte di muschio, e piccole finestre che fanno il girotondo. L’ultima rampa, già umida. L’urlo acuto dei gabbiani. E poi, di colpo, si spalanca il mare. Quell’emozione, mille volte sfiorata, mille volte mancata, che esplode nel petto e lascia senza fiato. Cento gradini per andare incontro al mare. Tre rampe ripide e sconnesse per abbracciare l’immensità e vivere l’attimo eterno dell’amore che nasce, invade, e annega tra le onde. La calata dei due Frati, l’angolo più bello e inspiegabilmente meno noto del golfo di Napoli. Un capolavoro di quell’arte di cui solo la natura sa essere artefice. L’unico scenario possibile per una magia che si rinnova, ogni sera, da secoli. La rivelazione dell’amore: officiata da chi, in suo nome, seppe sorridere anche alla morte. Aldo e Tecla: l’incarnazione di un sentimento che non conosce limiti né confini. L’amore allo stato puro che, improvvisamente, rompe tutti gli argini e dilaga, travolgendo ogni cosa. Spazzando via il passato e i vincoli inscindibili. Imponendo le sue ragioni, proclamando la sua potenza. Facendo vagheggiare una terra in cui amare non sia mai peccato. Una terra al di là del mare, dove non ci siano più legittimi mai quei corpi. Non permetterà a nessuno di sciogliere quell’ultimo eterno bacio. L’amore dei due giovani, più tenace della morte, ogni notte riappare, per consacrare, di fronte al mare, solo sentimenti a loro eguali.

“L’hai tu vista? L’ha tu vista la barchetta fantasma, amor mio?...”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Gazze della Pignasecca

 

Brutta storia.  Un  sant’uomo, un uomo di chiesa, forse addirittura un ves… un Vescovo. Scoperto in casa… cioè, a letto. Con la perpetua. Per colpa di una gazza. Per colpa di una stramaledetta gazza dispettosa.

“In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere… tutte le gazze di questa città”.

Deve essere andata più o meno così. Magari un po’ più sul pomposo, magari col latinorum di manzoniana memoria, magari con tanto di timbro, in cera lacca, della Curia arcivescovile di Napoli. Ma la bolla di scomunica, per tutte le gazze della salita che, da piazza Carità, conduce dritto dritto, a Montesanto, è stata emessa veramente. Affissa al pino più alto dell’antico bosco “Biancomangiare”, affinché tutti potessero vederela.

Brutta storia. Brutta storia, davvero. E siamo solo all’inizio. Quello che succederà dopo, tutto quello che mezza Napoli avrà modo di vedere con i suoi occhi, è solo il prologo di una delle più simpatiche e irriverenti leggende partenopee –con tanto di fantasma, naturalmente. Tramandata di bocca in bocca fino a rimanere suggellata nel nome del quartiere che ne ha fatto da scenario: la Pignasecca. Andiamo per ordine e cominciamo dalla… fine. Da quello che succede oggi e che ancora, i più fortunati, possono sentire con le proprie orecchie.

Per vivere in prima persona il brivido dei fantasmi della Pignasecca bisogna fare solo un piccolo sacrificio. Svegliarsi all’alba. Tirarsi giù dal letto, quando ancora la luce non ha inondato i vicoli e le stradine di Napoli, e scivolare lungo le vie deserte quando finestre e balconi sono rigorosamente “inserrati”. Allora, solo allora, quando ci si lascia alle spalle piazza Carità, quando si supera il mercato del pesce e il grigio Ospedale dei Pellegrini, un suono, un lamento, un disperato coro dalle tonalità inquietanti rischia di lasciare senza fiato anche il più impassibile dei turisti d’oltre confine. Son le gazze. O meglio, i fantasmi delle gazze scomunicate, che cantano a Napoli il loro dispetto. La loro condanna, per cotanta crudeltà.

Alla Pignasecca c’è chi è pronto a giurare di averle sentite davvero. Ma quel lamento, quel suono amaro non piace ai napoletani, che quasi per esorcizzare la nenia malefica, ogni mattina inondano il quartiere di mille voci decise a cancellare ogni grido del passato.

Che cosa è mai accaduto in una delle più popolate e popolari strade di Partenope? Cosa risveglia i fantasmi delle gazze del magico bosco “Biancomangiare”.

La vicenda comincia qualche secolo fa. Questa volta ripartiamo dall’inizio. Anche se date, circostanze, nomi sono coperti dal più rigido segreto. E più non bisogna “dimandare”.

In quei tempi Napoli, città magica e lussuriosa, vive momenti di ricchezza e voluttà. Anche i quartieri più poveri si abbandonano al sensuale torpore dei periodi migliori. Gli amori clandestini, i pruriti irraccontabili dei figli di Partenope, non risparmiano nessuno. Meno che mai le gerarchie ecclesiastiche. Nel quartiere parallelo a Spaccanapoli, si intrecciano storie d’amore e di tradimenti, senza troppi riguardi per il sacro abito talare. Un unico inconveniente sembra perseguitare gli amanti distratti. Le gazze del bosco vicino penetrano nelle case abbandonate alle passioni e fanno incetta di tutto. Gioielli, monete d’oro, e finanche biancheria intima, scompaiono d’improvviso per riapparire, beffardi, su qualche albero della fitta pineta. Per i Napoletani ci vuole poco. Chi rimane vittima dei curiosi furti non può che essere un adultero. Automatico. Ma che succede se su un pino della vergogna si ritrova una mitra vescovile, o magari il sacro anello della Curia? Il vescovo… Hai capito il Vescovo? Il Vescovo e la perpetua… Giù risatine irriverenti, battute al vetriolo, volgarità irripetibili.

 

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Le voci corrono veloci. Arrivano nelle case della “gente onesta”, delle mille donne che  frequentano la Chiesa. Poi, addirittura in Curia. Il Vescovo e la perpetua. In casa… cioè, a letto. Brutta storia. Brutta storia, davvero.

Per porre rimedio allo scandalo, riunioni e contro riunioni. Consulti e confessioni. Poi si opta per la “Bolla di scomunica”. Eccessivo, ma definitivo, il rimedio sembra convincere anche la Santa Sede. Una bella, seria, sacrosanta “Bolla di scomunica”. Ma indirizzata a chi? A quanti hanno esagerato con le battutacce? Alle malelingue di un quartiere troppo chiacchierone? Alle donne che hanno fatto la spia? O gli scugnizzi che hanno tirato giù dai rami la Mitra dello scandalo? No. Bisogna colpire alla fonte. Bolla di scomunica alle…

Vediamo un po’ … Ma si, “Scomunica” alle gazze ladre. E per chi non ci credesse, il documento dovrà essere affisso al pino più alto del “Biancomangiare”. E non se ne parli più.

Quando si tratta di difendere il buon nome dell’Istituzione, un po’ di secoli fa, non si badava a spese. Detto fatto. Una bella mattina i napoletani ritrovano, su uno dei fusti della pineta, un cartello. “In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”. Fischi e pernacchi. In perfetto stile napoletano. Un episodio, un evento curioso e inquietante, finisce, però, per scuotere anche l’intramontabile voglia di “pazziare”. Tre giorni.Solo tre giorni e il pino del bosco “Biancomangiare” perde, ad una ad una, le sue foglie. Ingiallisce. Si secca. E con lui tutti gli alberi della fitta pineta. Non solo. Anche le gazze dispettose finiscono per scomparire. D’un sol colpo, al posto del bosco, la leggenda popolare narra di una vasta distesa, arida e funesta: la Pignasecca. Sembrava uno scherzo, ma la vicenda del Vescovo sporcaccione ha finito per dare il nome ad una delle strade più antiche di Napoli. Ora di quella storia è rimasto solo un ricordo sbiadito. Non manca la battuta irriverente, non manca il sarcasmo anticlericale che, da sempre, contraddistingue i napoletani. Una sola cosa viene raccontata a bassa voce, col piglio severo, lo sguardo scuro e corrucciato: all’alba, quando ci si lascia alle spalle piazza Carità, quando si supera il mercato del pesce e il grigio Ospedale dei Pellegrini, un suono, un lamento, un grido del passato. Sono le gazze. I fantasmi della Pignasecca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Fantasma di Luisa Sanfelice

 

Un’ombra. Il profilo ben definito. I tratti della lunga veste, netti, contrastati. E poi il ventre, il seno, il collo. Un’ombra. L’inequivocabile ombra di una donna. Con un solo, tremendo, agghiacciante particolare. Sul collo, sul lungo e affusolato collo di neve, uno squarcio. L’ombra di un orribile taglio che ancora lascia senza fiato.Il fantasma di Luisa Sanfelice, così, appare ai napoletani ogni anno, nella notte tra il 10 e l’11 settembre. Sempre. Sempre nella stessa calda notte di fine estate, sempre nel medesimo posto: piazza Mercato, il popoloso e colorato quartiere a ridosso di Via Marina, schiacciato tra il dedalo di vicoli e stradine di Porta Nolana. Non bisogna essere molto fortunati per vederlo. Luisa Sanfelice, eroina per caso e per passione, ritorna, da quasi due secoli, a rivendicare giustizia e a espiare l’unica sua colpa: l’amore. Solo amore per il più grande e squallido doppiogiochista della Repubblica Partenopea: l’avvocato Ferdinando Ferri, che grazie alle sue losche trame, diverrà, nel 1800, ministro delle finanze del restaurato governo borbonico.

L’incredibile e triste storia della nobile signora è, forse, una delle più struggenti del confuso e folle ’99 a Napoli. Per lei, per il suo gesto estremo, nessuna pietà: il suo corpo, due lunghi giorni, penderà dalla forca di piazza Mercato, insieme a quelli di altre decine di condannati politici.

Ma di quale delitto si è macchiata la donna? Sulla drammatica vicenda anche la storia ufficiale presenta molti tratti oscuri. Luisa Sanfelice è una giovane e bellissima signora che vive separata dal  marito a Palazzo Ma stelloni, in largo della Carità. Appartiene a una nobile famiglia napoletana e, almeno per lignaggio e posizione sociale, viene considerata un’amica del Re. Non a caso, quando i Borboni decidono di distribuire dei lasciapassare, per permettere ai maggiori esponenti monarchici di scappare dall’Italia, ed evitare il probabile massacro repubblicano, uno di questi salvacondotti finisce proprio nelle mani della bella donna di Palazzo Ma stelloni. A donarle il prezioso foglio di via è l’ex ufficiale della cavalleria borbonica Gerardo Baccher, figlio di un ricco commerciante, fedele al Re.

Per la Sanfelice quel “pezzo di carta” può rappresentare la salvezza. Siamo in piena rivoluzione napoletana. Chiunque sia sospettato di essere vicino alla monarchia rischia la forca. Uomini e donne. Nessuno escluso. La dama sa bene di aver ottenuto un regalo di grande valore da un uomo con il quale intrattiene teneri rapporti di amicizia. Gerardo Baccher ama Luisa, ma ella è innamorata di un noto avvocato napoletano, esponente della Repubblica Partenopea e acerrimo nemico del Baccher. Cominciano tutti qui i problemi di Luisa. La Sanfelice, infatti, frequentando la casa di Baccher sa che, ormai, la flotta inglese sta per entrare nel golfo di Napoli. La restaurazione borbonica è questione di mesi, se non settimane. Decide quindi di assicurare la fuga al suo amante, offrendo al Repubblicano, il prezioso lasciapassare borbonico. Ferri approfitta della situazione. Accetta il salvacondotto e, senza scrupoli, denuncia tutta la famiglia Baccher alla Repubblica. I cospiratori vengono arrestati, due figli di Gerardo finiscono fucilati e Ferri diviene una specie di eroe cittadino. Per la Sanfelice, invece, la situazione si complica. I repubblicani diffidano della sua buona fede. I monarchici la dichiarano nemica del Re e della restaurazione. Siamo alle soglie del dramma. Appena le truppe borboniche rientrano a Napoli, Luisa Sanfelice viene arrestata e rinchiusa nel carcere della Vicaria, in compagnia di “prostitute e intriganti”. A nulla valgono i tentativi di scagionarla dei suoi avvocati e dei suoi amici: la donna viene condannata a morte. L’accusa? Alto tradimento. A quel punto la dama si gioca una carta disperata. Dichiara, mentendo, di essere incinta,  appellandosi ad un’antica disposizione del Regno: purché la maternità sia accertata, l’esecuzione della condanna deve avvenire almeno quaranta giorni dopo il parto.

 

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Il progetto è quello di prendere tempo, anche in vista di un'annunciata amnistia per i prigionieri politici. La Sanfelice si sottopone a numerose visite. Non mancano i medici compiacenti disposti ad aiutarla nel suo estremo tentativo di salvarsi la vita. Ma l’ostinazione di Ferdinando di Borbone contro la “traditrice” è forte. Il Re, pur di non cadere nel palese inganno, la trasferisce in Sicilia, deciso a far intervenire dottori di sua fiducia.

Per Luisa non c’è scampo. Neanche il commosso e inaspettato intervento della nuora di Ferdinando, Maria Clementina d’Asburgo, sortisce l’effetto sperato.

La moglie di Francesco I, infatti, alla nascita del principe ereditario, chiede la grazia per la Sanfelice. La  lettera, con la richiesta d’indulgenza, viene consegnata al Borbone il giorno in cui Re Nasone abbraccia il suo primo nipote maschio. Ci sono tutte le condizioni perché si consumi “il miracolo”. Ma Ferdinando, che pure aveva promesso a Maria Clementina di esaudire, alla nascita dell’erede al trono, ogni suo desiderio, rimane fermo sulle sue posizioni. Luisa Sanfelice è una condannata a morte, e tale rimarrà.

Anzi, dopo lo sfortunato intervento della nuora del Re, viene riportata a Napoli e giustiziata la notte tra il 10 e l’11 settembre del 1799 su un ceppo posto, espressamente per lei, al centro di piazza Mercato. Ironia della sorte: l’uomo per il quale la donna morirà decapitata è destinato a una brillante carriera. Dopo essere riuscito a far dimenticare il suo passato repubblicano, incolpando la Sanfelice di aver tramato al suo posto, l’avvocato Ferdinando Ferri diviene addirittura ministro delle finanze del nuovo governo borbonico.

Da due secoli, ogni anno, la notte tra il 10 e l’11 settembre, il fantasma di Luisa Sanfelice, con uno squarcio al collo, vaga disperato nella grande piazza tra via Marina e corso Umberto. Quell’ombra chiede giustizia per un destino ingrato: aver amato un doppiogiochista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Son Tre Sorelle

 

L’occhio di un passante distratto può scambiarle per statue. Cercarsi e lo sguardo nel vuoto. Un passo di troppo e l’immagine scompare, lasciando dietro un’aurea di malinconia che stringe la gola. Non gioco di luci, né sculture marmoree, ma spettri: tre giovani donne che, nelle notti di primavera, talvolta appaiono al passante frettoloso. Ferme nell’angolo più buio di piazzetta Nilo, a pochi metri dalla celebre statua che il volgo chiama “corpo di Napoli”, gli spiriti erranti di tre sorelle, accomunate dall’insana passione per uno stesso uomo, si ri trovano, tentano ancora una volta di stringersi, di cancellare il dolore e la disperazione del loro ultimo incontro. Lo scenario è Napoli angioina guidata dal “Re” più sapiente del mondo, dopo Salomone”: Roberto d’Angiò. Nel Palazzo paterno, seicentocinquanta anni fa, Donna Regina, Donnalbina e Donna Romita, figlie del Barone Toraldo, nobile del sedile di Nilo, tra le lacrime, dicono addio alle gioie della vita. Guardandosi per l’ultima volta negli occhi, salutano ogni speranza d’amore e di futuro, avviandosi alla clausura.

Un ineluttabile destino, un fatale sentimento, le condanne al monastero, cancellando per sempre il nome di una delle più importanti e ricche famiglie di Napoli.

Le tre sorelle, rispettivamente di diciannove, diciassette e quindici anni, amano lo stesso uomo. Ma il rispetto e l’affetto reciproco le obbliga alla rinuncia. Nessuna sarebbe arrivata all’altare ferendo le altre. Uccidendole, forse. La vicenda comincia poco dopo la morte del padre, il Barone Toraldo. L’uomo, per anni, dopo la scomparsa della moglie, Donna Gaetana Scauro, di nobilissimo parentado, aveva tentato di ottenere dal Re Roberto uno “special favore”: sua figlia maggiore, Donna Regina, doveva, passando a nozze, conservare il nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figli. Nel 1318, Roberto concede l’importante riconoscimento e qualche Regina, doveva, passando a nozze, conservare il nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figli. Nel 1318, Roberto concede l’importante riconoscimento e qualche anno dopo, con una lettera scritta di suo pugno, designa lo sposo per la primogenita dei Toraldo. Si tratta di uno dei cavalieri più noti del Regno, “valoroso, galante con le dame e seducente nell’aspetto”: don Filippo Capece. Per Donna Regina è gioia infinita. Da almeno due anni la “bella signora del Nilo” è perdutamente innamorata del cavaliere. Solo le nozze mancano per coronare il sogno d’amore. Il dramma, però, è dietro l’angolo. Si consumerà tre mesi dopo. “ Imbruniva -scrive Matilde Serao-.  Nel vano di un balcone sedeva Donna Regina, col libro fra le mani. Ma non leggeva”. A rompere il silenzio e i pensieri della bruna primogenita è Donna Albina. La seconda delle sorelle Toraldo ha una tremenda confessione da fare. Donna Romita, la più piccola delle tre, ama ed è ricambiata nel suo sentimento, proprio da Filippo Capace. E c’è di più. Quel giovane cavaliere ha fatto breccia anche nel suo cuore di dolente ambasciatrice.

Tre sorelle, un solo, grande, infinito amore. E’ quanto basta per sconvolgere la serenità della nobile famiglia, creare tensione e odio tra le eredi del barone. Le donne per mesi non si parlano, si evitano, mangiano e dormono separate. Fino a quando l’educazione, ma anche l’affetto fraterno, prevale. La decisione sembra obbligata. Nessuna sposerà Filippo. Con la dote del padre fonderanno tre monasteri e si daranno alla clausura. Porteranno il loro dolore dentro le grigie mura dei conventi, che di lì a poco, diventeranno i più noti e famosi di Napoli.

Ma l’amore, si sa, non si spegne. Sei secoli dopo, di notte, le sorelle Toraldo ancora vagano per la città di Partenope, che ha dedicato loro tre strade del quadrilatero greco-romano, alla ricerca dell’amato perduto. Vagano e si cercano. Si incontrano e si sfuggono. Si attraggono e si respingono. Anime in pena, uccise dalla passione. Se le incontrate, cambiate strada. Allontanatevi in silenzio, a testa bassa: il loro dolore ha bisogno di rispetto.

 

 

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Seicentocinquanta anni dopo Donna Regina,Donna Albina e Donna Romita amano ancora Filippo Capece

“valoroso, galante con le dame e seducente nell’aspetto”. I vicoli del centro storico, il misterioso dedalo di stradine intorno a piazzetta Nilo, culleranno per sempre la forza della loro rinuncia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Palazzo Sansevero

 

Morte e follia. Omicidi e Alchimia. Patti con il diavolo e improbabili resurrezioni. L’imponente facciata del cinquecento di Palazzo Sansevero ha fatto cornice a tutte, ma davvero a tutte le sfumature della magia e del mistero, dell’inquietante e dell’inspiegabile. E se c’è un luogo a Napoli che può essere consacrato monumento della leggenda, tempio dell’energia “nera” questo è senz’altro il civico N. 9 di piazza San Domenico Maggiore.

Edificato nella nella prima metà del XVI secolo dai principi di Sangro si aggiudica nello spazio di pochi anni, il titolo di Palazzo maledetto.

Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590  tre sicari, a soldo di un illustre marito tradito: Carlo Gesualdo principe di Venosa, uccidono Maria d’Avalos, moglie del famoso madrigalista e Fabrizio Carafa suo avvenente amante. Un agguato sanguinoso per mettere fine ad una delle tresche più scandalose del rinascimento napoletano. Un omicidio prezzolato contrabbandato come delitto d’onore per ripulire il nome di un principe vigliacco. La dama più bella del viceregno di Napoli, data in sposa al malinconico rampollo della nobile casata dei Gesualdo, incontra ad un ballo di corte il cavaliere Fabrizio Carafa, ambito da tutte le nobildonne per un fascino pari solo al suo lignaggio: ed è subito passione. Una passione indecente che li conduce fino dentro l’uscio della camera nuziale di Maria a consumare l’adulterio. Carlo Gesualdo, il marito tradito per difendersi dall’eco di uno scandalo che comincia di diventare imbarazzante paga tre scagnozzi per “eliminare” gli adulteri. Poi per salvare l’onore, ad omicidio compiuto, compare sulla scena del delitto ed infierisce sui cadaveri.

Una messa in scena meschina che gli consente di sfuggire alla condanna della Gran Corte di Vicaria., di guadagnare l’impunità, ma che non lo salverà dalla vendetta del fato che si abbatterà sulla sua famiglia e sul Palazzo che fu teatro di tanto scempio. Sulle volte affrescate di Palazzo Sansevero, il sangue dei giovani amanti uccisi a tradimento imprimono il marchio della maledizione. Il popolino passa trafelato davanti alla imponente facciata, non mancando mai di segnarsi la fronte. I nobili fingono scetticismo ma tra quelle stanze nessuno trascorrerebbe una notte. Le urla strazianti di Maria, sono in tanti a giurarlo, continuano a riecheggiare tra quelle mura ed il suo fantasma si aggira inquieto tra la Chiesa e l’Obelisco di piazza San Domenico Maggiore. Sarà proprio quest’alone di morte e di mistero oltre che la leggittima proprietà dell’edificio a spingere, nel ‘700 il principe Raimondo de Sangro a farne il suo quartier generale. E da quel momento aurea nera che già circondava l’edificio si fa, se possibile, ancora più cupa. Il principe mago, l’alchimista che gioca con la vita e con la morte, l’inventore inquieto e inquietante che dichiara tra il serio e il faceto di essere l’ultima incarnazione dell’ebreo errante, l’unico depositario del segreto dell’immortalità, il sacerdote delle tenebre, fa costruire un ponticello di collegamento tra “i suoi appartamenti” e la celebre cappella-laboratorio attigua. Una lingua di tufo, per trasformare in un unicum due strutture cariche di magie, due vasi comunicanti magnetismo nero. I vapori del laboratorio e i fantasmi del Palazzo, la potenza delle tenebre invocata dal principe de Sangro, e quella scatenata inconsapevolmente dal principe di Venosa: nell’immaginario popolare tutta l’area che da civico N. 9 di piazza San Domenico Maggiore si estende fino a via Francesco di Sangro:  si trasforma in una sorta di pentacolo maledetto, in una delle porte per l’inferno. Cresce la superstizione, il terrore. La misteriosa morte del nobile alchimista e la favola nera della sua resurrezione, le macchine anatomiche e le inquietati sculture che testimoniano le “diaboliche” conoscenze di Raimondo de Sangro faranno il resto. Di racconto in racconto, paura in paura la convinzione che quella zona sia consacrata al demonio si consolida. E la gente, soprattutto di notte, preferisce girare alla larga da Palazzo Sansevero. Così fino ad una mattina di settembre 1889 quando, dopo una notte di inquietanti tonfi e scricchiolii, l’ala del Palazzo collegata alla cappella crolla rovinosamente. Per la fantasia popolare è la liberazione del male.

 

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Il tempio del demonio torna nelle viscere della terra trascinando con sé gli spettri senza pace e le antiche maledizioni. La ricostruzione e le ragioni dell’edilizia residenziale negli anni contribuiranno a sbiadire le ombre cupe che avvolgevano il Palazzo. I fantasmi di Maria d’Avalos, Fabrizio Carafa e Raimondo de Sangro, la sorte malvagia che per secoli ha tiranneggiato quelle mura e coloro che osavano avvicinarsi troppo finiscono nel grande libro delle leggende che nessuno racconta più. Ma qualcuno… qualcuno a voce bassa, ancora lo ripete: di notte quando la piazza di svuota, quando le luci si spengono le ombre tornano. Torna l’ombra di una principessa uccisa mentre amava. Torna l’ombra di un’alchimista che giocando con la morte fu giocato. Torna l’ombra di una maledizione terribile. Implacabile. Eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria la Rossa: La Strega di Port’Alba

 

Era bella Maria. La più bella del quartiere. Capelli rosso fuoco e pelle d’avorio. Forme generose, labbra piene, occhi verdi. Era bella Maria. La più bella del quartiere. Aveva vent’anni, un sorriso sempre pronto a illuminarle il viso ed un fidanzato innamorato. Abitava in quella che oggi è via Port’Alba, ma che nel lontano seicento era conosciuta da tutti come largo Sciuscelle. Proprio nel tratto che collegava i due archi di Port’Alba -ultima porta aperta sulla cinta muraria partenopea per volere di Antonio Alvare de Toledo Duca d’Alba, stanco di far riparare i ripetuti fori praticati dal popolino per entrare in città senza sprecare troppo cammino- cresceva, infatti, un grande carrubo i cui frutti, da sempre, i Napoletani chiamano Sciuscelle. Una casa piccola ma dignitosa quella di Maria, all’ombra del grande carrubo, con il profumo dolce e intenso delle “sciuscelle” che si attaccava sulle vesti e sui quei suoi capelli lunghi e rossi. Rossi come il fuoco. Era bella Maria. Maria che con un sorriso “appicciava o’fuoc dint o’core”. Era bella. Innamorata. E felice. Con Michele era cresciuta e, in barba all’esercito di spasimanti che l’adulava, restava sempre lui l’unico uomo della sua vita. L’uomo con cui dividere la sua vita. E così, per licenziare definitivamente ogni corteggiatore, anche il più ostinato, decise di sposarlo quel suo fidanzato. Era bella Maria. Ancora più bella con l’abito nuziale. Per cento anni, sussurrò qualcuno. E Maria rabbrividì. Per cento anni. Pareva una bestemmia. E forse era davvero una bestemmia.

Passarono poche settimane. I due novelli sposi passeggiavano sottobraccio. Un tuono rimbombò sordo in lontananza. Stava per arrivare un temporale. Maria la rossa affrettò il passo. Suo marito la seguiva. Ma proprio sotto l’albero di carrube, mentre le prime gocce di pioggia cominciavano a cadere accadde qualcosa d’incredibile. Una forza misteriosa e prepotente sbarrò il passo a Michele. E per quanti sforzi facesse non c’era verso di avanzare. Maria sconvolta tentava di trascinarlo. Piangeva. Pregava. Ma niente. Niente sembrava poter neutralizzare quella barriera che bloccava il suo sposo impedendogli di avvicinarsi alla porta di casa. Alle grida di Maria accorse tutto il popolo del quartiere. Sotto gli occhi della folla Michele continuò a combattere per ore la sua battaglia contro quell’ ostacolo invisibile. In tanti tentarono di aiutarlo. Chi lo spingeva, chi lo tirava, chi con un bastone tentava di aprirgli un varco. Ma non c’era nessun muro da buttare giù. Chiunque poteva attraversare quel tratto. Chiunque. Ma non Michele. Michele restava bloccato al di là del carrubo. Disperato. Impotente.

Dopo qualche ora la gente del quartiere cominciò ad allontanarsi. La stessa Maria, stremata decise di ritornare a casa. A piangere ancora. A pregare ancora. A sperare che quel maleficio potesse finalmente essere neutralizzato. Michele da solo rimase sotto l’albero di carrubo. In ginocchio. In attesa. Restò lì tutta la notte. Ed il mattino successivo. Ed ancora per giorni i due sposi aspettarono. Aspettarono di potersi ricongiungere. Maria a casa sul tappeto di sciuscelle. Divisi da pochi invalicabili metri. Aspettarono. Aspettarono. Ma né il loro amore né la loro pazienza poterono qualcosa contro il feroce maleficio. Dopo l’ennesima notte d’insonne, Maria con gli occhi gonfi di pianto credette finalmente di aver capito. Il suo destino non era quello di moglie e madre. La sua chioma rossa fuoco era un messaggio della sorte che per anni si era rifiutata di voler leggere. Lei era nata per essere strega. Nessuno può sottrarsi al proprio destino. Con la morte nel cuore raggiunse suo marito. Lo abbracciò per l’ultima volta. Poi guardandolo fisso negli occhi mormorò “Miché vattene”. Non aggiunse altro. Non fu necessario aggiungere altro.

Da quel giorno Maria si trasformò in una strega, la magia quella bianca e quella nera si accorse di conoscerla come se l’avesse praticata da sempre. E nel giro di pochi anni anche il suo aspetto cambiò. I suoi lunghi capelli fulvi imbiancarono. 

 

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Il volto si coprì di una ragnatela di rughe, il suo corpo si trasformò, le spalle si curvarono sotto il peso di un destino pesante.

Difficile riconoscere la splendida fanciulla che era stata sotto quell’aspetto da megera. Maria la bella diventò brutta. Maria felice diventò cupa e torva. Maria che infiammava i cuori cominciò a fare paura. Il suo aspetto, i suoi poteri infondevano inquietudine. I vecchi amici cominciarono ad evitarla. I conoscenti la segnavano a dito. Era una strega. La strega di Port’Alba. E le streghe sono cattive. Le streghe dispensano dolore. Così, di giorno in giorno, di calunnia in calunnia, Maria diventò la favola nera del quartiere. Non c’era disgrazia o lutto di cui non le venisse attribuita la responsabilità. A quel punto il tragico epilogo era inevitabile. In piena Inquisizione una strega a Napoli: bastò una parola sussurrata all’orecchio giusto e per Maria fu la fine. Un processo sommario e la condanna, terribile di una ferocia assurda anche per quei tempi. Maria la strega fu rinchiusa in una gabbia, appesa ad un gancio sotto l’arco di Port’Alba e lasciata morire di fame e di sete sotto gli occhi del quartiere. Sotto gli occhi di chi l’aveva vista nascere, sotto gli occhi di chi si era commosso vedendola vestita da sposa, sotto gli occhi di tutti quelli che l’avevano condannata ad una morte atroce. Per giorni Maria urlò, chiese pietà. Nessuno si impietosì. I ragazzini ridevano, le comari la insultavano. Le ultime ore della sua agonia le passò in silenzio. Solo un attimo prima di spirare ritrovò la voce, Una voce cattiva, tagliente. Una voce da strega. “La pagherete. Tutti. Voi, i vostri figli, i vostri nipoti, tutti. La pagherete”. Furono le sue ultime parole.

Il suo cadavere rimase in quella gabbia per settimane. Doveva rappresentare il monito terribile di madre chiesa a chi pensasse di sottrarsi alle sue regole. Ma inspiegabilmente quel corpo, invece di decomporsi cominciò a pietrificarsi. I giudici dell’inquisizione informati dell’incredibile fatto si affrettarono a far scomparire la gabbia temendo che in quel prodigio qualcuno potesse leggere la sconfitta del bene sul male. L’unica testimonianza dell’orribile esecuzione restò quel gancio sotto l’arco di Port’Alba e un’ombra che secondo le voci del popolo da allora continua ad aggirarsi lungo quella via. Un’ombra dalla chioma rossa di fuoco, che si muove piano. E si ferma sempre nello stesso punto. Nel punto in cui quattro secoli fa cresceva un grande carrubo. Si ferma e aspetta, Chi l’ha incontrata ha detto che il suo sguardo era terribile. Chi l’ha incontrata era destinato a conoscere il dolore e la disperazione. Chi l’ha incontrata fugge da quella strada e raccomanda a tutti di percorrerla sempre ad occhi bassi. Chi l’ha incontrata ha detto che era bella. Era bella Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Streghe di Vico Pensiero

 

Avete mai incontrato una strega? Non uno di quegli esseri vecchi e laidi, che irrompono nelle favole d’ogni tempo, viaggiando in sella a una scopa. Una strega vera. Una di quelle che, prima di votarsi a messer demonio, i patti li ha stabiliti bene. Eterna giovinezza, bellezza conturbante, fascino irresistibile e magico potere. L’anima si può anche vendere, ma sconti non se ne concedono. Nemmeno a Satana. Non vi siete mai imbattuti, dunque, in una di quelle fanciulle splendide e maledette, che con uno sguardo rubano il cuore e la mente? Quelle capaci di accompagnarvi all’inferno facendovi attraversare tutte le sfere dell’estasi paradisiaca? Se il delirio della passione non vi spaventa, la sfida con il fascino diabolico vi intriga, o semplicemente, volete sperimentare, solo per qualche istante, i fremiti che l’immagine di una strega può evocare, attraversate via Tribunali, dirigetevi verso l’Archivio di Stato e… guardatevi intorno. E’ questo il luogo degli incantesimi. Dalla notte dei tempi, tra queste stradine, le magnifiche e magiche donne si aggirano a testa alta. Fino a un centinaio di anni fa vi era un vicolo cupo e misterioso, nel quale si celebrava, ogni giorno, il trionfo dell’insana passione su ogni ragionevole ragione. Vico Pensiero: lo scenario sul quale, per secoli, il potere della femminilità diabolica ha messo in scena la storia infinita dell’ossessione d’amore. Un’iscrizione, ai piedi di un basso rilievo, con sibilline parole, ammoniva gli incauti contro il fascino perverso delle streghe. “POVERO PENSIERO / ME FU ARRUBATO / PE NO LE FARE LE SPESE / ME L’HA TORNATO “. E’ la lapide posta, secondo una leggenda popolare, da un giovane delirante d’amore. Una strega diciassettenne, dai lunghi capelli neri e dagli occhi di giada, lo aveva catturato. Uno sguardo, solo uno sguardo, e per l’infelice non ci fu più nessuna possibilità di salvezza. Lo prese, come fanno le streghe, con il sorriso più dolce e le parole più tenere. Lo condusse nei luoghi della tenerezza e della passione. Si concesse a lui con il trasporto e il candore della più devota sposa. E quando non vi fu nemmeno un frammento d’anima da conquistare ancora, quando nella mente di quell’uomo non ci fu spazio che per lo splendido viso, il corpo sinuoso, il dolce nome della piccola seduttrice, ella si stancò. Non c’era più alcuna dolcezza nel suo sguardo quando lo abbandonò. Vane le preghiere, le lacrime, la disperazione sussurrata, urlata dal giovane innamorato. Voleva sposarla, lui, la sua strega. Voleva regalarle la sua vita per sempre. Di quanta ingenuità è padre l’amore. La fanciulla era stanca di giocare. Le streghe non conoscono i sentimenti, ignorano le emozioni. E così, quella sacerdotessa della passione, immune alla passione, per liberarsi di un amante divenuto ingombrante, pensò di restituirgli il cuore e la mente che gli aveva rubato. Ma l’incantesimo non poteva essere sciolto. Il povero infelice ebbe indietro un’anima ormai prigioniera, e l’eterno rimpianto per una donna che non avrebbe mai potuto essere sua. Per anni vagò lungo le strade che lo avevano visto gioioso e innamorato. Con gli occhi colmi di pianto accarezzava quei palazzi, muti testimoni di una felicità che non sarebbe mai più tornata. Poi decise di lanciare il suo ultimo, disperato grido di dolore. Di scolpire nella pietra i tormenti della sua anima, affinché, leggendoli, altri potessero sottrarsi al fascino maledetto di fanciulle belle, magiche e crudeli. L’iscrizione di vico Pensiero, per secoli, ha messo in guardia cittadini e forestieri. Poi, nel 1890, la stradina fu abbattuta per consentire i lavori di risanamento della zona e la lapide ceduta alla società storica di Napoli, dove ancora conservata. Quel luogo di incantesimi e sortilegi, al di là della toponomastica e delle ristrutturazioni, resta, però, sempre rifugio delle streghe. Ad ogni ora del giorno, nel largo antistante l’Archivio di Stato, esse si aggirano, perfide ed irresistibili.

Spingetevi fin lì e, se il fato ve lo concede, da un portone annerito dal tempo, o da un angolo remoto, potete vedere spuntare un distillato di femminilità capace di lasciarvi senza fiato.

 

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Non guardatela negli occhi, altrimenti per voi non ci sarà più scampo. In troppi hanno dovuto impararlo al prezzo di calde lacrime, d’interminabili notti insonni. Non lasciatevi ingannare dal sorriso puro, dall’accento di passione. Amare una strega significa ascendere alle vette più alte della felicità per precipitare, inesorabilmente, negli abissi più profondi della disperazione. Non sollevate lo sguardo. Non lasciatevi raggirare da quei “per sempre”. “Per sempre” sarà solo per voi. Le streghe non restano. Le streghe prima o poi fuggono, lasciando dietro di sé il acervo tormento. Per sempre!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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